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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2012

                     7/5/2012 - Una vera politica

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DALLA MENTITA “TECNICA”,
RITORNO ALLA “VERA POLITICA”
Di Marino Bianco

La melassa politica e mediatica sul governo cosiddetto “tecnico” si sta rapprendendo.
Dopo mesi di cura da cavallo non sembra proprio che la situazione economica stia cambiando in meglio, rispetto a quella dello scorso anno; anzi, i torchianti provvedimenti finanziari varati per “salvare l'Italia” hanno indubbiamente accentuato la recessione: aumentano le tasse, i prezzi dei beni di prima necessità, i carburanti, le bollette energetiche, le tariffe dei servizi pubblici; i consumi diminuiscono; la produzione non solo ristagna ma si riduce e molte piccole aziende chiudono (oltre a grandi complessi industriali da tempo in decozione); la disoccupazione aumenta e quella giovanile risulta la più alta in Europa; il PIL cala più del previsto; il tasso di inflazione cresce; il mercato immobiliare è fermo; e via discorrendo.
Si tratta di dati, autorevolmente raccolti e diffusi, che nessuno può smentire, né tentare di edulcorare.
Il rigore, al fine di conseguire la riduzione del debito pubblico e realizzare il pareggio del bilancio statale entro il 2013, non pare più essere la strada giusta - qualche tempo fa addirittura enfaticamente sostenuta - per raggiungere quegli obbiettivi.
Le liberalizzazioni e anche le proposte (peraltro, ancora molto vaghe e contestate) per la riforma della legislazione sul lavoro non risultano affatto capaci, nelle condizioni date, di fare “crescere l'Italia”.
Scettici, attendiamo la prova che quelle normative producano almeno … un posto di lavoro in più e consentano di avviare almeno ... un'attività in più; ma ad oggi sta avvenendo il contrario.
Ormai, gli osservatori imparziali, nostrani e stranieri, cominciano ad affermare – ad onta del tono suadente delle assicurazioni del premier “tecnico” - che senza una ulteriore ...spremitura fiscale, e cioè una nuova pesante finanziaria, il pareggio del bilancio nel 2013 rimarrà una chimera.
E varrà la pena ricordare che, per decisioni già prese e salva revoca, a settembre dovranno aumentare le aliquote IVA, dal 10 al 12% e dal 21 al 23%, con inevitabile ulteriore effetto depressivo sui consumi e sulle richieste di prestazioni.
Con questi chiari di luna, alla lunga anche le entrate tributarie – salvo, appunto, fare piangere ancora lacrime e sangue! – si ridurranno: i magnificati risultati della lotta all'evasione da subito possono solo quantificare l'entità delle infedeltà tributarie accertate; ma non costituiscono risorse immediate per il bilancio (a meno di non volerlo ...falsare), dovendosi – salvi anche contestazioni, contenzioso e concordati - attendere gli incassi effettivi, che di solito si realizzano a lunga gittata e con importi inferiori alle aspettative.
Ed allora, per fare cassa, occorrerà che lo Stato continui ad indebitarsi, con emissioni frequenti di BOT e BTP, per i quali non sempre la BCE e le Banche Italiane, dalla prima soccorse, potranno intervenire con acquisti a basso reddito, e rispetto ai quali ricorrentemente invece si registreranno tassi elevati, anche per manovre speculative (come si è verificato anche di recente).
Insomma, considerato il nostro indebitamento da primato, maturato in anni di soprattutto allegra amministrazione della spesa pubblica, non pare una scelta socialmente utile, ancorché imposta dall'Europa, e nemmeno una scelta... tecnicamente “azzeccata” (a dirla con Di Pietro), quella di tentare un rientro in tempi rapidi, con misure che appunto aggravano la depressione, che comprimono fortemente la domanda interna (consumo di beni e di servizi) e che corrispondentemente non stimolano la offerta (produzione di beni e di servizi).
Né si può confidare nella risorsa del turismo (anche essa ridottasi) e in quella delle esportazioni (sulla domanda dall'estero di prodotti italiani scontiamo il nostro elevato costo del lavoro – per gli oneri riflessi – e la spietata concorrenza dei paesi asiatici emergenti).
Allora, occorrerebbe smettere dall'inseguire spread e mercati finanziari, e segnatamente gli interessati diktat dei paesi europei più forti economicamente e che di fatto governano l'Eurozona, priva per contro questa di un vero ed autonomo governo politico e democratico.
