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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - SPECIALE 110 ANNI DEL PSI

                     29/5/2003 - 110 anni PSI (1° PARTE)

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di Valdo Spini
Per il centodiecesimo anniversario della fondazione del PSI.
Pontassieve, 2 Dicembre 2002

Vorrei partire da un ricordo personale.
Ho avuto la ventura di essere presente come giovanissimo delegato alla celebrazione dell’ottantesimo anniversario della nascita del partito al Congresso del PSI di Genova del 1972.
Il discorso di apertura del Congresso- un bel discorso- fu pronunciato da Fulvio Cerofolini. L’elaborato cerimoniale politico del tempo non prevedeva l’intervento di Sandro Pertini forse perché troppo imprevedibile. Ma la sua presenza alla presidenza era tanto caratterizzante che egli non poteva passare inosservato. Cerofolini,, felicemente complice, gli dette la parola dicendo che Pertini avrebbe portato il saluto dei socialisti della Liguria. Sandro, parlando a braccio, si portò dietro la platea. Le sue affermazioni potevano sembrare scontate, ma in bocca a lui tali non erano. I socialisti italiani- egli disse tacitianamente, avevano fatto di una plebe un popolo. Ed era vero, era proprio così. L’atto, da tante parti criticato, pensiamo ad Antonio Labriola, di fondare un partito si rivelò un atto positivo un grande successo politico. Il partito socialista fu uno strumento decisivo per il miglioramento delle condizioni materiali e civili del proletariato italiano.
Ed il partito socialista, pur tra errori, contraddizioni, scissioni, momenti di arretramento, crebbe fino a diventare nel 1919 addirittura il partito di maggioranza relativa nella Camera dei Deputati italiana. Fu il suo acme, ma, per le contraddizioni politiche che lo animavano, anche l’inizio della fine. Non a caso Pietro Nenni intitolò «Il diciannovismo» un libro dedicato ai quattro, tumultuosi anni, contrassegnati anche dall’occupazione delle fabbriche che precedettero il fascismo. La società italiana non resse al peso economico e sociale della prima guerra mondiale e delle sue seicentomila morti. Il partito socialista, percorso dal massimalismo e confrontato dal mito dell’ottobre sovietico, non fu in grado di essere forza di governo in quel difficile momento.
Avvenne così la scissione comunista del 1921, quella, tardiva, dei riformisti del 1922, la marcia su Roma di Mussolini e l’avvento del fascismo . La violenza fascista, e poi l’abolizione delle libertà politiche e sindacali sbriciolarono la forza politica, sindacale, economica costruita con tanti sacrifici in molti decenni.
Ricordo l’ultimo – bellissimo e disperato-discorso parlamentare di Claudio Treves, il dioscuro, con Filippo Turati, del socialismo riformista italiano pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 10 agosto 1922: «quanto a noi, avviliti, cacciati, umiliati, percossi, morti davanti alle innegabili cruenti vittorie vostre, vi diciamo: voi avete distrutto dei materiali esteriori del socialismo, noi li rifaremo. Due volte arso, due volte è risorto l’Avanti…. Voi non potete distruggere senza uccidere la madre, il proletariato nell’alvo della Società capitalistica, coi suoi modi propri di vita e di sviluppo. Non avete distrutto e non potete distruggere, e più farete e più accenderete la volontà di socialismo delle masse». Un discorso disperato, ma anche un atto di fede. Di quel grande riformismo italiano, che non cedendo al massimalismo, rifiutando il comunismo, considerò sempre per altro la classe lavoratrice nel suo insieme come proprio ineliminabile punto di riferimento ideale e politico e necessaria e indispensabile la sua collocazione nella sinistra.
Cominciò la notte buia del fascismo, una notte in cui il punto di riferimento ideale fu la fiamma del sacrificio di Giacomo Matteotti.
Il PSI fu quindi il vero sconfitto dall’avvento del fascismo e nel corso del ventennio e poi nella guerra e nella resistenza subì il sorpasso organizzativo da parte del Partito comunista italiano, nonostante l’appassionato volontarismo della corrente socialista eretica di Carlo Rosselli e di Giustizia e Libertà prima, del partito d’Azione poi.
