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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2013

                     19/9/2013 - DAL POLITICISMO ALLA POLITICA

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Di Marino Bianco

Le “larghe intese” allo stato hanno resistito allo tsunami della sentenza della Corte di Cassazione, di condanna definitiva di Silvio Berlusconi.
Sentenza, peraltro, largamente prevedibile e prevista (indipendentemente da ogni polemica se sia giusta o ingiusta); e, proprio per questo, sin dalla costituzione della maggioranza era stato escluso, da PDL e PD e dallo stesso Silvio Berlusconi, che essa di per sé e per i suoi inevitabili effetti avrebbe potuto compromettere la sopravvivenza del governo di Enrico Letta.
A parte tale conclamato e più volte confermato impegno, era tuttavia impensabile che l'esito del procedimento dinanzi alla Suprema Corte (quale che fosse stato) non avrebbe provocato le reazioni,
anche nel crescendo degli ultimi giorni circa "l'agibilità politica" del capo del centro-destra, tra i partiti della attuale coalizione, che fino a dopo le elezioni erano stati violentemente antagonisti (e non solo nella forma della necessaria e corretta dialettica democratica!), anche con specifici riferimenti alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi.
Ma - nonostante gli attuali e apparentemente irriducibili scontri ed inconciliabili posizioni -, si dovrebbe concludere che, se fino ad oggi ha prevalso, dovrebbe continuare ragionevolmente a prevalere, nell'interesse del Paese, il senso di responsabilità invocato e anzi preteso dal Capo dello Stato, affinché il Paese sia comunque governato, nelle condizioni date e stante la grave emergenza economico-sociale.
Il governo in carica è nato appunto nella convergenza di formazioni politiche così diverse (per storia, tradizioni, cultura, rappresentanza sociale e struttura organizzativa) per affrontare e risolvere al meglio (non essendovi in Parlamento soluzioni alternative, a causa di risultati elettorali, che non è mestieri nuovamente commentare) non solo i problemi della più grave recessione economica dal dopoguerra ad oggi, della disoccupazione, del calo verticale della produzione e dei consumi, della insopportabile pressione fiscale (e, in questo drammatico scenario, per rivedere anche la natura e i contenuti dei nostri rapporti con l'Europa: per far sentire le nostre esigenze con voce più stentorea), ma anche per superare il deficit di partecipazione democratica (il distacco tra la società civile e la politica), sciogliendo grovigli che da decenni costringono in una camicia di forza il funzionamento del nostro sistema, per riformare una legge elettorale, che non dovremmo aver più timore di definire truffaldina; per modificare un sistema istituzionale sovrabbondante e ormai sovrastrutturale dai notevoli costi che comporta, sistema che - sopratutto - non consente al popolo di esercitare compiutamente la propria sovranità, impedisce la formazione di omogenee e stabili maggioranze, produce viscosità nell'assunzione di decisioni efficaci e tempestive.
Se queste sono state e permangono le ragioni delle "larghe intese", allora si dovrebbe convenire che la sorte del governo dovrebbe prescindere dalle vicende personali del leader del centro-destra.
Semmai, in questo quadro (e tenuto conto anche dell'impegno di governo di revisionare la seconda parte della Carta Costituzionale anche per quanto attiene all'equilibrio tra i poteri dello Stato), dovrebbe essere venuto meno l'alibi delle leggi ad personam o contra personam, e sarebbe giunto il momento che anche la questione “giustizia” fosse affrontata seriamente ed organicamente, senza strumentalizzazioni di parte.
È da rilevare che ora da alcuni politici e commentatori appare porsi maggiormente l'accento sulle condizioni inaccettabili della “giustizia civile” (vale la pena osservare che le disposizioni al riguardo del c.d. “decreto del fare” spingono piuttosto verso un'ulteriore privatizzazione di una funzione che dovrebbe essere, invece, essenzialmente pubblica).
Ma non va dimenticato che, se il cattivo (pessimo) funzionamento della “giustizia civile” produce riflessi sulla economia, e si caratterizza per estrema lentezza, carenza di organici di magistrati ed ausiliari, inadeguatezza di mezzi e strutture e non logica distribuzione delle sedi ( la c.d. “geografia giudiziaria”); tali inconvenienti indubbiamente presenti anche nella "giustizia penale" risultano ancor più inaccettabili, ove si consideri che questa attiene al rapporto tra il cittadino e lo Stato in termini di garanzie, di tutela della libertà e della dignità della persona, dei diritti dell'uomo (si pensi, ad esempio, alle condizioni delle nostre carceri, per il superamento delle quali non si può certo confidare sulla normativa definita “svuotacarceri” - che brutta e incongrua espressione! - di recente riproposta); e, al contempo, attiene alla sicurezza della società e alle protezione delle persone offese da comportamenti antisociali, di micro e macro criminalità.
E, rispetto a tali finalità, le norme vigenti del diritto penale e del diritto processuale penale risultano ben più inadeguate e superate degli attuali istituti di diritto civile e processuale civile.
Allora, se il Paese ha bisogno di un governo che, dopo decenni di esperienze negative (da ultimo, con una politica di estremo rigore che ha acuito la crisi e che oggi, a posteriori, è da tutti criticata e contestata, segnatamente, dai ceti produttivi: lavoratori e imprenditori); se la maggioranza che sostiene l'Esecutivo Letta è una “maggioranza di responsabilità”, responsabilmente nei partiti delle “larghe intese” debbono cessare i confronti tra “falchi” e “colombe” circa la permanenza e la durata di tale esperienza politica, debbono abbandonarsi i “politicisti” scontri su questioni che esulano dall'azione di governo come concordata, sulla guida dei partiti e sulle candidature per il premierato (quando un governo ed un premier comunque ci sono e devono essere concretamente sostenuti, affinché attuino il programma, piuttosto che ...accapigliarsi per preparare l'avvicendamento!).
Non si può non concordare con Enrico Letta, che – salvo in seguito deludere – mostra di avere stile e preparazione per un buon Presidente del Consiglio: aprire una crisi nella presente congiuntura sarebbe un gesto irresponsabile ("una follia"), contrario agli interessi del Paese.
Dunque, se tutti – e si sottolinea “tutti” - davvero vogliono contribuire alla ripresa ed al cambiamento, non debbono solamente invocarli, ma sono tenuti a guardare in faccia la realtà, anche quella globale, ad elaborare un progetto politico sostanziato da contenuti precisi e condivisi; non limitarsi a sterili analisi, non inseguire lo scontro interno ed esterno – come essenzialmente è avvenuto negli anni addietro – su questioni di meri schieramenti, di alleanze, di simboli o brand (con il rischio di creare contenitori che poi risultino vuoti), di leadership non ridurre la politica a logiche e, peggio ancora, a lotte di potere con assurde contrapposizioni frontali; in ultima analisi, a non far prevalere il “politicismo” (identikit, oltretutto, di una classe politica mediocre e di mestieranti) sulla “Politica” (propria, invece, di chi ha senso di responsabilità, conoscenza e competenza, di una classe politica, cioè, vera e non inventata, animata da passione e spirito di sevizio!).
“Politique d'abord”, prima di tutto la “Politica” (parafrasando un'espressione cara a Piero Nenni) …
E, intanto, i partiti della sinistra riformista dovranno darsi una moderna identità, collocarsi a pieno titolo nella famiglia del socialismo europeo, rinnovarsi, anche anagraficamente, nei gruppi dirigenti. Marino BIANCO