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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2011

                     20/12/2011 - PASSATO E FUTURO 1

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di Filippo Marranci

QUALE PASSATO? QUALE FUTURO?

E’ possibile che il mondo contadino, dopo circa 14.000 anni di vita, sia finito praticamente di colpo più o meno a metà degli Anni ’70 del secolo scorso? Ovviamente no. La rivoluzione industriale e tecnologica che l’Italia ha vissuto e vive da circa un secolo a questa parte, con l’impennata nel Secondo dopoguerra, non può aver cancellato un universo culturale che ha accomunato i popoli del mondo. Sopravvive però sommerso, sopraffatto dal totalitarismo dei consumi che ha mutato la ricerca del benessere in conquista di beni superflui e ha reso per estremo, almeno a livello percettivo, superflua la vita stessa. Le nostre coscienze sono profondamente segnate dalla frattura del legame con le culture millenarie, quelle dei beni necessari, e dall’incertezza della società contemporanea, appunto dei beni superflui, che non ha un passato perché prima non ve n’erano e probabilmente neanche un futuro perché non ve ne saranno. Si potrebbe parlare di un vero e proprio impasse antropologico che ha come effetto una percezione diffusa di “azzeramento” in tutti gli ambiti della vita privata e sociale. Ora, questa consapevolezza non è rimpianto del “si stava meglio quando si stava peggio”, è piuttosto il bisogno di mettere in discussione il concetto di uomo che la società del superfluo ha trasformato da produttore cosciente in consumatore incosciente. E’ la necessità di porre rimedio al sovvertimento degli equilibri tra l’uomo e, di volta in volta, gli altri uomini, gli altri esseri viventi, l’ambiente nel suo complesso e le cose, trovando il coraggio di riformare sistemi democratici che stentano ad evolvere in strumenti di effettiva partecipazione, per via dei forti condizionamenti imposti dagli interessi economici. Difatti nello stagno immobile della società italiana affiorano due visioni contrapposte: l’una, che per semplicità chiamiamo “istituzionale”, punta su sviluppo della grande industria inquinante, incremento di infrastrutture sproporzionate ai reali interessi, aumento di aree edificabili in territori già saturi, sostegno a industrie artigianali di bassa qualità, incentivazione a multinazionali e grandi imprese nella gestione dei rifiuti e delle energie rinnovabili, patrimonializzazione speculativa delle risorse naturali e dei beni culturali per il turismo di massa, esternalizzazione selvaggia dei servizi primari e così via, cioè insiste nell’idea di un mondo semplificato in macro-misure, risorsa infinita di masse di consumatori e territori da sfruttare. L’altra, che per semplicità chiamiamo “non istituzionale”, invece sperimenta attività agricole e allevamento animale a basso impatto ambientale per la produzione di alimenti sani, recupero dell’artigianato manuale e uso di materie prime naturali, costruzione o restauro di edifici secondo principi ecosostenibili, installazione di piccoli impianti per la produzione di energia pulita, sistemi di riciclo e riutilizzo dei rifiuti non pericolosi per la salute, esperienze di gestione etica dei risparmi e microcredito, forme orizzontali di creazione e trasmissione dei saperi e delle informazioni e così via, cioè persegue l’idea di una decrescita felice, attuabile attraverso un processo di riappropriazione dei sistemi di valori, fondati su rispetto e uso equilibrato delle limitate risorse umane e naturali. I beni, essendo appunto necessari e non da consumare, si ereditano dal passato per essere tradotti nel futuro. Ma occorre precisare che nelle culture antiche, come quella contadina e artigiana che abbiamo conosciuto anche in Val di Sieve, i beni necessari non sono soltanto quelli che oggi definiremmo “di prima necessità”: cibo, acqua, casa, luce, riscaldamento, trasporti, eccetera, ma comprendono anche tutti quei beni immateriali ritenuti ugualmente essenziali, perché rendono integri individui e comunità. Se da un lato il consumatore incosciente, ridotto a essere fruitore passivo di beni materiali e immateriali, ignora come, dove e perché sono generati, dall’altro la persona cosciente è portatrice