Pure, nonostante tutto, alle prime elezioni politiche generali del 1946, il Partito socialista si presenta ancora come il primo partito della sinistra italiana, superando in voti, anche se di poco, il più organizzato partito comunista, e lasciandosi abbondantemente alle spalle il glorioso Partito d’Azione, rivelatosi peraltro un partito con una grande testa e ma con un corpo molto smilzo.
In quegli anni –bisogna essere oggettivi- nonostante tutte le attenuanti storiche e politiche del momento, l’errore fatale venne compiuto da Pietro Nenni che, invece di collocare il partito socialista italiano accanto agli altri partiti socialisti, socialdemocratici o laburisti dell’Europa occidentale, lo collocò accanto al Partito comunista italiano. Il PCI, sia pure con una sua originale elaborazione teorica, era legato all’Unione sovietica e allo stalinismo e lo stesso fece anche il PSI con il Fronte Popolare.
Giuseppe Saragat capì invece questa necessità di schieramento con il socialismo europeo, ma il suo partito rimase troppo inferiore di forza sia elettorale che sociale per rappresentare da solo questa prospettiva socialista.
Ci vollero quasi dieci anni, ci vollero i carri armati russi a Budapest per riportare Nenni nella sua collocazione naturale, mentre per ritornare nell’Internazionale socialista il PSI dovette addirittura attendere l’unificazione col PSDI del 1966, rimanendoci anche dopo la successiva, nuova scissione del 1969.
Il PSI nel secondo dopoguerra scrisse pagine memorabili nella lotta per la difesa della democrazia e per le riforme. L’assunzione di responsabilità di governo dopo il luglio ’60, cioè dopo la caduta di quel governo Tambroni che aveva l’appoggio determinante dell’allora MSI, le entusiasmanti riforme del primo centro-sinistra, la scuola media unica e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, nonché quelle del secondo ciclo riformatore del centro-sinistra degli anni settanta, come l’istituzione delle regioni, effettuata da un governo che aveva come vice presidente del Consiglio il compianto Francesco De Martino, o la riforma sanitaria. Le lotte per i diritti civili, i referendum per il mantenimento delle leggi sul divorzio e sull’aborto, tutti grandi momenti di modernizzazione di liberazione del paese, di emancipazione per le donne.
Più si ripercorrono queste pagine politiche e più si deve dare a questo vecchio PSI l’onore delle armi di una battaglia dura e difficile per mantenere da un lato la democrazia e dall’altro cambiare, riformare, modernizzare il paese, difendere –ed è cosa molto attuale- la laicità dello Stato.
Pure il giudizio storico non può che amaramente sottolineare, come, causa anche la scissione del PSIUP, il PSI non sia stato in grado più di riprendersi veramente dalla batosta del 1948. Le sue percentuali elettorali non riusciranno più a tornare quelle del 1946, mentre d’altra parte il PCI spiccava quel volo che doveva portarlo nel 1976 al 34%, alle soglie del sorpasso con la DC.
Da questa frustrazione, dal formarsi nel 1976 del monocolore Andreotti, scaturisce la segreteria di Bettino Craxi, l’uomo cui lo stesso Riccardo Lombardi, così lontano dalle sue posizioni e dai suoi metodi, riconosceva di avere restituito l’orgoglio ai socialisti di essere tali. Craxi trasformò quella che De Martino viveva e gestiva come sofferenza e che Lombardi combatteva in nome dell’alternativa, e cioè la collaborazione di governo con la DC, in uno stato di ricatto politico permanente, giungendo fino ad accettare beffardamente l’appellativo di Ghino di Tacco, che Eugenio Scalfari gli aveva gettato contro. Ma bisogna ricordare che, in parallelo, al Progetto Socialista di Torino venivano associate le migliori intelligenze della sinistra revisionista italiana, mentre in un nuovo manifesto si cercava di recidere il collegamento tra socialismo e marxismo, ricollegando il primo ad altri filoni ideologici come il pensiero di Proudhon. (A
noi- detto per inciso- sarebbe piaciuto di più che lo avesse collegato ad un post-marxista come Rosselli).