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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - GIUGNO 2014

                     13/7/2014 - COMPLEANNO A PAGIANO

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di Silvia Barchielli

Nel giorno del mio ottantasettesimo compleanno, circondato dalla mia famiglia, fra cui i miei tre figli, le loro mogli, otto nipoti e la nuova arrivata, la mia prima bisnipote di appena due mesi, mi accingo a soffiare sulle candeline; soltanto due per fortuna: quella dell’otto si spegne subito, per quella del sette ci sto riprovando: bene, si è spenta anche questa. Tutti applaudono e iniziano ad abbracciarmi a turno; non posso dire di non essere felice per questi festeggiamenti, ma mentre osservo le due candeline celesti sulla torta, la mia mente si distrae; le due fiammelle improvvisamente si fondono in una sola, in quella di un mozzicone di candela bianca; la torta non è più un millefoglie con la scritta “Auguri Bisnonno”, ma è un rettangolino di pastafrolla con sopra qualche sottile spicchio di mela caramellata. Gli anni non sono più ottantasette ma diciassette; non mi trovo nella mia villa sulle colline di Fiesole, ma sono sfollato a Pagiano, un minuscolo borghetto medioevale a pochi chilometri da Pelago. Mia madre ed io siamo ospiti di una famiglia di sette persone che condividono con noi una casetta di quattro stanze; ci siamo arrivati da cinque mesi, provenienti da Pontassieve, da dove siamo fuggiti per scampare ai bombardamenti. Mia madre, una mattina di gennaio mi aveva svegliato all’alba dicendomi che dovevamo scappare; a Pontassieve non era rimasto quasi più nessuno: ci saremmo aggregati ad alcuni conoscenti che avevano deciso di abbandonare il paese. Era la prima volta che vedevo mia madre impaurita sul serio; il suo status di figlia e moglie di notai, l’aveva convinta per tutta la sua vita di appartenere ad una classe di intoccabili, ma il perseverare dei bombardamenti degli alleati, che cercavano di distruggere la ferrovia a Pontassieve per togliere i rifornimenti ai tedeschi asserragliati sulla linea gotica, l’aveva alla fine ricollocata nella realtà, alla quale evidentemente non era mai appartenuta. Solo da un mesetto pativamo la fame, a differenza di molti altri che la soffrivano da quattro anni, se non addirittura da tutta la vita. Eravamo partiti così quella mattina con una valigia, a piedi, seguendo a fatica dei compaesani molto più abituati di noi a camminare. Tutti i nostri compagni di viaggio si erano fermati prima di noi lungo il tragitto; alcuni erano stati ospitati da amici o parenti, altri avevano chiesto ospitalità a degli sconosciuti; a nessuno era stata negata. Mia madre ed io, dopo aver salutato l’ultima famiglia fermatasi a Paterno, proseguimmo in silenzio per una stradina in discesa, scelta solo perché non ne potevamo più di camminare in salita. Stava per fare buio; il freddo mi aveva paralizzato le mani e la maniglia della valigia sembrava ormai un tutt’uno col mio palmo rattrappito. Camminammo senza meta, mentre gli echi delle bombe ci arrivavano in continuazione, quasi senza più spaventarci; per un letto e un po’ di minestra avrei rischiato di attraversare anche una parata di cecchini. Il buio ci colse velocemente, proprio mentre entrammo in un minuscolo paesino; un antico ponte in pietra sovrastava un torrente che scorreva impetuoso fra i massi; poche case in pietra lo costeggiavano da entrambi i lati. Flebili luci illuminavano le piccole finestre, mentre qualche lacrima iniziava ad appannarmi la vista; la stanchezza mi costrinse a fermarmi all’inizio del ponticino; mia madre, sfinita, si sedette per terra, appoggiando la schiena al ponte; poi nascose il viso fra le mani. La guardai in silenzio; non sembrava neanche lontanamente la donna altera che conoscevo, avvezza da sempre a comandare dispoticamente su tutti