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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2014

                     20/2/2014 - LA SALA DELLE EROINE

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Un mercoledì mattina decisi di partire da Firenze per recarmi a Pontassieve, con l’intenzione di rivedere il pittoresco mercato, i cui suoni e rumori mi avevano, quasi vent’anni prima, fatto una piacevole compagnia mentre ero intento al mio lavoro. Ricordavo ancora nitidamente il vocio invitante dei venditori ambulanti, i ragli dei muli, le ruote dei carri e dei barrocci, l’allegro chiacchiericcio delle donne che si riunivano in capannelli o che si allontanavano lentamente, le urla dei bambini che a vario titolo, avevano evidentemente marinato la scuola … tutto quel clamore, concentrato in una mattina alla settimana, anziché infastidirmi, mi aveva fatto sentire vivo, parte di un mondo reale che mi ero sempre sforzato di trasmettere nei miei dipinti. Dipinti che, in questo caso, avrebbero dovuto narrare le storie di sette donne italiane, più o meno note per le loro gesta eroiche; questo lavoro mi era stato commissionato dal signor Giovanni Battista Trombetta, proprietario di un elegante palazzo nella piazza principale del paese, situata fra la Porta Filicaia, la Porta Fiorentina e quella Aretina.
In quell’ormai lontano 1864, avevo lavorato alacremente per portare a compimento il ciclo di affreschi che ottenne infine il plauso del mio committente e di molte personalità; il salone prospiciente la grande piazza si ritrovò quindi ad accogliere Lucrezia Mazzanti, che durante l’assedio di Firenze del 1529 da parte delle truppe imperiali di Carlo V, si gettò dal ponte dell’Incisa per non cedersi ai soldati che l’avevano fatta prigioniera; Bettina Tommasi, giovane madre che nel 1174, ad Ancona, offrì il seno ad un soldato stremato dalla fame procurata dal lungo assedio da parte delle truppe del Barbarossa; l’uomo rifiutò quel gesto estremo, che gli diede però la forza psicologica di tornare a combattere; Caterina Sigurana, che nel 1543, durante l’assedio di Nizza (a quel tempo piemontese) da parte dei francesi , riuscì ad uccidere un soldato e a togliere la bandiera gigliata che egli era riuscito a piantare; Giulia Aldobrandini, che, sdegnata, rifiutò un ballo a Fabrizio Maramaldo, che nel 1530 aveva ucciso Francesco Ferrucci a Gavinana; Ghita, la tessitrice fiorentina che, sempre durante l’assedio di Firenze, offrì ai difensori della Repubblica il giovanissimo figlio Ciapo, come sostituto del marito, appena morto difendendo la città; Belisandra Meraviglia, la giovane veneziana che, nel 1570, fatta prigioniera dai turchi, fece saltare la nave che la stava conducendo in un harem, preferendo così morire piuttosto che concedersi al Sultano; Luisa Strozzi, che rifiutò categoricamente le avances del duca Alessandro de’ Medici, solito approfittarsi del suo potere per sedurre fanciulle e giovani donne: rifiuto che il Duca ripagò facendola avvelenare nel 1533. Dipinsi anche lo stemma della famiglia Trombetta in mezzo a due donne, rappresentazioni allegoriche dell’Italia finalmente unita e della Grecia, terra d’origine della sopracitata famiglia.
Il mio cocchiere si fermò nei pressi della Porta Fiorentina e rimasi d’accordo con lui che ci saremmo rivisti dopo un paio d’ore; scesi dalla carrozza e mi incamminai così fra la folla, rumorosa e variegata come ricordavo; donne ben vestite si mischiavano a massaie più o meno trasandate; uomini col bastone da passeggio spiccavano fra barrocciai e mendicanti; neonati in braccio alle madri confondevano i loro strilli con quelli dei bambini più grandi che correvano fra la folla. I vari profumi e odori si mescolavano alle voci in un allegro turbinio di sensazioni; nei giorni di mercato, sembrava quasi di trovarsi in un carnevale, in cui, nonostante ognuno mantenesse il suo ruolo, si sentiva accomunato a tutti gli altri da una sorta di mal spiegabile gaiezza: ogni singolo individuo, per poche ore la settimana, era parte di un unico gruppo, di un solo contesto e avevo la sensazione che tutti ne fossero coscienti. Ma in quell’unico insieme, io cercavo una sola persona, anche se ero consapevole che non l’avrei trovata; mi diressi al posto che lei occupava quando io l’avevo conosciuta: nella piazza davanti al palazzo in cui avevo lavorato, davanti alla chiesa, un po’ in disparte rispetto agli altri banchi, c’era all’epoca quello di una donna molto anziana. Arrivai al punto preciso: lei non c’era e il suo posto era vuoto. Chiesi notizie della donna all’uomo che vendeva frutta e verdura pochi metri più in là; mi disse che era morta una decina d’anni prima. Non potevo aspettarmi diversamente, ma quella conferma mi rattristò; mi volsi allora verso quel posto vuoto, che nessuno voleva occupare perché un po’ nascosto e quindi poco redditizio … fissai quell’angolo di piazza e pochi istanti dopo la rividi, dietro al suo barroccio di legno sgangherato, con la poca mercanzia dignitosamente esposta: fazzoletti ricamati, colletti e centrini finemente realizzati al tombolo: vere e proprie opere d’arte che parevano miracoli usciti dalle mani esperte e veloci, ancorché deformate, della vecchina. Una donna esile, col viso scarno circondato dai capelli bianchi raccolti in una crocchia e con degli occhi azzurri che si aprivano ormai a fatica in quel volto appesantito dalle rughe, ma che erano ancora in grado di regalare un’espressione dolcissima a chi le rivolgeva la parola. Le comprai, in quell’anno, diversi fazzoletti e colletti, che mia moglie e mia figlia apprezzarono sempre tantissimo. All’inizio scambiavo con lei poche parole e sempre di circostanza, ma in quella donna schiva e cortese, dignitosa nel portamento nonostante l’evidente povertà, vedevo qualcosa di portentoso, una forza d’animo che non impediva a quell’esile corpo di trainare il barroccio sia nelle mattinate gelate o piovose, sia nelle giornate afose d’estate; ella svolgeva il suo lavoro anche al mercato, in attesa dei clienti e non mancava di sorridere anche a coloro che non compravano niente che ma che si fermavano davanti a lei a guardare, A pagina 16
LA SALA DELLE EROINE

