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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2012

                     8/3/2012 - L’America in casa.

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Di Patrizio Ulivieri

In una cittadina piemontese, con una popolazione di 35 mila abitanti, un cittadino su dieci dal dopoguerra a oggi è vittima dell’asbestosi e di un tumore che nasce subdolo e silenzioso, ma non lascia scampo, il mesotelioma pleurico.
Questa infausta sorte ha deciso di radicarsi a Casale Monferrato provincia di Alessandria dove il tumore da contatto con l’amianto, il mesetelioma così viene definito, ha già provocato tremila morti. Queste morti li ha causati l’Eternit, una fabbrica che si insediò in Piemonte ai primi anni del secolo scorso e che sebbene sia chiusa da venticinque e, da sei abbattuta, sta continuando ad uccidere. Ci sono autorevoli previsioni che sostengono che a causa della presenza della fabbrica ci saranno quasi 50 morti all’anno per i prossimi vent’anni.
L’Eternit di Casale Monferrato aprì i battenti nel 1907 portando benessere in tutta la zona al punto tale che i casalesi, come sono chiamati gli abitanti della cittadina, la battezzarono “l’America in casa”.
Per intere famiglie iniziarono speranze e sogni. Chissà quali orizzonti intravedevano quei nonni per i loro nipoti, a cui oggi resta tanto dolore e un futuro di vita incerto.
Il male non ha fatto differenza tra ricchi o poveri, resta silente per anni poi dà i suoi primi sintomi. Dalla diagnosi alla morte passano in genere diciotto mesi di marcata sofferenza. E ancora numeri infausti.
Per anni sono state assenti le misure di sicurezza per la salvaguardia della salute degli operai: durante la lavorazione l’amianto era trattato senza nessuna precauzione. Così questa sostanza si concentrava nei polmoni degli operai e veniva assunta anche in altri momenti extralavorativi. Si pensi per esempio ad un’intera isola sul Po prodotta dagli scarti di produzione, dove i casalesi andavano a fare il bagno d’estate, oppure alle diatribe tra operai per contendersi gli scarti di lavorazione, il polverino, con i quali venivano costruiti pollai, recinzioni, sottotetti se non addirittura intonaci per le mura di casa.
Primo Levi ricorda così quegli anni: “C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava per qualche ora un libro su un tavolo, e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo; i tetti erano coperti da uno spesso strato di polverino, che nei giorni di pioggia si imbeveva come una spugna, e a un tratto franava violentemente a terra”.
I primi sospetti sulla nocività del materiale iniziarono negli anni Cinquanta e purtroppo molto lontano dall’Italia, in Sudafrica. Qui un ricercatore americano, Irving Sekiloff, dopo estenuanti indagini sui lavoratori delle miniere di amianto, riuscì a rendere inequivocabile il nesso tra l’amianto e il mesotelioma e lo scrisse in un articolo pubblicato in prima pagina sul “New York Times”.
La reazione dell’Eternit fu immediata e arrivò a mettere a disposizione parte dei profitti a ricercatori lobbisti e legali. Così fu creata una struttura segreta che operava a livello mondiale per contrastare la diffusione di notizie che collegavano l’amianto al cancro; per intimidire o comprare sindacalisti e politici; per assicurarsi benevolenza politica nei vari Paesi in cui erano presenti le loro fabbriche; per continuare a produrre veleno, morte e disperazione.
La notizia non arrivò a Casale dove, invece, l’Eternit fu trattata con assoluto riguardo. Si diffusero, forse, delle perplessità, presto sopite perché la fabbrica dava lavoro e gli allarmi erano, si diceva, solo l’ invenzione dei sindacalisti, dei comunisti e anche dei preti.
Una delle prime voci che cercò di esprimere la verità, a metà degli anni Settanta, fu appunto quella di un prete operaio, Don Bernardino Zanella, che era stato trasferito per punizione dal Veneto perché si era dichiarato favorevole al divorzio. Il sacerdote giunse alla Eternit e riuscì a produrre la prima ricerca sull’inquinamento all’interno della fabbrica, seminando il dubbio. Finì in Cile.
Ci vollero gli anni Ottanta perchè la questione fosse presa in seria considerazione con ordinanze sindacali, indagini epidemiologiche, manifesti di protesta ai muri.
Adesso si è giunti a una prima conclusione. Si è arrivati infatti al termine di uno dei più grandi processi nella storia in tema di responsabilità industriali. Il processo sull’Amianto iniziato nel 2009 a Torino ha portato in giudizio i proprietari dell’Eternit per disastro ambientale doloso e inosservanza volontaria delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Il merito del lavoro, la solidificazione di una goccia di splendore di verità, è da riconoscere al pubblico ministero Raffaele Guariniello, che è riuscito a portare sul banco degli imputati il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de la Marchenne, per i quali ha chiesto 20 anni di carcere. Eloquenti sono le parole di Guariniello "non siamo in presenza di eventi sporadici, ma di carenze strutturali addebitabili a scelte aziendali di fondo, di carattere generale. Una scelta su cui i dirigenti italiani non potevano intervenire. All’Eternit viene addebitato un disastro negli stabilimenti e presso la popolazione, che si verifica ancora ogni giorno, per la consapevole volontà dei suoi proprietari- Un’immane e sconvolgente tragedia. Non avevo mai visto un dramma come questo, che ha colpito popolazioni di lavoratori e cittadini e che continua a seminare morti. E continuerà a seminarli chissà fino a quando”.
Oggi l’Amianto è stato messo al bando in Europa, ma la produzione prosegue in altri paesi come il Brasile la Cina o l’India. E infatti la situazione è paradossale: vietato in Europa dal 2005, l’Amianto la fa da padrone in Asia e continua ad essere il materiale d’elezione per le costruzioni a basso costo.
La legge a Torino punirà i padroni dell’Eternit, mentre il veleno comincerà a muoversi dentro i corpi di altre migliaia di uomini. Noi bonificheremo dall’amianto i nostri edifici, gli edifici pubblici, i treni, indennizzeremo e risarciremo. In altre parti del mondo cominceranno a morire, senza fare rumore. Così come abbiamo fatto noi italiani per mezzo secolo. Chissà se come a Casale lasceranno rose e calle bianche infilate alle recinzioni delle fabbriche in segno di quelle vite allontanate in silenzio ma meritevoli di tanto rispetto.
Patrizio Ulivieri