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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2013

                     19/9/2013 - LA BALIA DI RISTONCHI

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di Silvia Barchielli


Nerone trascinò il calesse per gli ultimi due chilometri ansimando; non solo perché nelle tre ore precedenti era andato di buona lena, ma anche perché quell’ultimo tratto di strada, lasciato Pelago e poi Paterno, era tutto, inesorabilmente, in salita. Mancavano ancora poche curve all’arrivo e non stavo più nella pelle; abbassai il mantice per godermi il fresco del bosco e puntuale arrivò il rimprovero di Antonio, il cocchiere: “Signorino Attilio, così si raffredderà … sua madre si è raccomandata … “
“Si è raccomandata di che … ?” quasi sorrisi pensando alla falsità di quell’affermazione. Mia madre a malapena mi aveva salutato la sera prima della mia partenza per Ristonchi, dove avrei passato, come al solito, le vacanze estive presso la mia balia. La cameriera la stava aiutando a fare i bagagli per Parigi, dove i miei genitori avrebbero trascorso le loro vacanze in compagnia dei soliti amici, colleghi banchieri di mio padre; la preoccupazione di mia madre in quel momento era tutta rivolta ad abbinare le giuste scarpe ai diversi abiti che avrebbe portato con sé; mi aveva detto soltanto: “Divertiti ma studia, anche se sei in vacanza, non farmi stare in pensiero!” poi mi aveva baciato torcendo la faccia fino a sfiorare la mia guancia col suo orecchio … poteva chiamarsi un bacio, quello? Sorridevo pensando all’accoglienza che generalmente mi riservavano Gertrude e la sua famiglia … sua famiglia … ? La mia famiglia; soltanto a casa della mia balia a Ristonchi potevo dire di stare veramente bene: quella era casa mia, Gertrude era mia madre … lei mi aveva allattato, lei mi aveva insegnato a camminare e a parlare. Antonio e una cameriera mi avevano accompagnato a Ristonchi poche ore dopo la mia nascita; i miei genitori per due anni avevano ricevuto mie notizie tramite le lettere che il guardiacaccia, il marito di Gertrude, spediva loro regolarmente ogni due mesi per aggiornarli circa il mio peso e la mia salute; una sola volta, al compimento del mio primo anno, i miei genitori vennero a trovarmi; fu l’unica occasione in cui ebbero rapporti diretti con la balia.
Tre curve ancora … quella strada la conoscevo a memoria; non resistevo più e saltai giù dal calesse; Antonio se ne accorse soltanto perché, correndo, lo sorpassai; mi urlò qualcosa ma non lo ascoltai neanche. Corsi a perdifiato fin quando giunsi ai piedi delle possente torre medioevale che, prima di vegliare i miei giochi infantili insieme a Gino, il mio fratello di latte nonché compagno d’armi di infinite battaglie cavalleresche, aveva offerto rifugio, nel 1248, ai Guelfi cacciati da Firenze. In quell’occasione, essa fu distrutta dall’esercito ghibellino che l’aveva assediata; venne poi ricostruita nel 1346. Anche gli abati di Vallombrosa vi avevano, nei secoli, trovato rifugio spirituale …. Quante cose, nelle nostre lunghe veglie estive, mi aveva raccontato il guardiacaccia a proposito di quell’antica rocca … come tutti castelli dei dintorni, era appartenuta inizialmente ai Conti Guidi e ai Signori da Quona ed era stata costruita come baluardo militare, offrendo una buona panoramica dai suoi quasi seicento metri di altitudine. “Comunque, il nome Ristonchi deriva da ristona, una parola etrusca che significa cresta, a significare che la costruzione si trova proprio sul crinale … ” aveva detto l’uomo una sera in cui era particolarmente propenso a far sfoggio delle sue conoscenze. Ripensavo a tutte queste cose mentre ammiravo la torre e la chiesetta adiacente e già pregustavo tutti i giochi che di lì a pochi minuti avrei improvvisato, al fresco della loro ombra, con Gino e gli altri ragazzi del borgo. Il calesse mi raggiunse; io ripartii di corsa fiondandomi nel viottolo in discesa che aggirava la torre e conduceva alle casette di pietra che formavano il piccolo villaggio; le guardavo tutte sorridendo, ma ne cercavo soltanto una … eccola! Mi fermai davanti al piccolo cancello di legno che delimitava l’aia nella quale una donnona stava china su un mastello, intenta a sciacquare lenzuola di cui pregustavo già il profumo che mi avrebbe avvolto nel fresco di quelle agognate notti. Stavo immobile e in silenzio ad osservarla ma nonostante ciò, in breve lei si voltò e si tirò su, portando le mani alla schiena; sgranò gli occhi ed urlò: “Brigante! Mi hai buggerata anche quest’anno! Non dovevi arrivare fra tre giorni?” Intanto mi corse incontro asciugandosi le mani al grembiule; non feci in tempo a sottrarmi al suo abbraccio e d’altra parte per niente al mondo lo avrei fatto … mi strinse fin quasi a stritolarmi e mi baciò cento volte riempiendomi del suo piacevole odore, un profumo che tutte le pregiate essenze di mia madre non avrebbero mai potuto uguagliare. Udendo quel trambusto, uscirono di casa anche due giovanotti e un ragazzetto della mia età; tutti mi sorrisero e Gino mi si gettò al collo. Poi fu la volta dei suoi fratelli maggiori, che vollero saggiare la potenza dei miei muscoli rispetto all’estate precedente e per questo mi tirarono su le maniche della camicia. Mentre Antonio, raggiuntomi, cominciava a tirare giù i bagagli dal calesse, iniziai a togliermi le scarpe e la camicia; corsi al mastello e inzuppai le mani nell’acqua fresca, poi le portai ai capelli per togliermi la cera con cui la cameriera me li aveva unti quella mattina; adesso ero a posto, ero come Gino. Gertrude iniziò a brontolare raccogliendo le scarpe e la camicia dicendo che ormai ero abbastanza grande e non avrei dovuto essere così disordinato; mentre borbottava mi riafferrò e mi baciò di nuovo. “Andiamo a cercare il babbo nel bosco! Sarà contento di vederti!” gridò Gino tirandomi per un braccio; lasciai a malincuore la stretta di Gertrude, ma sapevo che poco distante da lì, fra meravigliosi alberi secolari, un abbraccio ancora più possente mi attendeva.
Silvia Barchielli