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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2014

                     3/5/2014 - SUBALTERNI O VELLEITARI

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di Roberto Del Buffa
Che cosa è in ballo alle prossime
elezioni europee.


Simon Wren-Lewis, l’economista di Oxford con indubbie simpatie per la sinistra, lo scorso primo aprile ha pubblicato una breve nota sul suo blog, chiedendosi il motivo per cui i partiti tradizionali della sinistra europea, una volta andati al governo, non sappiano fare meglio, nel campo della politica economica, che mutuare le ricette della destra, al limite moderandone gli effetti per le classi più povere (e talvolta neppure questo). I principali bersagli polemici sono i laburisti inglesi e, soprattutto, i socialisti francesi di Hollande che, rispetto ai primi, almeno hanno avuto l’opportunità di intervenire a livello nazionale e internazionale (si legga europeo) per cambiare le cose. Purtroppo, già nel gennaio, cioè prima della dura lezione elettorale di marzo, Hollande ha compiuto una totale resa alle richieste dei mercati finanziari, e ha annunciato una politica di sgravi fiscali per le imprese, finanziata esclusivamente da tagli alla spesa pubblica che colpiranno anche i più deboli. Il ministro degli esteri tedesco ha subito salutato la svolta di Hollande come coraggiosa e questo fatto, anche da solo, dovrebbe far riflettere, e preoccupare, tutta la sinistra europea, sulla subalternità della politica economica dei suoi partiti a quella dei movimenti conservatori e, conseguentemente, ai grandi interessi che determinano l’andamento dei mercati finanziari. Wren-Lewis ipotizza che questa subalternità sia dovuta a una questione di risorse organizzative: “per cercare buoni consigli, e distinguerli dai cattivi, bisogna spendere tempo e denaro, e per un governo già in carica è molto più facile che per un partito di opposizione [i laburisti] o un governo da poco insediato [i socialisti francesi]”.
Queste considerazioni sono state riprese da Paul Krugman, l’economista americano, premio Nobel nel 2008 con simpatie democratiche, che tenderei a collocare anche più a sinistra, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore di domenica 13 aprile. Krugman condivide la preoccupazione di Wren-Lewis, accomunando Obama ai leader della sinistra europea che si fanno convincere dagli analisti finanziari e dai banchieri che la priorità di questa fase economica è il rigore di bilancio e non la lotta alla disoccupazione o una più equa redistribuzione del reddito nazionale (la progressività del carico fiscale o la tassazione patrimoniale servono anche a questo). Krugman però non è convinto che la causa sia la cattiva organizzazione o le carenze finanziarie dei partiti della sinistra europea. Il movimento progressista americano, per quanto più moderato degli analoghi movimenti politici europei, può contrapporre, ai sostenitori della “presunta saggezza del grande capitale”, una infrastruttura intellettuale, fatta di studiosi, specialisti e semplici giornalisti, che occupano molte cattedre delle prestigiose università americane, scrivono editoriali sulle principali riviste internazionali e occupano regolarmente le prime pagine dei quotidiani economici. Eppure anche Obama sembra altrettanto interessato alle opinioni di Wall Street, di quanto i laburisti inglesi si preoccupano degli eleganti finanzieri della City o i socialisti francesi della grandi banche di affari. Probabilmente è sempre stato così e i partiti progressisti, europei o americani, che sono riusciti ad andare al governo del loro paese sono dovuti venire a patti con gli equilibri finanziari mondiali. Adesso però la questione si pone con un’urgenze a una brutalità senza precedenti, perché, come osserva Krugman, “se vuoi fare politiche economiche intelligenti devi ignorare quello che persone presunti responsabili, che hanno l’aria di sapere di cosa parlano (d’altronde sono ricchi, no?, qualcosa dovranno capirci), hanno da dire”. Finora nessun governo della sinistra moderata, quella della tradizione riformista e socialista, ha avuto il coraggio di fare così, e di affrontare le relative conseguenze, che, fra l’altro, sarebbero molto attenuate se i partiti socialisti tornassero ad avere una visione globale della politica e della società (qualcosa che non ci faccia rimpiangere il coraggioso internazionalismo delle origini).
La causa della ennesima divisione elettorale della sinistra europea, fra partiti socialisti che aspirano a governare e restano subalterni alla cultura economica del grande capitale finanziario e il radicalismo di una sinistra che interpreta correttamente i segni del tempo, ma sembra incapace di costruire una vera alternativa al sistema di potere esistente, sta tutta qui. Il futuro della sinistra e, senza necessariamente evocare scenari apocalittici, dell’intero sviluppo mondiale si gioca dunque tutto nella capacità di rendere meno subalterna la sinistra moderata e più pragmaticamente protagonista (potrei anche dire meno velleitariamente pura) quella radicale. Il gioco comincia con le prossime elezioni europee. In bocca al lupo.