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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - SPECIALE 110 ANNI DEL PSI

                     29/5/2003 - PSI - DAL DOPOGUERRA AL MIDAS

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di Bruono Becchi (2° parte)
Per la verità c’era chi realisticamente aveva la consapevolezza dei rischi di una tale operazione: ad esempio Basso si mostrava perplesso sull’opportunità di presentare liste comuni e Lombardi, Pertini, Ivan Matteo Lombardo e Giuseppe Romita erano fermamente contrari. Ma al congresso di Roma del gennaio 1948 la corrente filocomunista ebbe la meglio sulle posizioni dei perplessi e degli oppositori: e fu frontismo con liste unitarie; e fu fallimento. Il PSI infatti alla Camera vide ridursi i propri parlamentari da 132 a 48, mentre 33 (con il 7% dei voti) furono quelli andati al PSLI di Saragat. Lo stesso Fronte Popolare che, tenendo conto dei risultati conseguiti separatamente dal PSIUP e dal PCI nel 1946, partiva da un 39,7 % di consensi, ottenne un deludente 31 %. Sorprende la miopia del gruppo dirigente socialista di fronte ad un fallimento annunciato. Esso stava infatti nella logica delle cose, perché, tra gli elettori di sinistra, i moderati non avrebbero votato per i candidati socialisti, preferendo quelli del PSLI di Saragat, mentre i non moderati avrebbero dato la loro preferenza ai candidati comunisti. E in effetti così avvenne.
Il contraccolpo politico della sconfitta del Partito socialista, all’interno di quella più generale del Fronte, portò alla breve parentesi autonomista con Alberto Jacometti segretario e Lombardi direttore dell’Avanti!. Nonostante la sua brevità, la gestione «centrista» del partito costituisce una delle fasi più interessanti della storia del socialismo italiano. Infatti, pur in un contesto interno ed internazionale ostile, caratterizzato dalla divisione in due fronti contrapposti, negli undici mesi che vanno dal congresso di Genova del giugno 1948 a quello di Firenze del maggio 1949 vennero poste le basi per l’assunzione da parte del PSI di una fisionomia di partito autonomo della sinistra italiana. In concreto ciò significava una posizione neutralista fondata sul rifiuto dei blocchi, una strategia autenticamente riformatrice ed una politica di unità d’azione con i comunisti basata su rapporti di pari dignità. Ma su una congiuntura storico-politica negativa veniva ad innestarsi anche il problema vitale dei finanziamenti, il cui flusso proveniente da Mosca attraverso il PCI fu interrotto di fronte ai sussulti di autonomia, creando notevole difficoltà addirittura per il pagamento degli stipendi ai funzionari e per la pubblicazione dell’Avanti!. Ragioni politiche e ragioni finanziarie posero fine bruscamente ad un processo emancipazione e di modernizzazione politico-programmatica quanto mai originale, riconsegnando il PSI nelle mani della componente filocomunista. Con Nenni segretario e Rodolfo Morandi vicesegretario inizierà una riorganizzazione del partito ispirata ai principi del leninismo e del «centralismo democratico», che darà vita ad un’atmosfera di dogmatismo ideologico in cui qualunque dubbio si sarebbe puntualmente tradotto in emarginazione. Furono gli anni dell’unanimismo interno, dell’appiattimento sulle posizioni sovietiche a livello internazionale, della subalternità ideologica al comunismo: per circa un quinquennio il PSI divenne un’organizzazione politica «ausiliaria» del Partito comunista. Sotto questo punto di vista, il giudizio sull’operato di Morandi - perché a lui molto di ciò si deve – non può che essere negativo. Tuttavia una valutazione seria non può non tener conto del contesto italiano ed internazionale in cui esso venne a collocarsi. Il clima rigido di guerra fredda, che il vicesegretario socialista temette in più di un’occasione potesse trasformarsi nel terzo conflitto mondiale e, in Italia, la divisione dell’unità sindacale ad opera prima della corrente cattolica (maggio 1949) e poi anche di quelle repubblicana e socialdemocratica (marzo 1950), che di quel clima fu il riflesso, la reazione della polizia di Scelba nei confronti dei lavoratori manifestanti, la strage contadina di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 e l’attentato a Togliatti del luglio 1948; tutto questo poteva indurre a pensare che determinare una divisione dello schieramento di sinistra potesse favorire la politica reazionaria dei governi centristi e del blocco occidentale.
