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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - SPECIALE 110 ANNI DEL PSI

                     29/5/2003 - PSI - DAL DOPOGUERRA AL MIDAS

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di Bruno Becchi (3° parte)
Tra i fattori che favorirono la nascita di un governo con connotazioni così spiccatamente riformatrici, di particolare importanza fu l’atteggiamento assunto dai settori più avanzati e dinamici del mondo imprenditoriale italiano. La stessa capacità del capitalismo di aggiornarsi continuamente imponeva un conseguente adeguamento dello Stato alle nuove esigenze della società, attraverso una politica di riforme. Per questa ragione il Presidente della FIAT Vittorio Valletta vide con favore il nuovo corso politico, rompendo in tal modo il fronte interno alla Confindustria che, nella sua maggioranza, era ancora su posizioni ostili al cambiamento. Tutto ciò ha fatto sì che il vero governo di «svolta a sinistra» sia stato proprio il IV governo Fanfani, che da un punto di vista della fisionomia era il meno centro-sinistra, proprio per la mancanza di ministri socialisti. Quando infatti il centro-sinistra diventerà organico, cioè con assunzione diretta di responsabilità ministeriali da parte socialista, esso avrà in gran parte esaurito la sua azione in direzione di un cambiamento strutturale del Paese. Le cause di questa conversione in senso moderato furono molteplici, a partire dal fatto che la novità a livello governativo non venne capita dalla maggior parte degli elettori: infatti alle elezioni dell’aprile 1963 la DC perdette consensi a destra, passando dal 42,4 al 38,3 ed i socialisti a sinistra, con un milione di voti in meno. All’interno della DC la sconfitta elettorale favorì l’ascesa dell’ala moderata - i dorotei -, alla guida del partito e quella del suo leader, Aldo Moro, alla presidenza del Consiglio (dicembre 1963). Il nuovo governo nacque in un clima economico e politico poco favorevole. Infatti gli anni che vanno dal 1963 al 1965 si caratterizzarono per una congiuntura di drastico rallentamento di quello sviluppo che aveva fatto parlare di «miracolo italiano». Inoltre tra la caduta del I governo Moro (giugno 1964) e la formazione del II (agosto 1964), l’Italia conobbe nel luglio 1964 la minaccia di un colpo di Stato – il «piano Solo» - promossa contro la politica delle riforme dal generale dei carabinieri De Lorenzo in accordo con il presidente della Repubblica Segni. Il II governo Moro nacque in sostanza con l’unica finalità politica di salvaguardare il quadro democratico e trovò su questo il pieno appoggio di Nenni. Il carattere, per così dire, minimalista di tale governo è testimoniato non solo dall’aver destinato al fallimento il disegno di legge in materia urbanistica, preparato dal Ministro democristiano dei Lavori Pubblici Sullo, ma anche dal non aver realizzato alcuna riforma di rilievo.
Il prezzo che il PSI pagò per un’operazione politica tanto deludente fu piuttosto alto. Gli costò infatti la scissione della corrente di sinistra, guidata da Basso, Valori e Vecchietti, che andò a costituire il PSIUP, una forza senza alcuna prospettiva politica che vide poi i suoi esponenti confluire più meno alla spicciolata nel PCI. La scissone psiuppina, però, per quanto quantitativamente non consistente, fu sufficiente ad alterare gli equilibri interni al partito e a porre le premesse dell’isolamento politico di Lombardi, il fautore della versione più incisiva del centro-sinistra. Così sia Nenni sia De Martino, non vedendo più il rischio di un accordo tra l’allora direttore dell’Avanti! e la sinistra che avrebbe potuto portare ad un cambiamento di maggioranza interna, non si preoccuparono troppo quando Lombardi uscì dalla corrente autonomista per diventare il nuovo leader della sinistra del PSI, perché era ormai nell’impossibilità di influenzare concretamente la linea del partito.
Lombardi considerava esaurita con la caduta del I governo Moro, nel giugno 1964, la politica di centro-sinistra, ma il centro-sinistra sopravviverà nella formula ancora per un decennio e solo sul finire della sua vita realizzerà con il governo Rumor altre due importanti riforme fortemente volute dal PSI: l’approvazione dello Statuto dei lavoratori nel maggio del 1970 e l’attuazione delle regioni, nel giugno dello stesso anno.
