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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 - SETTEMBRE 2014

                     18/10/2014 - IL CASTELLO DI FERRANO

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di Silvia Barchielli

Era una notte buia e tempestosa…più o meno; in realtà erano le sette meno un quarto di sera e pioviscolava appena, ma il mio stato d’animo, al colmo della rabbia verso l’ amica che mi aveva abbandonato al mio destino per un tipo conosciuto la mattina dal benzinaio, mi faceva apparire tutto più cupo. Era stata lei a dirmi che quella sera alle sette a mezzo ci sarebbe stato un concerto in una chiesa sconsacrata a Ferrano e mi aveva convinta ad accompagnarla; poi l’ incontro imprevisto ma folgorante l’aveva spinta a cancellare l’impegno che aveva preso con me da più di dieci giorni; tra l’altro mi aveva avvertita soltanto quando ero già in auto, pronta per passare a prenderla; a quel punto avevo deciso di andare comunque. Passato Diacceto, mi avventurai per una stradina sulla destra, immersa fra gli alberi; essendo inverno, era già buio e quando l’auto iniziò a singhiozzare, il passaggio da una sbalordita preoccupazione al panico totale fu quasi immediato. Il serbatoio era quasi pieno, eppure la macchina si comportava come non avesse carburante: pochi istanti dopo, il motore si spense. La strada leggermente in discesa mi consentì di arrivare, lentamente, in folle, in uno spiazzo, evitando così di bloccare il traffico. Traffico? Magari…in realtà non passava nessuno. Mi guardai intorno: alberi e buio. Feci ricorso a tutto il mio sangue freddo e pensai che l’unica cosa che potessi fare era telefonare a qualcuno; mi girai verso il sedile per prendere il telefono dalla borsa, quando mi accorsi di essere di fronte ad un cancello in ferro battuto; guardai meglio e misi a fuoco un vialetto, poi una poderosa torre merlata…un castello! Mi sporsi sul sedile del passeggero per vedere meglio, quando un essere spaventoso, tutto nero e con occhi scintillanti apparve al vetro dell’auto: quella specie di orso, di gorilla, comunque di mostro non si muoveva e mi fissava; urlai dallo spavento e l’essere sparì all’istante; dopo pochi istanti riapparve, guardandomi ostinatamente.
-Ermes!- gridò una voce –
Qualunque cosa fosse Ermes, sparì di nuovo.
Sentii bussare al vetro del mio finestrino e contemporaneamente chiedere:
-Salve! Tutto bene?-
Il volto rassicurante di una bella ragazza fu improvvisamente sostituito dal mostro di poco prima, finché due mani piccole ma decise lo spinsero verso il basso e la ragazza apparve di nuovo, sorridente. Aprii il finestrino ed ella mi invitò a scendere mentre diceva:
-Stavo riaccompagnando Ermes a casa, dai nostri vicini, quando ho visto la sua auto fare i capricci; venga in casa che chiamiamo qualcuno.-
Scendendo dall’auto mi resi conto che il mostro non era altro che un grosso cane, tra l’altro un bellissimo e docile batuffolone di pelo nero.
La riconsegna di Ermes fu rimandata e la ragazza aprì l’imponente cancello.
-Ma lei abita qui?- chiesi sbalordita.
-Sì…- fu la tranquilla risposta – la mia famiglia ed io abitiamo nella parte più antica del complesso e il resto del castello lo mettiamo a disposizione per eventi di vario genere: matrimoni, cene, presentazioni di libri… per esempio adesso stavo aspettando una coppia di fidanzati che vorrebbe organizzare la cena del matrimonio da noi. