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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2012

                     10/9/2012 - UNITA' D'ITALIA - 1

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Il XX giugno 1859 dall'insurrezione alla repressione, a cura di Gian Biagio Furiozzi,
Pisa-Roma, Fabrizio Serra Ed., 2011
Recensione di Bruno Becchi

Il libro che presentiamo e il convegno tenutosi a Perugia nel dicembre 2009, di cui costituisce gli atti, si inseriscono come contributi qualificanti nel contesto della ricostruzione dei fatti che portarono all'Unità d'Italia poco più di 150 anni orsono. Infatti le due iniziative - il convegno ed il volume - sulla strage perugina del 20 giugno 1859 colgono l'occasione della ricorrenza del secolo e mezzo per proporre una riflessione approfondita e ben articolata su quello che può essere definito l'episodio più significativo del Risorgimento umbro. Il volume si apre con una Prefazione nella quale il curatore, Gian Biagio Furiozzi, ripercorre le ragioni e i criteri ispiratori che sono stati all'origine del convegno, sottolineando come la ricorrenza dei 150 anni, sia stata colta come occasione per fornire un apporto di conoscenza sulla strage, attraverso una riflessione storica rigorosa, basata sulla documentazione disponibile. E' infatti la via dell'indagine storica la sola percorribile per cercare di capire le ragioni non tanto della violenza contro gli insorti, quanto di quella che, una volta passati dalla fase della repressione a quella del saccheggio, si abbatté in modo indiscriminato su anziani, donne e bambini, divenuti bersaglio di una furia cieca e brutale; cittadini inermi che ebbero la ventura di trovarsi sulla strada di mercenari al soldo dello Stato pontificio totalmente votati al saccheggio, alla rapina, all'uccisione. Che si trattasse di una violenza ormai fuori controllo è testimoniato dal fatto che - come ebbe a scrivere Pasquale Villari - si diresse pure verso monasteri, chiese, ospedali, istituti per orfane . Così come è testimoniato dalla vicenda Perkins, una famiglia americana, in quel periodo alloggiata in una locanda perugina, fatta oggetto di saccheggio e di minacce. La questione Perkins fu all'origine di un vero e proprio caso diplomatico con tanto di protesta formale presso lo Stato pontificio e di relazione dettagliata inviata al proprio governo dall'ambasciatore americano a Roma, John Stockton . Vasta eco l'affaire Perkins ebbe poi sulla stampa internazionale, a partire dal New York Times che, con un articolo pubblicato il 25 giugno , contribuì a diffondere oltre i confini nazionali un senso di profonda indignazione nei confronti del Vaticano e del governo pontificio. Del resto si trattò di una violenza che si svolse, in rapida successione, su ordine, con il silenzio-assenso ed infine con la riconoscenza del governo pontificio. Esemplare dell'atteggiamento e delle responsabilità papaline è un documento, invano smentito da parte vaticana, firmato dall'Uditore generale militare del papa, cav. Luigi Mazio, in cui si istruisce il comandante del Corpo di spedizione vaticano, colonnello Anton Maria Schmid, ordinandogli di agire con "rigore perché servir deve d'esempio" e di "fare decapitare i rivoltati che si trovassero nelle case" . Ovviamente da qui a vedere "rivoltati" ovunque, nelle case, nelle locande, perfino, come abbiamo visto, nei monasteri e negli ospedali, e sterminarli il passo è breve; anzi talmente breve e, agli occhi delle gerarchie politiche vaticane, così condivisibile che alla fine il colonnello Schmid ebbe, per il suo operato, onorificenze e, al momento della morte, funerali solenni e auspici di beatitudine. Non è pertanto privo di fondamento definire, come fu fatto dalla stampa internazionale, i massacri di Perugia come "stragi autorizzate dal papa".
E' chiaro che per capire le ragioni di tale e tanta violenza occorre contestualizzare gli avvenimenti, soffermandosi sulla situazione dello Stato pontificio all'indomani della Seconda guerra d'indipendenza. Di fronte alla prospettiva della costituzione di uno Stato nazionale sotto il labaro sabaudo, il governo pontificio avvertiva sempre più incombente la possibilità della fine di quel potere temporale che aveva avuto origine nell'Alto Medioevo. L'insurrezione di Perugia appare così a Pio IX ed ai suoi collaboratori come l'inizio di una lotta, capace di estendersi poi alle altre Province pontificie, per sottrarre quelle terre al "legittimo" potere ed annetterle al Regno dei Savoia. Tanto più che ciò avveniva, come ha sottolineato nel suo intervento Romano Ugolini, in un momento in cui lo Stato della Chiesa si trovava in una condizione di forte isolamento politico e quindi di sostanziale debolezza. Ugolini ricostruisce il quadro delle relazioni internazionali e l'operato del Segretario di Stato Vaticano, card. Giacomo Antonelli, con particolare riguardo ad Austria e Francia, le due potenze europee con maggiori interessi nella penisola. In tale contesto, le iniziative del cardinale Segretario di Stato, prima fra tutte la richiesta nel febbraio 1859 di ritiro delle truppe austriache e francesi dal territorio pontificio, sono volte a mostrare una forza ed un'autonomia politica del tutto inesistenti. La debolezza istituzionale e la mancanza di autorevolezza si rifletteva, fra le altre cose, anche nello scarso senso della disciplina che vigeva nelle truppe. In quest'ottica, rilevante è l'intervento di Pier Tullio Lauri sui centri esteri di arruolamento e sui reggimenti pontifici, con particolare riguardo naturalmente a quello comandato dal colonnello Schmid, protagonista degli eventi perugini. Da tale contributo emergono gli episodi di indisciplina, diserzione e insubordinazione e, per contro, la promozione di Schmid a Generale di Brigata, il 21 giugno, cioè all'indomani della feroce repressione e prima di una missiva del 29 giugno, in cui il neo-generale si sforza di far passare la brutale violenza come reazione alla resistenza nemica e non come "brama di saccheggio" .
Parziale sarebbe però la riflessione sulle stragi di Perugia se essa rimanesse circoscritta entro i confini del capoluogo umbro o comunque dello Stato pontificio. Di ricostruire il filo delle reazioni che il 20 giugno perugino ebbe in Piemonte si è fatto carico Gian Biagio Furiozzi. Il suo intervento si articola attorno a quattro cardini: l'atteggiamento di Cavour, della stampa torinese, degli esuli politici rifugiatisi a Torino, del re Vittorio Emanuele II. Sulla scia di quanto sostenuto da Ugolini nel suo libro su Il sacrificio di Perugia , Furiozzi sgombra immediatamente il campo da un diffuso giudizio storico che vede l'atteggiamento di Cavour viziato da tradimento e cinismo. In realtà esso fu condizionato dalla preoccupazione primaria di non offrire alle truppe francesi l'occasione di intervenire a difesa dello Stato pontificio. Del resto occorre tener presente che nel luglio 1858 vi era stata la firma degli accordi di Plombières e dell'alleanza franco-piemontese in funzione antiaustriaca, che prevedevano, fra l'altro, non solo la sopravvivenza dello Stato pontificio, ma anche la presidenza assegnata al papa della Confederazione italiana che sarebbe dovuta uscire dalla vittoria della guerra contro l'Austria.
(continua vedi UNITA' D'ITALIA - 2)