coloro che erano stati costretti a sopportarla soltanto per la necessità di mantenere un lavoro. Avevo trascorso l’infanzia sentendola lamentarsi dell’inettitudine della cameriera o della cuoca di turno; mai un giardiniere era stato all’altezza delle sue pretese … Mio padre, che trascorreva tutta la giornata nel suo studio a Firenze, per far perdonare la sua assenza, volentieri la ascoltava lamentarsi la sera e l’aveva sempre assecondata; mio padre … non avevamo più sue notizie da oltre un mese; era andato a Roma per lavoro trentacinque giorni prima e non lo avevamo più sentito.
“Da dove venite?” chiese una donna dall’altra parte del ponte, mentre ci veniva incontro con un fastello di legna sulla testa. Mia madre si alzò, aprì la bocca per dire qualcosa, ma la donna la precedette dicendo “Siete sfollati, immagino?”
“Sì, veniamo da Pontassieve; siamo partiti stamattina e stiamo camminando a caso” risposi io.
“Venite con me” disse lei a bassa voce. La seguimmo per pochi metri, poi entrammo in una casa attraverso una porta piccolissima; fummo subito in una cucina con un camino acceso che rischiarava un tavolo cui sedevano intorno altre sei persone; tutti ci guardarono stupiti. Un uomo anziano chiese subito: “Sfollati?”
“Sì, babbo – rispose la donna per noi – camminano da stamattina.”
“Nini,fatti più in là sulla panca e te vieni in collo a me; Anna, metti altri due piatti” disse il vecchio rivolgendosi ai bambini più piccoli a poi alla donna. Mia madre ed io ci sedemmo e dividemmo con loro delle foglie di cavolo nero lessato, su delle fette di pane; credo di non aver mangiato mai più così volentieri.
Ci trattenemmo presso di loro quasi sette mesi; mia madre imparò a fare il pane e a lavare i panni nel Vicano; per mesi la vidi spettinata e malvestita, ma sempre sorridente e grata a quelle persone che ci avevano accolto senza riserve; non mi era mai sembrata così bella. Dal canto mio, andavo ben fiero dei calli alle mani che in pochi giorni mi procurai aiutando nei loro lavori i pochi uomini rimasti nel borghetto. Mi rimaneva comunque un po’ di tempo per ammirare la bellezza semplice e schietta di Lia, la figlia più grande della signora Anna. Per tutto l’inverno cercai di non perdere neanche un’occasione per stare un po’ con lei; parlarle era piacevole: ogni giorno mi insegnava qualcosa e qualcosa imparava lei da me, approfittando delle mie conoscenze di liceale in licenza forzata. Nonostante il freddo, la paura e la fame, che ci accompagnarono fino a giugno, quando terminarono almeno i bombardamenti, i ricordi più belli della mia vita risalgono a quell’inverno; da veri incoscienti, dopo un paio di mesi dal mio arrivo, Lia ed io iniziammo ad allontanarci nel bosco per non farci trovare dalle nostre madri mentre ci baciavamo, come se il rischio più grande in quei momenti fosse quello di una ramanzina. A primavera inoltrata iniziammo, con gli altri ragazzi del posto, a fare il bagno nel Vicano e le nostre grida di gioia e quelle di disappunto degli adulti, riuscivano perfino a coprire i tuoni delle bombe.
Alla fine di maggio, nel giorno del mio diciassettesimo compleanno, ebbi due meravigliosi regali: mio padre finalmente riuscì a raggiungerci a Pagiano e io e Lia facemmo l’amore per la prima volta. Mia madre e la signora Anna, fiere di essere riuscite a raggranellare un po’ di zucchero, mi avevano preparato un dolce alla buona, nel quale un fratellino di Lia aveva infilato quel che restava di una misera candela. Soffiai felice sul mozzicone e tutti mi abbracciarono contenti.
Il mozzicone pian piano si sta sdoppiando in due candeline azzurre appena spente: alcune lacrime di commozione mi scendono sulle guance; tutti sono felici per me, ma solo una persona è in grado di comprendere veramente ciò che sto provando: e ne ho la conferma quando, sorridendomi, mia moglie si avvicina e mi bacia sulla fronte.