essa stessa di saperi, cioè conosce i sistemi simbolici e reali dei processi di creazione ed esistenza dei beni in genere, quindi è allo stesso tempo direttamente o potenzialmente produttrice e fruitrice di alimenti, strumenti, energie, abitazioni, mezzi di trasporto, valori spirituali, canti, balli, poesia, in poche parole di cultura. Il paradosso è evidente: i contadini, poco scolarizzati o analfabeti, erano in grado di spiegare la necessità di un bene e di un valore, cioè di trasmettere cultura, oggi potremmo dire la stessa cosa della gran parte dei consumatori? Chi resta nel dubbio legga o rilegga gli “Scritti corsari” di P. P. Pasolini. Dopo aver conosciuto nostro malgrado che cosa significa lavorare per e nell’industria (chi scrive è nipote di contadini e figlio di operai come la maggioranza dei suoi coetanei) chi si augurerebbe ancora, pur nella disperata necessità di un impiego, di andare a lavorare in fabbrica, magari alla catena di montaggio? E non vi fa specie sentir motivare o difendere la presenza dei migranti in Italia con l’affermazione, purtroppo veritiera, che recita: “fanno i lavori che noi non vogliamo più fare”? Quale futuro ha in mente chi si ostina a parlare di sviluppo industriale anche se non andrebbe mai a lavorare in fabbrica? Che società si prefigura chi delega volentieri a qualcun’altro i lavori che non vuol più fare? Ad aggravare la questione le due grandi rivoluzioni del nostro tempo, quella del socialismo reale e del capitalismo occidentale, pur con premesse ed azioni diverse e per mezzo di una mera imposizione esclusiva delle rispettive ideologie al posto o comunque senza integrazione dei precedenti sistemi di valori, hanno strumentalmente tradotto i principi irrinunciabili e inviolabili dell’uguaglianza dei diritti e della distribuzione equa della ricchezza in ossessiva omologazione culturale. Da queste problematiche deriva la profonda crisi d’identità che stiamo vivendo. Sempre di più si sente il bisogno di ritrovare una continuità con un passato che sentiamo appartenerci. Da un po’ di tempo a livello locale e nazionale assistiamo a manifestazioni nel segno della reinvenzione e mitizzazione di specifici periodi storici del passato. In modo trasversale dal semplice cittadino all’amministratore locale, gruppi di persone discutono e progettano risposte all’emergenza di ritrovare senso d’identità e spazi di condivisione che finiscono per prendere la forma di revival medievali e rappresentazioni della civiltà contadina. E queste rievocazioni sembrano servire soprattutto a riproporre vecchi rapporti di forza, “regolatori” delle diverse società storiche: feudatario/popolano, padrone/mezzadro, come se ciò che fonda o rinsalda le comunità dipendesse davvero ed esclusivamente dall’esercizio del potere di una classe dominante. Ma va aggiunta una variante contemporanea: se nel modello fascista si mise in atto un’opera di stereotipizzazione delle tradizioni locali in folklore nazional-popolare, strabordante di parate e raduni in costume, per inquadrarle in una relazione idealizzata di dipendenza dallo stato-padrone, oggi si adotta la spettacolarizzazione quale forma adeguata a stabilire un rapporto di sudditanza con il potere odierno, appunto quello dei consumi, sublimato in “spettacolo” dal mezzo di consumo per eccellenza: la televisione.
Si dimentica che l’identità, ovvero la cultura, esiste solo per mezzo del riconoscimento, del rispetto e della valorizzazione delle diversità, secondo una relazione dinamica di scambio tra le differenti fasce sociali, per cui l’espressione culturale viene meno ogni qualvolta è minacciata dall’esercizio di un potere omologante, condizionante o limitante. Tornando alle culture tradizionali o storiche, quando un linguaggio è oltremodo rappresentato, piuttosto che “portato”, da materia di scambio diviene imposizione culturale e quindi anche identitaria in senso negativo. Portare un’identità non è la stessa cosa che esibirla, così come riconoscere la diversità non equivale alla sua imposizione. Allo stesso modo tramandare e fare cultura è esercizio dello scegliere e non significa discriminazione. Molte domande sorgono spontanee: quali messaggi veicolano allora corteggi storici di nobili con rispettive corti al seguito?
(segue PASSATO E FUTURO 2)