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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - SPECIALE 110 ANNI DEL PSI

                     29/5/2003 - PSI - DAL DOPOGUERRA AL MIDAS

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di Bruno BECCHI (1°parte)
Il PSI dalla ricostituzione del dopoguerra alla «rivoluzione generazionale» del Midas, intervento alla conferenza 110 anni del PSI, La storia e l’attualità del socialismo, Pontassieve (Fi), Palazzo Comunale, Sala del Consiglio, 2 dicembre 2002.

Prendo il testimone di questa ideale staffetta dove l’ha lasciato la prof.sa Cherubini e prima di consegnarlo, a mia volta, all’on. Spini, procederò ad una ricostruzione delle vicende storico-politiche del socialismo italiano dalla ricostituzione del partito alla «rivoluzione generazionale» del Midas. Questo naturalmente senza alcuna pretesa di completezza, dato che si tratta di un periodo di oltre un trentennio – dalla prima metà degli anni quaranta alla seconda degli anni settanta –, peraltro estremamente denso di avvenimenti. Mi limiterò pertanto a ricordare quelli che ritengo gli eventi principali, accompagnandoli con alcune ipotesi interpretative, che potranno essere riprese ed approfondite in sede di dibattito finale .
Sciolto, al pari delle altre organizzazioni politiche e sindacali non di regime, con l’entrata in vigore delle «leggi fascistissime» del novembre 1926, il partito del socialismo italiano si ricostituì a Roma il 22 agosto 1943. Esso rinacque dalla confluenza dei due filoni del socialismo prefascista, gli ex-riformisti e gli ex-massimalisti – già riunificatisi a Parigi nel 1930 – e da un nuovo nucleo socialista organizzatosi in Italia a partire dalla fine degli anni trenta e sorto ufficialmente il 10 gennaio 1943: il Movimento di unità proletaria di Lelio Basso. Si tratta di un’operazione politica che lascia una traccia visibile anche nel nome: PSIUP, ovvero PSI e MUP. Il partito si caratterizzò fin dall’inizio per una sostanziale incapacità di avere una linea autonoma rispetto a quella del Partito comunista e di proporre una strategia minimamente realistica, paralizzato com’era dal contrasto tra verbosità rivoluzionaria e concreta azione politica. Una tara quest’ultima ereditata dalla vecchia componente massimalista, ma alla quale aveva contribuito anche il movimento di Basso, a sua volta erede delle istanze rivoluzionarie del Centro Interno Socialista.
Tuttavia una tradizione fatta di lotte politico-sociali a favore degli strati più poveri della popolazione ed il comportamento rigoroso mantenuto dai suoi esponenti durante la dittatura fecero sì che il PSIUP avesse un largo seguito tra le masse, come dimostra quel 20,7 % dei voti ottenuto alle elezioni per l’Assemblea costituente del 2 giugno 1946. Un risultato che gli permise di superare il Partito comunista – fermatosi al 19 % - e di attestarsi come prima forza politica della sinistra italiana. La mancanza però di una struttura organizzativa efficiente e di una linea omogenea ed autonoma determinò una rapida dilapidazione di un tale patrimonio di consensi. Il far parte di una forza politica con i limiti appena indicati non significa affatto che i socialisti non abbiano dato un contributo importante ai lavori dell’Assemblea costituente. Anzi è vero proprio il contrario; ma se ciò avvenne, lo si dovette più alle qualità dei singoli deputati che ad una strategia di partito.
La confluenza di componenti diverse, al momento della sua rinascita, contribuì ad alimentare all’interno del PSIUP la tendenza ad un’accentuata differenziazione nell’analizzare la realtà e proporre soluzioni politiche. Ciò doterà il partito di una potenzialità centrifuga, che si tradurrà in quel vizio scissionistico caratteristico di tutta la secolare storia del socialismo italiano. La dimostrazione che, da questo punto di vista, niente fosse cambiato rispetto al periodo pre-fascista si ebbe già nel gennaio 1947, a poco più di tre anni dalla sua ricostituzione, quando la corrente di Saragat uscì dal PSIUP – che riprenderà il nome di PSI - per fondare il Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), poi, dal 1952, Partito socialista democratico italiano (PSDI).
Le motivazioni che determinarono la scissione di Palazzo Barberini muovevano dall’affermazione da parte dei saragattiani dell’antitesi assoluta tra socialismo libero e socialismo autoritario e, di conseguenza, dell’impossibilità far convivere questi due modi di intendere il socialismo. Cosicché Saragat, quando poté constatare che la sua linea di socialismo democratico era destinata ad avere all’interno del partito uno spazio politico sempre più ristretto, decise di uscire. In sede di valutazione storica il giudizio su da quale parte stesse la ragione tra le posizioni filosovietiche della maggioranza e quelle filoccidentali degli scissionisti, è pressoché unanime a favore di questi ultimi; Tuttavia io ritengo una simile operazione inopportuna dal punto di vista politico. La scelta di Saragat fu, a mio parere, un errore, perché in seguito ad essa il partito rimase in balia di un gruppo dirigente che, potendo operare senza alcun ostacolo interno, lo ridurrà ad una semplice appendice delle organizzazioni comuniste. .Non è un caso che Nenni non abbia fatto niente per evitare la scissione né, negli anni immediatamente successivi, per ricomporla; egli aveva capito che proprio grazie ad essa si stava aprendo per la sua corrente un periodo di dominio incontrastato nel partito. In prospettiva poi non possiamo non considerare – ma per Saragat ovviamente era impossibile farlo - che la scelta scissionistica destinerà in una posizione di minoranza anche la futura corrente autonomista di matrice azionista che con alla testa Riccardo Lombardi entrerà nel partito meno di dieci mesi più tardi (ottobre 1947).
La scissione di palazzo Barberini è un evento rilevante anche perché anticipa il consolidamento della divisione del mondo in blocchi contrapposti. Di lì a poco infatti seguiranno la dichiarazione di Truman sul sostegno ai paesi minacciati dal comunismo (marzo 1947) e il piano Marshall, il programma di aiuti economici offerto a paesi europei, vincolato da pregiudiziali anticomuniste (giugno); e sull’altro fronte la nascita del Cominform (settembre) e l’ulteriore restringimento dei margini d’azione dei Paesi dell’Est europeo; e infine, sul versante italiano, la cacciata delle sinistre dal governo (maggio).
Dal punto di vista della strategia politica socialista, questa è ancora l’epoca dei patti d’unità d’azione con il Partito comunista e dello scontro interno tra fusionisti ed antifusioni. In concreto però nessuno tra i dirigenti socialisti - ma nemmeno tra quelli comunisti -, credeva davvero all’ipotesi di unificazione. Ne è testimonianza il fatto che, fin dal congresso di Firenze dell’aprile 1946, una tale prospettiva fosse ritenuta inattuale da tutte le correnti, compresa quella, risultata poi maggioritaria, guidata da un Nenni ancora nella sua fase giacobina. Sul piano della tattica politica, il gruppo dirigente socialista intraprenderà la strada del frontismo - un’opzione molto più impegnativa dei vecchi patti d’azione -, oltretutto nella versione più rischiosa della formazione di liste comuni alle elezioni politiche del 18 aprile 1948. E ciò nonostante l’esperienza poco felice fatta dai «Blocchi del popolo» in alcune grandi città, come ad esempio Roma, in occasione delle elezioni amministrative del novembre 1946.