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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - GIUGNO 2014

                     13/7/2014 - MILLE ...E NON PIU' MILLE

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MILLE
...E NON PIU' MILLE!
Di Marino Bianco
L'Italia e le sue istituzioni, dal nord al sud, sono squassate da inchieste su fenomeni di corruzione tanto sorprendenti quanto consistenti, da fare impallidire quelli dell'epoca di tangentopoli.
La disoccupazione aumenta (niente lavoro per un giovane su due), e l'economia continua a languire, a fronte della crescita della pressione fiscale. Peggiora il rapporto PIL/debito pubblico. La BCE diminuisce i tassi di interesse, per evitare la deflazione (si dice), ma piuttosto per consentire agli istituti di credito di acquistare a poco prezzo i titoli di Stato. Così, però, le banche non allentano i cordoni della borsa per sostenere investimenti produttivi privati (per i quali, invero, vi è anche poca disponibilità, a causa della scarsità della domanda, segnatamente nel mercato interno).
Aggiungasi che nel fosco quadro di cui sopra, va inserita la drammatica e recrudescente emergenza dell'immigrazione; che il nostro Paese fronteggia in splendida solitudine e nella pertinace sordità dei nostri partners europei, con esclusivi suoi mezzi strumentali (“Mare Nostrum”), attrezzature logistiche, risorse umane e ingenti spese.
Nonostante ciò, e l'erogazione elettoralistica degli ottanta €uro alle fasce sociali che comunque pagano l'Irpef e le altre tasse (ormai, gabelle), la serie dei visionari non è conclusa: Monti scorgeva, fin dall'inizio del 2012, la “luce in fondo al tunnel”; Letta, nel 2013, preannunciava la “ripresa” alla fine dell'anno; Renzi (ma più di lui il Ministro Padoan) da tempo profetizza la “svolta” per la fine del 2014.
A differenza che nel passato, il Governo attuale (il terzo di non fedele espressione della sovranità popolare, ma di scelte del Capo dello Stato, che ha instaurato di fatto una Repubblica presidenziale) e non solo i nostri governanti ma anche partiti politici europei (a cominciare, finalmente, da quelli socialdemocratici), dopo aver subito il rigorismo teutonico, si sono tutti tardivamente convertiti al keynesianesimo (“dovevamo subito puntare piuttosto sulla crescita”), anche per l'esempio dell'attuale politica economica degli Stati Uniti, dove è iniziata la crisi. Dunque, bando all'austerità, all'obbligatorio rapido rientro dai debiti sovrani, all'applicazione rigorosa del “patto di stabilità”; invece, salvo il doveroso impegno di eliminare sprechi parassitismi e superfetazioni finanziarie (ragionata e non indiscriminata spending review), riduzione della insopportabile pressione fiscale, investimenti dello Stato in opere pubbliche essenziali, finanziamenti alle imprese sane, maggiore circolazione monetaria (coraggiosa ma produttiva deficit spending), il tutto all'insegna e con gli auspicabili effetti della virtuosa triade keynesiana: consumi (domanda), produzione (offerta), lavoro (nuova, fisiologica e stabile anche se flessibile occupazione), premesse indispensabili alle entrate tributarie necessarie al risanamento dei pubblici bilanci.
Tutto bene! Per il momento, però, soltanto semplici e stentorei annunci ed eccessive professioni di ottimismo da parte del nostro Governo, il quale annette una funzione salvifica al semestre di presidenza italiana del Consiglio Europeo, che dovrebbe finalmente far cambiare o almeno correggere la rotta alla fino ad ora germano-centrica politica continentale.
Laicamente, speriamo che così sia; ma non possiamo dismettere un realistico scetticismo: i fatti concreti e risolutivi ancora non si intravedono, e gli ostacoli da superare sono enormi.
Personalmente, non credo che possa incidere più di tanto il risultato italiano delle elezioni per il Parlamento Europeo (considerati, comparativamente, i risultati conseguiti dai partiti euroscettici, e non solo da questi, da noi e negli altri Paesi), ma la complicata analisi di quel voto richiederebbe una lunga trattazione.
Quel che rileva ed insieme preoccupa, anche per i riflessi sulla nostra politica interna ed in termini di democrazia, è che il 41% del PD, tanto enfatizzato, calcolato tenendo conto del massiccio astensionismo, in realtà rappresenta poco di più del 20% della volontà popolare (per non attardarsi sulle percentuali delle altre liste). E l'astensione da noi non è dimostrativa di una situazione fisiologica e di una società serena ed economicamente affluente nella quale i cittadini sono tranquilli anche per il futuro, bensì – in buona misura – è da considerare voto politico di profonda sfiducia se non di protesta, un baratro tra le istituzioni e la politica, da una parte, e il popolo sovrano, dall'altra.
C'è da augurarsi che, indipendentemente dai risultati del nostro semestre presidenziale in Europa, l'Italia rivendichi ed occupi spazi di autonomia per affrontare e risolvere i nodi che l'affliggono, e per perseguire un obbiettivo di vere riforme strutturali, organiche e sistematiche e non ...a spizzichi e bocconi (come, ad oggi, appaiono quella elettorale e quella – ancora in buona parte oggetto misterioso – del Senato).
Ma occorrono competenza, volontà e numeri (mah!). Certo, ci vogliono anche i tempi necessari; e quelli delle vigenti procedure costituzionali e regolamentari si rivelano sempre – come si stanno dimostrando – molto difficili da accelerare, stante la condizione, politicamente - a dir poco – frastagliata (anche nei singoli gruppi parlamentari) dell'attuale Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.
Il crono-programma disinvoltamente stabilito, per le riforme più urgenti, da Renzi, all'atto dell'insediamento del suo Esecutivo, è ben saltato; ora, più realisticamente il Presidente del Consiglio richiede “mille giorni“ (ancora una profezia, che – guarda caso! – nei tempi coincide con la fine della legislatura), per attuare le radicali riforme di cui il Paese ha bisogno in tanti cruciali settori: economia e finanza, giustizia, burocrazia, struttura dello Stato, federalismo, e via narrando.
Riterrei doveroso che queste “fatiche d'Ercole” fossero affrontate da un nuovo Parlamento, eletto mediante una legge elettorale non erede del porcellum (già in precedenza mi sono espresso sull'italicum), e soprattutto delegato da una grande partecipazione dei cittadini al voto (e, quindi, fortemente legittimato). E, inoltre, auspicherei che la riforma dello Stato e del sistema di Governo (le mie simpatie – si sa – vanno al maggioritario e al semi-presidenzialismo), per le profonde modifiche da introdurre nella nostra Costituzione e anche per meglio definire il nostro ruolo nel mutato contesto internazionale (che fine ha fatto lo Statuto Europeo?), avvenisse per il tramite di una Assemblea Costituente, composta in modo autorevole, più immune da condizionamenti tattici e politicisti.
Insomma, ancora una volta: chi vivrà, vedrà!

Marino BIANCO