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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - SPECIALE 110 ANNI DEL PSI

                     29/5/2003 - PSI - DAL 1892 AL 1926

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di Donatella Cherubini (3°parte)
Di fronte alla guerra si ebbe il crollo della Seconda internazionale: i partiti socialisti di tutti i paesi europei abiurarono le proprie convinzioni antimilitariste e si strinsero ciascuno intorno alle scelte dei propri governi. I soli a restare fedeli al pacifismo socialista furono gli italiani, prima e dopo l’entrata dell’Italia il 24 maggio del 1915.
In particolare Filippo Turati fu fermo e tempestivo nell’indicare gli aspetti malefici del conflitto, sottolineando anche la portata destabilizzante della campagna nazionalista e interventista rispetto alla sovranità del Parlamento.
Il partito, guidato dalla sinistra, si collocò così in quella posizione del «né aderire né sabotare» che comunque rimane oggi particolarmente attuale, se si pensi alle aspirazioni pacifiste di larghi settori dell’opinione pubblica e all’impegno di unificazione dei popoli europei. E questo pacifismo rimase netto e coerente in personaggi di estrazione riformista del calibro di Giacomo Matteotti, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani: i nazionalisti li bollarono come i «marchesi di Caporetto».
Diversa e sofferta fu la posizione di Turati, come dimostrò appunto col suo discorso all’indomani della sconfitta italiana di Caporetto. In lui rimaneva cioè l’esigenza di evitare che il Partito socialista si ponesse in una posizione nettamente estranea a quella della nazione, della patria. E a questo atteggiamento concorrevano una serie di fattori, che andavano dai retaggi di una cultura politica di ascendenza risorgimentale, ai timori di lasciare il campo libero alle forze antidemocratiche e nazionaliste. Infine, queste posizioni differenziate dimostrano l’importanza e l’articolazione interna di tutte le componenti e dei singoli esponenti del partito.

1919-1926
L’Italia uscì vittoriosa dalla guerra, ma subito emersero le insoddisfazioni nei confronti dei Trattati di pace. Nel clima infuocato del dopoguerra, le nuove agitazioni nazionaliste legate al mito della vittoria mutilata favorirono le imprese dannunziane, le ideologie antidemocratiche, la nascita del movimento fascista di Mussolini, espulso nel ’14 dal Psi per le sue posizioni interventiste.
Il Partito socialista italiano era sua volta attraversato da fermenti rivoluzionari nuovi, anche per l’estendersi del mito della rivoluzione bolscevica in Russia del 1917.
Ancora una volta affronto un tema che è particolarmente difficile sintetizzare, dati i tanti elementi che andrebbero presi in considerazioni. Mi limerò quindi a sottolineare alcuni aspetti centrali: i primi anni del dopoguerra avevano visto una grande crescita del partito, un suo maggior radicamento capillare nel paese, e grazie a questo si ottennero conquiste fondamentali, dal limite delle otto ore per la giornata lavorativa alla conquista di tanti Comuni e all’elezione di tanti rappresentanti parlamentari.
Ma ormai le differenze interne si erano decisamente accentuate: dopo la scissione comunista del 1921 ne intervenne una nuova nel 1922, con la nascita del Partito socialista unitario guidato da Giacomo Matteotti e che raccolse l’ala riformista. Del resto, tutte le altre componenti politiche vivevano una fase di estrema difficoltà e di incapacità a comprendere e indirizzare la realtà sociale e politica del paese. Giovanni Giolitti tornato al governo registrò un fallimento, e infine nell’ottobre 1922 Mussolini venne nominato Presidente del Consiglio.
Tra il ’22 e il ‘26 si registrò dunque il passaggio verso la nuova dittatura, mentre le squadre fasciste infierivano contro l’organizzazione socialista e contro i suoi esponenti, fino al punto estremo dell’uccisione di Giacomo Matteotti dopo le elezioni del 1924.
In quegli anni l’aula parlamentare diventò per i deputati socialisti soprattutto la sede per sforzarsi a denunciare le aggressioni che avvenivano in ogni parte d’Italia. Fu però uno sforzo destinato all’insuccesso, come poi quello profuso nella vicenda dell’Aventino, dopo l’uccisione di Matteotti, quando i partiti antifascisti abbandonarono in parte il Parlamento e tentarono una nuova forma di opposizione a Mussolini.
Costretti in gran parte a lasciare il paese, i dirigenti socialisti ricostituirono subito il partito in Francia, e nel 1930 Pietro Nenni e Giuseppe Saragat riunirono i due tronconi nati dalla scissione del 1922.
La tradizione e la storia del Partito socialista italiano venivano così preservate, per tornare a rivivere all’indomani della caduta del fascismo.


Donatella Cherubini