Quanto le vicende internazionali condizionassero la politica dei partiti anche sul piano interno, è dimostrato dai cambiamenti che si manifestarono nel PSI a partire dal 1953, anno che segna il cauto inizio del processo di distensione con l’insediamento di Eisenhower alla Casa Bianca, l’avvio delle trattative per l’armistizio in Corea, la morte di Stalin. Sul fronte italiano il 1953 segna il primo manifestarsi della crisi del centrismo degasperiano, soprattutto in seguito alle elezioni del 7 giugno, che con il mancato scatto del premio di maggioranza previsto dalla «legge truffa», costituiscono il punto di partenza di una progressiva divaricazione nelle prospettive politiche delle forze della coalizione di governo. Da parte sua il PSI iniziò un processo di revisione della propria linea politica e delle proprie regole interne. Già il congresso di Milano del gennaio 1953 aveva registrato alcune importanti novità, quali la decisione di presentare liste autonome di partito alle ormai prossime elezioni politiche, la scelta di riorganizzare la corrente socialista della CGIL, sciolta due anni prima, la volontà di superare il «centralismo democratico» con il rientro in Direzione dell’autonomista Lombardi. Ancor più chiaramente la svolta politica si ebbe al congresso di Torino del 1955 in cui venne lanciata l’idea del «dialogo con i cattolici». Lo stesso Morandi, a Torino, formulò l’ipotesi di un incontro a livello governativo tra PSI e DC, delineando anch’egli la propria adesione alla nuova prospettiva politica. Una posizione che non ebbe però modo di sviluppare in prima persona in quanto morirà prematuramente qualche mese più tardi (luglio 1955). Il suo discorso presenta comunque qualche elemento di contraddizione, soprattutto perché, mentre egli afferma la possibilità di un accordo di governo tra PSI e DC, ribadisce la validità della politica unitaria con il PCI, rendendo di fatto nulla tale possibilità.
La nuova politica di «svolta a sinistra» invece poté realizzarsi, grazie anche ad una congiuntura politica favorevole sia sul piano nazionale che internazionale. Alla morte di Stalin (marzo 1953) infatti erano seguiti il XX congresso del PCUS (febbraio 1956), con la denuncia dei crimini dello stalinismo, e l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici (novembre 1956); eventi che, pur muovendosi in direzioni diametralmente opposte, confermavano entrambi quale fosse il vero volto del comunismo realizzato. Ciò poneva le condizioni per una maggiore autonomia del PSI dal PCI – che l’invasione di Budapest aveva approvato - e dall’Unione Sovietica e quindi per l’incontro con la Democrazia cristiana. Anche l’elezione dei due «Giovanni» - Angelo Roncalli, al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII (ottobre 1958) e John Kennedy alla Presidenza degli Stati Uniti (novembre 1960) -, ovvero di due personalità molto più aperte al cambiamento rispetto ai loro reciproci predecessori, favorì la realizzazione della politica di «svolta a sinistra». Sul piano più strettamente politico la fine del centrismo poneva la Democrazia cristiana di fronte al dilemma se aprire a sinistra oppure a destra. Per primo fu fatto un tentativo in questa seconda direzione con la formazione del governo Tambroni che ebbe in Parlamento l’appoggio determinante anche del Movimento Sociale: tentativo fallito tragicamente con i moti ed i morti di piazza del 1960. Non rimaneva che percorrere la strada della svolta a sinistra e dell’accordo con i socialisti. Abbiamo già detto dei cambiamenti interni al Partito socialista, che ne avevano fatto una forza affidabile dal punto di vista democratico. Contemporaneamente figure di nuovi dirigenti stavano emergendo anche all’interno della Democrazia cristiana. Soprattutto importante fu l’ascesa politica di Amintore Fanfani, il quale intuì che avrebbe potuto garantire la permanenza al potere del proprio partito se fosse riuscito a creare un legame stretto tra l’apparato democristiano e quello dello Stato. La via individuata fu quella della creazione di una borghesia statalistica, mediante una politica riformatrice imperniata su una presenza sempre maggiore del settore pubblico nell’economia. Le condizioni per far ciò si presentavano in quel periodo oltremodo favorevoli. A partire dalla prima metà degli anni cinquanta il Paese stava conoscendo un impetuoso sviluppo economico che richiedeva un intervento correttore dello Stato. Infatti, se continuava ad essere completamente abbandonato alle libere leggi di mercato, il «miracolo italiano» avrebbe finito con l’accentuare i già gravi squilibri economici, sociali e soprattutto territoriali, approfondendo le differenze tra un Nord industrializzato ed un Sud arretrato. Sulla necessità di un intervento regolatore dello Stato era d’accordo anche la maggioranza del PSI. In particolare Lombardi partiva dalla constatazione delle potenzialità espansive e non autodistruttive del capitalismo per arrivare all’affermazione che attraverso una serie di riforme di struttura ed una politica di programmazione si potesse realizzare il passaggio da un sistema di profitto ad una più equa democrazia socialista. E’ su queste basi che il PSI va all’accordo politico con la Democrazia cristiana e nasce il IV governo Fanfani (marzo 1962), a cui i socialisti diedero il proprio decisivo apporto in sede di elaborazione programmatica, senza partecipare con propri ministri. Si tratta di un governo che nel giro di pochi mesi realizzerà la nazionalizzazione dell’industria elettrica, la riforma del sistema scolastico, con la creazione della scuola media unica, l’istituzione