La diagnosi e la terapia fino ad oggi attuate non paiono appropriate ai nostri mali, e se è vero che “l'orizzonte internazionale ed europeo è cupo”, come è stato affermato da chi ha voluto questo governo “tecnico”, è anche vero che tale considerazione non deve costituire un alibi per non intervenire a dare qualche raggio di luce al “cupo orizzonte nazionale”; atteso che lo stesso nostro Capo dello Stato, che ha fatto quell'analisi, si dichiara “assillato” dalla recessione e sollecita la necessità di azioni che “rilancino la crescita e affrontino il drammatico disagio sociale”(si aggiunga: della popolazione meno abbiente, dei tantissimi pensionati, dei lavoratori dipendenti ed autonomi, delle famiglie, di tutto il ceto medio, del meridione).
Ma le leggi dell'economia sono semplici: senza consumi non vi sono investimenti produttivi, e se non si rimuove il disagio sociale economico non si può produrre crescita.
E, in economia, la prima azione per ridurre i debiti non può essere che quella della forte riduzione delle spese inutili e non produttive secondo il principio del minimo mezzo: il nostro Paese è sotto una cappa di sperperi, di parassitismi e di ingiustificati assistenzialismi, che avrebbero dovuto e dovrebbero essere il principale bersaglio di una vera politica di risanamento; così come ormai è opinione e istanza comune dei cittadini italiani, i quali non sopportano più quelle caste e quelle classi dirigenti che hanno provocato l'attuale stato di crisi e l'insano rapporto tra il PIL e l'indebitamento pubblico.
Ma per la crescita, e cioè per rilanciare i consumi e gli investimenti, occorrono: riduzione di pressione fiscale sulle persone e sulle imprese, aumento del potere reale dei redditi e dunque di acquisto dei cittadini, ingenti investimenti infrastrutturali pubblici e privati.
Sono le cose che giustamente - ripetesi - reclama la stragrande maggioranza degli italiani (non certo coloro che – in situazioni come quella attuale – vedono invece accrescere la loro ricchezza, approfittando del collasso generale).
Ma se tutto ciò che lo Stato incassa, col torchio fiscale portato anche esso a strette da primato internazionale (!), deve essere destinato all'eliminazione del deficit di bilancio, non soltanto non sarà possibile il rilancio della crescita, ma alla fine non si raggiungerà nemmeno il pareggio di bilancio per la mancata fruizione di quelle entrate che la stessa crescita procurerebbe.
Insomma, nell'affrontare la crisi economica del Paese non pare proprio che la ricetta giusta sia quella fino ad ora esclusivamente praticata dal governo “tecnico" bocconiano: “mancano i soldi, aumentiamo le gabelle”!.
E, oltre alla carica suprema dello Stato, finalmente anche la maggioranza “ABC” cosiddetta “non strutturata”, ad eccezione dell'ecumenico Casini, cominci – sia pure da diversi punti di vista – a manifestare indubbi segni di impazienza, e a riprendere, dopo una fase di anacronistico consociativismo o di pseudo “grande coalizione”, un confronto dialettico al proprio interno e col Governo.
Ritengo da tempo che sarebbe bene accantonare la “tecnica” e ritornare alla “politica”; però, quella “vera”, sana ed efficiente che vorrebbero i cittadini e gli elettori, capace di affrontare i problemi della economia, i rapporti con l'Europa, le altre tante emergenze nazionali (da ultimo, la recrudescenza della corruzione e della malversazione del denaro dei contribuenti), che sia capace, superando gli interessi di fazione e talora personali e gli strumentali scontri di potere, di mettersi al servizio del Paese, di avvertire e di impegnarsi per alleviare “il disagio sociale”, di evitare la condanna dell'Italia ad un lunghissimo periodo – come, altrimenti, succederebbe – di “cupo orizzonte nazionale”.
Non, dunque, la politica che continui ad alimentare l'”antipolitica”, e che sia gestita da quei partiti e da quei gruppi, che hanno rappresentato anche essi – come le vicende degli ultimi giorni dimostrano – una escrescenza antidemocratica e una concausa dei guai economici e del “disagio sociale”.
Per questo, è necessario che la parola ritorni al popolo, affinché scelga esso il proprio destino.

Marino BIANCO