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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2013

                     25/4/2013 - LE CARCERI

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OGGI, COME PIU' DI UN SECOLO FA!
Di Marino Bianco

Ahimè, non è un paradosso!
Più di un secolo fa delle carceri italiane si parlava così come oggi.
La fonte: un articolo di Piero Calamandrei, dal titolo “Bisogna avere visto”, sulla rivista “Il Ponte” del Marzo 1949 (cinquantaquattro anni or sono), nel quale si esordiva richiamando ciò che scriveva Filippo Turati nel suo opuscolo “Il cimitero dei vivi”, in cui il fondatore del socialismo riformista italiano riportava un proprio intervento alla Camera dei Deputati del marzo 1904!
E vale la pena rileggere quelle parole di Filippo Turati, che aveva fatto anche esperienza diretta non solo come avvocato ma anche come recluso politico:
”Le carceri italiane... rappresentano l'esplica-zione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere non è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori...“
Filippo Turati, alla fine di quell'intervento parlamentare e in quello opuscolo, esprimeva però la convinzione che il sistema carcerario italiano sarebbe stato riformato.
Ottimismo smentito dall'avvento del fascismo e dal varo dei codici penali Rocco.
E, Piero Calamandrei, nel suo articolo di oltre mezzo secolo fa, sottolineava appunto come la previsione di Filippo Turati non si fosse avverata, poiché la condizione delle carceri – nel 1949 - non era affatto cambiata, sotto l'aspetto edilizio ed igienico (invero, anche per le distruzioni belliche), e per la permanenza nella disciplina dei reclusori di un clima burocratico ed autoritario, anche retaggio del regime autoritario, ben lungi dallo spirito emendativo e recuperatorio previsto solennemente dalla Costituzione da poco varata (nella Patria di Cesare Beccaria).
Certo i tempi sono profondamente cambiati, ed i contesti storici, sociali, economici, culturali e politici di oggi non sono affatto comparabili a quelli in cui vissero ed operarono Filippo Turati, prima, e Piero Calamandrei, poi; come sono mutati tipologie di reati e di rei, questi in parte anche etnicamente, ed i fattori che la scuola positiva del diritto penale definiva “mesologici” o, più comprensibilmente, sociali (più che l'ignoranza e l'arretratezza culturale di un tempo, oggi, il bisogno, la disperata immigrazione ed il disadattamento).
Ma è appunto drammatico constatare che, più di cento anni dopo la denuncia di Filippo Turati, nel nostro Paese siamo ancora alle prese con il problema della umanità della pena detentiva (e – occorre aggiungere – della carcerazione preventiva) e della rieducazione del condannato (e, naturalmente, del trattamento civile di chi, non ancora condannato e benché assistito dalla presunzione di non colpevolezza, subisce la custodia cautelare in carcere!).
Infatti, dalle parole di Filippo Turati e di Piero Calamandrei, possiamo passare all'assonante intervento del Procuratore Generale della Corte di Appello Beniamino Deidda, all'inaugurazione dell'anno giudiziario dello scorso anno:
”Il degrado della custodia carceraria in questo Paese ha raggiunto livelli inaccettabili. In Toscana il carcere di Sollicciano costituisce uno degli esempi più drammatici: raramente si sono toccate punte di tale gravità nell'affollamento degli Istituti Penitenziari. Un carcere affollato è di per se stesso contrario al senso di umanità, cioè a quel limite invalicabile che è posto dalla stessa Costituzione. In queste condizioni non solo l'esecuzione della pena non può tendere alla rieducazione dei condannati, ma lede gravemente la loro dignità di uomini.“
Ed ancora alle parole della relazione di quest'anno del Presidente del Tribunale di Sorveglianza, Dott. Antonietta Fiorillo, al Presidente della Corte di Appello di Firenze, Dott. Fabio Drago, in vista dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2013:
”Corre l'obbligo di segnalare la gravissima situazione di sovraffollamento che da tempo sta vivendo il carcere in quanto tale, con riferimento a tutti gli istituti della Regione ...il numero dei soggetti ristretti va ben oltre quello della capienza regolamentare e spesso della capienza tollerabile”.... ed ancora “i dati numerici evidenzino come il sovraffollamento continui ad essere il problema drammatico ....”. ”
Rispetto al quale dramma, la legge 199/2010 sulla “detenzione domiciliare” (possibile per una pena detentiva fino a diciotto mesi, ma con presupposti e condizioni che la rendono di difficile attuazione) e quella del 17.02.2012 c.d. “svuota carceri” -come la stessa Dott. Antonietta Fiorillo ha riconosciuto - hanno prodotto effetti pressoché nulli (di condannati non detenuti ma con bracciale elettronici pare che ve ne siano meno di qualche decina!).
Se si leggono i dati, comparando le statistiche del 2011 ad esempio con quelle del 2012, riportati nella richiamata relazione, nella Casa Circondariale di Sollicciano vi è stata un incremento dei soggetti ristretti, inoltre “con un numero di detenuti extracomunitari che talora supera il 50%”. Potrebbero essere detenute più di 500 persone, ne sono ... ospitate oltre mille (al di là della capienza tollerabile).
E' superfluo ricordare i suicidi consumati e tentati, ed i vari episodi di violenza collettiva nascenti dalla esasperazione.
Insomma, la condizione delle carceri nel nostro Paese è anche nella nostra Regione è contraria al senso di umanità, ai principi consacrati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, alla funzione di rieducazione e reinserimento, che la pena, come sancito dalla nostra Costituzione, dovrebbe svolgere (in effetti, invece, l'insopportabile promiscua convivenza cui sono costretti i detenuti, rende spesso le carceri – come è stato autorevolmente detto - “università del crimine”). Il Capo dello Stato, dopo una recente visita a San Vittore ha dichiarato che “il nostro sistema carcerario è incostituzionale”!
Ogni commento è superfluo!
E' necessario accrescere la sensibilizzazione dell'opinione pubblica su questo tema fondamentale per la tutela dei diritti umani, e per stimolare la classe dirigente e politica ad affrontare e risolvere una questione che ci espone al ludibrio da parte dei Paesi civili e alle numerose procedure di infrazione da parte della Comunità Europea, alle condanne della Corte Europea di Strasburgo.
Certo che le “battute” (non si saprebbe come altrimenti definirle) con cui ha esordito il confronto post-elettorale non fanno ben sperare: latitano ogni riferimento ed impegno in merito alla crisi della Giustizia e alla “incostituzionalità” (così autorevolmente definita!) delle carceri italiane. Marino BIANCO