In questo arco di tempo il PSI conobbe anche la delusione della riunificazione con il PSDI, avvenuta nell’ottobre 1966 e sopravvissuta fino al luglio 1969. Tale operazione aveva in realtà più di una ragione di esistere, se si pensa che i due partiti, oltre alla comune partecipazione al governo, avevano unità di vedute su aspetti importanti quali l’accettazione dei principi del socialismo democratico, i rapporti con il PCI, la scelta di campo a favore del blocco occidentale in politica estera. Inoltre erano entrambi convinti che una forza socialista unificata avrebbe potuto favorire una ripresa della politica riformatrice a livello governativo. Insomma le condizioni per risaldare la frattura del 1947 c’erano tutte. L’operazione però fu portata avanti nel peggior modo possibile e cioè come un’iniziativa di vertice in cui ci si limitò a giustapporre le strutture e i gruppi dirigenti dei due partiti, lasciando permanere nella nuova organizzazione politica una duplicità di elementi quanto mai singolare. Così realizzata, l’unificazione non poteva durare e non durò. Infatti i socialisti e socialdemocratici tornarono a scindersi, dopo la sconfitta elettorale del 1968 in cui il partito unificato non riuscì ad andare oltre il 14,5 %, un risultato decisamente modesto se si pensa che le due forze del socialismo italiano avevano raggiunto complessivamente il 19,1 % presentandosi in modo separato alle elezioni del 1963. Infatti anche togliendo il 4,4% dei voti andati al PSIUP, si può constatare come il nuovo partito non solo non fosse riuscito ad avere quel valore aggiunto auspicato dai fautori dell’unificazione, ma fosse rimasto addirittura al di sotto di uno 0,2% rispetto alla somma in percentuale di consensi ottenuta cinque anni prima.
Da parte socialista una presenza al governo motivata quasi esclusivamente con la necessità di garantire la tenuta del quadro democratico era avvertita con sempre maggior disagio un po’ da tutte le componenti. Occorreva qualcosa di nuovo. E sul finire degli anni sessanta la situazione politica italiana cominciava a mostrare qualche segnale di cambiamento. La stessa condanna da parte del PCI dell’intervento militare sovietico a Praga (agosto 1968) – cosa che, ricorderemo, non era avvenuta 12 anni prima di fronte ai carri armati di Budapest – era un segno importante, perché permetteva di cominciare a guardare anche alla possibilità di utilizzare la crescente forza comunista in funzione democratica. Così, a partire dalla sconfitta elettorale del 1968, nel PSI iniziò ad emergere l’idea di un coinvolgimento anche del PCI nell’azione di stimolo per una ripresa di una linea riformatrice; idea che si esprimerà nella formula demartiniana degli «equilibri più avanzati», che il partito farà propria qualche anno dopo al congresso di Genova del novembre 1972.
L’uscita della corrente socialdemocratica e l’alleanza fra Mancini e De Martino misero in minoranza Nenni, riconsegnando la guida del partito nelle mani del professore napoletano (luglio 1969). De Martino ribadì il centro-sinistra nella versione più incisiva di Rumor, consentendone la sopravvivenza fino al 1972 e, data l’assenza di condizioni per formule nuove, ancora dalla seconda metà del 1973 all’inizio del 1976. A partire da quella data il quadro politico italiano ebbe un’ulteriore spinta verso il cambiamento sia perché la DC si trovava sempre più isolata, anche in conseguenza della sconfitta al referendum sul divorzio (maggio 1974), sia perché il PCI aveva ottenuto un grande successo alle regionali del 1975. De Martino considerò chiusa definitivamente l’esperienza di centro-sinistra e cominciò a prefigurare la prospettiva di un’alternativa di sinistra a maggioranze di governo incentrate sulla Democrazia cristiana. Si trattava di una strategia emersa, sia pure a livello embrionale, nell’elaborazione politica di Lombardi fin dal congresso di Roma del novembre 1965 e poi ripresa ed approfondita in una serie di convegni promossi dalla stessa sinistra lombardiana nel corso del 1975.
Mentre il Partito socialista faceva propria all’unanimità, al congresso di Roma del marzo 1976, la strategia dell’alternativa di sinistra, il Partito comunista di Enrico Berlinguer, aveva adottato quella del compromesso storico, ovvero di un’intesa di governo con quella DC, rispetto alla quale i socialisti volevano rappresentare, insieme ai comunisti, appunto un’alternativa.
In un quadro politico così schizofrenico, il PSI riportò alle elezioni politiche del 1976 un risultato ancora una volta deludente, confermando quel 9,6% già ottenuto alle consultazioni di quattro anni prima. Fu la premessa per la cosiddetta rivoluzione generazionale del Midas, che portò all’estromissione di De Martino dalla guida del PSI. Infatti nel luglio 1976, una coalizione di quarantenni, formatasi in modo trasversale a tutte le correnti, trovò un accordo che, ribadendo la linea dell’alternativa di sinistra, portò ad un radicale ricambio del gruppo dirigente, assegnando la segreteria del partito al nenniano Bettino Craxi e la vicesegreteria al lombardiano Claudio Signorile.
Si inaugura così l’ultimo ventennio di vita del PSI, che si concluderà, dopo un secolo e due anni di vita, con l’autoscioglimento del 1994. Qui però mi fermo perché questa fase della storia del partito esula dai limiti cronologici e tematici di questa relazione.