(Da pagina 15) ammirati, le agili mani dividersi fra una spoletta e l’altra, anche in quelle giornate gelate nelle quali a me pareva impensabile anche soltanto tirare le mie fuori dalle tasche.
Col tempo entrammo un po’ più in confidenza; io le parlavo delle mie adorate donne e lei mi ascoltava volentieri e non mancava mai di mandare loro i suoi saluti; anche lei era madre, o meglio, lo era stata: aveva avuto due figli, ma erano entrambi morti, nel fiore dell’età, nel crollo di un’impalcatura nel cantiere in cui lavoravano. Pochi giorni prima della mia partenza, le chiesi come potesse andare avanti nonostante il suo dolore e lei mi rispose sorridendo che poteva farlo solo perché c’era ancora un amore grandissimo a sostenerla, ma non aggiunse altro. Dopo che tutti i venditori se ne furono andati, anche lei, riposti i suoi candidi manufatti in borse di tela, trascinando compostamente il suo barroccio si avviò verso casa ed io non potei fare a meno di seguirla. Fortunatamente per lei, la sua casa non era molto distante, trovandosi comunque nel borgo; si soffermò davanti ad una minuscola porta retta da cardini incerti; non feci in tempo a nascondermi, così lei mi vide.
-Vuole entrare?- mi chiese semplicemente. Arrossendo, risposi di sì con un cenno del capo.
Aprì un portone più grande, adiacente al portoncino, e vi trascinò dentro il barroccio.
Mi precedette in casa e mi ritrovai in un ambiente spartano e malandato, comunque pulito e reso accogliente da un fuoco che stava per spengersi, ma che fino ad allora aveva fatto il suo dovere. La donna si avvicinò immediatamente al focolare e vi appoggiò due tronchetti, ravvivò il fuoco e infine si diresse verso una poltrona che non avevo notato: c’era seduto un vecchio, con lo sguardo perso nel vuoto; la coperta che avrebbe dovuto scaldarlo era caduta ai suoi piedi; la donna la raccolse e la rimise addosso all’uomo, coprendolo fino al collo. Il vecchio, non più in grado di muoversi né di parlare, volse gli occhi e con lo sguardo la ringraziò; lei lo baciò sulla fronte e lui socchiuse gli occhi, come se godesse di una gioia immensa.
-Ogni giorno devo decidere se spendere i pochi soldi che guadagno in cibo o in legna … generalmente decido che è meglio scaldarci …. Ci siamo sposati giovanissimi – riprese guardando il marito – e nessuna donna può dire di essere stata amata come me … finché è stato bene, sono stata la sua regina … -
-A giudicare da come la guarda, credo che lei lo sia ancora … - dissi commosso.
-Lo penso anch’io … - rispose sorridendomi di nuovo.
Fu l’ultima volta che la vidi.
Per tutto il resto della mia vita, ho sempre pensato che la “Sala delle eroine”, come fu chiamato il salone da me affrescato, avrebbe potuto ospitare anche lei.
Ferdinando Folchi (Silvia Barchielli)