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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2012

                     8/3/2012 - RIGORE E ...EUFORIA

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Di Marino Bianco

Per quanto dirò, non credo che la mia sia una voce isolata, anche se fuori dal coro ufficiale.
Poiché a nessuno sfugge che il governo cosiddetto tecnico (non si vuole dire che qualsiasi governo, comunque composto, è pur sempre politico!) e la maggioranza parlamentare “politicamente non strutturata”. come la definisce il premier Monti con la sua consueta monotonia, tendono ad enfatizzare le manovre economiche ed i decreti legge, con i quali stanno propinando al Paese cure da cavallo che non hanno storici precedenti.
Così come del resto enfatizzano i soffietti mediatici (quasi tutte le televisioni e la stampa); in maniera più ampia ed anzi quasi totalizzante, rispetto a quanto avveniva col precedente governo “politico” che si avvaleva del sostegno ottimistico soltanto della propria coalizione e della stampa e delle reti definite di “regime” (nella quale veniva inserito anche il TG1 RAI) e che pur sempre veniva contestato addirittura ipercriticamente (in odio a Berlusconi) da una vasta opposizione istituzionale e dei mezzi di comunicazione.
Ora, il “regime” si è molto allargato: per una sorta di euforia per ciò che sta facendo l'Italia, che addirittura – udite, udite! - viene indicata come probabile salvatrice dell' €uro e dell'Europa!
Certo, c'è un programma di sviluppo; quante volte, però, anche nel passato è stato annunciato: “ora finiamo con il rigore e cominciamo subito con la crescita”.
Ma, intanto: la pressione fiscale centrale e locale ha raggiunto altezze record; i prezzi dei generi di largo consumo (dagli alimenti ai carburanti, dalle tariffe energetiche a quelle dei servizi pubblici, etc.) sono fortemente aumentati; sale l'inflazione; stipendi e pensioni non si aggiornano alla pari (come, invero, mai è avvenuto), ma ora sono stati addirittura congelati oltre un determinato ammontare; lo stesso risparmio viene colpito; la circolazione monetaria superiore ad un certo limite è vietata (con disagi per chi non ha conti correnti, bancomat e carte di credito!).
La disoccupazione, segnatamente quella giovanile, è pervenuta a percentuali mai raggiunte in situazioni di crisi del passato; tante piccole aziende hanno tirato e stanno tirando giù le saracinesche; i grandi complessi industriali subiscono la spietata concorrenza di Paesi emergenti (soprattutto quelli asiatici), non investono e quando possono “delocalizzano”.
Le conseguenze: i consumi si riducono progressivamente;la gente tende a tutelare – talora anche non lecitamente – le proprie riserve; la domanda cala e conseguentemente non stimola l'offerta; questa, e cioè la produzione è tra l'altro compressa dalla chiusura o dal costo eccessivo delle fonti di finanziamento.
Insomma, siamo in piena – e, del resto, dichiarata - recessione; non ci si può consolare che non siamo Grecia, Spagna e Portogallo.
Ma allora anche quei toni quasi entusiastici, fomentati dagli interessati elogi di Sarkozy e di Merkel, i quali devono affrontare presto giudizi popolari e che – a mio parere – tendono anche a dissimulare le proprie interne difficoltà dirottando l'attenzione su quelle altrui, e dello stesso Obama, che deve cercare di catturare per novembre i consensi dei tanti italiani …statunitensi (mi viene in mente La Fontaine e la favola della “La volpe e il corvo”!); dicevo, quei toni vengono mal digeriti da gran parte dei nostri cittadini (i soliti tartassati), i quali, pur consapevoli delle difficoltà, gradirebbero – non già professioni di pessimismo e addirittura di sfascismo - bensì atteggiamenti di concreto realismo da parte di una governance più composta, più coerente con le posizioni del recente passato, seria e responsabile.
Tanto più che la gente percepisce – e non a torto – che tutti sono soggetti a grandi privazioni e ristrettezze (non uso il termine “sacrifici” perché non vi è nulla di “sacro”, ma molto di “mercato finanziario” in quanto sta avvenendo), eccetto le “caste”, e, cioè, quasi tutte le classi dirigenti del Paese a tutti i livelli e in tutti i settori (senza nemmeno riferirsi ai ricorrenti episodi plurimilionari – naturalmente in €uro – di corruzione e di malversazione col danaro della collettività).
E' necessario riprendere un serio dibattito politico, e chiudere l'attuale sagra di conformismo!
