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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2011

                     20/12/2011 - GIULIO PRETI

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Il primo centenario di Giulio Preti
di Roberto Del Buffa


Cento anni fa, il 9 ottobre 1911, nasceva a Pavia Giulio Preti, uno dei massimi intellettuali italiani del Novecento. Molte le iniziative per ricordarlo e riflettere sull’attualità della sua riflessione filosofica, fra cui un Convegno di studi tenutosi dal 7 all’11 ottobre 2011 a Firenze, la sede universitaria in cui insegnò per quasi vent’anni, poi a Pavia e Milano, il centro che ebbe un ruolo fondamentale per la sua formazione, all’interno del circolo di filosofi e intellettuali radunato intorno ad Antonio Banfi. Anche l’Università dell’Insubria ha voluto dedicare al Bios theoretikòs di Preti due giorni di studi a Varese, il 28 e il 29 ottobre. Un ultimo ricordo gli è stato dedicato dalla Regione Toscana in occasione della cerimonia finale del “premio Giulio Preti” per il dialogo fra scienza, filosofia e democrazia, assegnato per il 2011 a Jean Petitot e consegnato il 25 novembre, in occasione delle iniziative di “Pianeta Galileo”, la manifestazioni regionale dedicata alla cultura scientifica.
Giulio Preti fu fra gli artefici di quel profondo rinnovamento culturale tentato, sin dagli anni trenta, nella Milano di Banfi, da un gruppo di giovani intellettuali che trovarono espressione nella rivista «Corrente di vita giovanile», poi semplicemente «Corrente», cui seguirà, in ambito più strettamente teoretico, «Studi filosofici». Si trattò di un tentativo che si estese dalla riflessione filosofica, alla critica letteraria, alla poesia e a tutto il sistema delle arti, realizzando poi i suoi presupposti politici nella Resistenza, cui Preti partecipò, a Pavia e Milano, nelle file del Partito Comunista. Da questo Preti uscirà nei primi anni del Dopoguerra, per l’insofferenza nei confronti dell’ortodossia comunista e di alcune scelte del Partito, che ne sancivano la chiusura, in linea con le scelte di Mosca, alle più interessanti esperienze filosofiche europee, in particolare nel campo della riflessione sulla scienza e sulla natura dell’etica contemporanea. La sua posizione teoretica, che faceva proprie istanze appartenenti a diverse tradizioni filosofiche, razionalistiche (trascendentalismo, fenomenologia) ed empiristiche (pragmatismo, neopositivismo logico), appare oggi in tutta la sua rilevanza. Fondata su cultura democratica, apertura al dialogo e alla discussione razionale, senza nessuna concessione al relativismo (gli interpreti parlano infatti di neoilluminismo), la filosofia pretiana costituisce infatti uno strumento formidabile per interpretare la nostra società, in quanto cala i principi della conoscenza e della persuasione razionale nel piano della concreta esperienza e, in tal modo, fonda la possibilità di un pensiero aperto e antidogmatico, un pensiero che aiuterebbe molto a riformulare i problemi dell’interculturalità, svincolandoli dalla sterile contrapposizione fra universalismo dogmatico e relativismo culturale ed etico. Per questo la filosofia di Preti avrebbe tutte le carte in regola per offrire un’ampia base teoretica a un pensiero politico di sinistra che si volesse davvero rinnovare, mantenendo al centro della sua prospettiva i valori di democrazia, uguaglianza giuridica e giustizia sociale della tradizione socialista.
Dotato di una personalità forte, poco propensa al compromesso, Preti non riuscirà a trovare spazio all’interno del circolo banfiano, cosicché, nel 1954, si spostò a Firenze dove ottenne la cattedra di Storia della filosofia e Filosofia teoretica alla Facoltà di Magistero, che gli garantì la libertà intellettuale necessaria per produrre le sue opere maggiori, due delle quali, Praxis ed empirismo, nel 1957, e Retorica e logica, nel 1968, ottennero un successo internazionale e influenzarono in profondità la cultura italiana, anche se trovarono anche una forte ostilità. È nota, per esempio, la polemica con Eugenio Garin, il maggior storico della filosofia italiano. Così come è nota la veemenza dei suoi scritti che potremo definire civili, in cui denunciava le arretratezze della società italiana, ma anche le velleitarie istanze di rinnovamento e progresso dei movimenti giovanili, di cui non amava la scarsa propensione al confronto, pur riconoscendo che ogni ricambio generazionale si attua “divorando i padri”. Al suo carattere si adattava bene l’osservazione della moglie da cui era separato, la poetessa Daria Menicanti, di amare più degli uomini la verità. Negli ultimi anni fu amareggiato dalle contestazioni dei movimenti giovanili del ’68 e non è da escludere che la sua prematura morte a Djerba, in Tunisia, dove era in vacanza, non sia stata facilitata dalla rinuncia del filosofo a curarsi.
Intervenendo a Firenze al convegno del 7 ottobre, Luca Scarantino ha giustamente paragonato l’immagine che gli storici della filosofia italiana del Novecento dettero di Giulio Preti, come filosofo isolato all’interno della loro comunità e più attento agli sviluppi delle correnti filosofiche internazionali che alle tradizioni nazionali, all’espressione con cui i siciliani descrivono lo stato in cui si trovano quando il mare in tempesta impedisce l’attracco dei traghetti: “Il continente è isolato!”. E, in effetti, la filosofia di Preti era davvero troppo vasta e complessa per la poco felice isola, idealista e storicista, della filosofia italiana della seconda metà del XX secolo.