Personalmente, ritengo che, per sanare una economia e favorire la crescita di un Paese, il conseguimento in sé dell'abbattimento del debito pubblico e del pareggio del bilancio statale non siano gli strumenti indispensabili; ed anzi, come di recente è stato affermato nell'ambito del Fondo Monetario Internazionale, la loro troppo rapida attuazione può essere controproducente, quale fattore di ulteriori e consistenti fenomeni recessivi.
Senonché, siamo legati ad un sistema (l'Europa “monetaria”, nemmeno “finanziaria” - i mercati finanziari sono in mano agli speculatori internazionali che hanno di mira soprattutto i cosiddetti “debiti sovrani” - e lungi dal divenire “politica”) che ben ci costringe all'equilibrio con altri Paesi di questa Unione (piuttosto disunita) e ci pone alla mercé di Stati dal sistema economico-produttivo di gran lunga più forte del nostro.
Per uscire dalla nostra crisi, altro che le deprimenti manovre finanziarie fino ad oggi adottate dal Governo (prima Berlusconi e poi Monti) e dal Parlamento: ci vorrebbero misure per tagliare con decisione tutte le spese inutili o sovrabbondanti (cagionate da una classe politica anche sprovveduta ed incapace), per incrementare la produzione e l'occupazione, per stimolare i consumi, per realizzare le grandi opere di modernizzazione di cui l'Italia ha bisogno, per diminuire la pressione fiscale e il costo del lavoro, per recuperare le insopportabili evasione ed elusione al dovere di contribuire alle spese della società.
Le liberalizzazioni decise o decidende, con i conseguenti asseriti ma non provati incrementi della competitività, poiché non colpiscono e difficilmente riusciranno a colpire i grandi centri di potere economico-finanziario – banche, assicurazioni, grandi imprese energetiche, concentrazioni di patrimoni immobiliari, etc. - rischiano di abbassare ulteriormente i generali livelli di reddito della nostra collettività nazionale e di comprimere ancora di più la domanda di beni e di servizi e ovviamente la corrispondente loro offerta.
Nelle condizioni date, trovo quasi stucchevole, una sorta di cortina fumogena, il grande impegno sulla riforma della disciplina del mercato sul lavoro (quella normativa varata in un momento di economia affluente e allorché si trattava di tutelare i lavoratori nei confronti dei superprofitti dei grandi ed insaziabili capitani di industria e anche dalla loro discriminazione politico-sindacale); oggi – appunto – che il lavoro non c'è per la recessione in atto, realisticamente è da ritenere che nemmeno ci sarebbe – almeno così come se ne ha bisogno – ancorché riformata quella disciplina.
Ma abbiamo la ...camicia di forza della partecipazione all'eurozona, che ci vieta – per il patto di stabilità – misure analoghe a quelle che consentirono agli Stati Uniti di superare la grande depressione del 1929 (con una crescita successiva, tale che consentì di sostenere lo sforzo bellico e l'impegno del Piano Marshall), né possiamo ricorrere a quella “svalutazione competitiva” che per la Lira fu attuata dal Governo Amato (1992).
Per l'Italia, l'Europa a conduzione e direttorio Germania e Francia (questa col ruolo del vecchio “cavallo di scorta”) costituisce un costo molto elevato: c'è da sperare che alla fine non risulti dannoso.
In conclusione, mi sembra che nessuno sia in grado di spiegare e di convincere (né gli economisti seri e non allineati tentano di spiegare e di convincere) che gli effetti del rigore “tecnico” possa ingenerare euforia e conciliarsi con la crescita dell'economia; questa - ne sono convinto - non potrà che essere affidata a misure “politiche” suggerite dai bisogni effettivi del Paese, soprattutto dei cittadini che sono maggiormente sottoposti alle sofferenze della crisi.
In precedenti note, avevo previsto – a malincuore – che questa legislatura sarebbe in ogni caso arrivata alla scadenza maturata (ancorché non avessi previsto il cambiamento di Governo).
Ma il tempo è ormai poco, ed è prevedibile che in meno di un anno di effettivo lavoro dell'Esecutivo e del Parlamento non potranno essere varate “salvifiche” manovre strutturali capaci di trarci dalla recessione (ora ci si è messa anche l'eccezionale stagione invernale, che farà ancora decrescere il PIL!).
Auspicherei un ritorno quanto prima possibile della “politica”, affidata a rappresentanti eletti dal popolo, con un preventivo impegno del Parlamento a serrare fortemente i tempi almeno per quella riforma che il Paese aspetta ai fini della sua rappresentanza parlamentare: la riduzione dei deputati e dei senatori ed il ripristino – con il voto di preferenza – della libera selezione da parte degli elettori.
Vorrei, cioè, che almeno si ripristinasse il principio democratico che ogni popolo abbia il Governo che ha voluto, e che quindi si merita!
Marino BIANCO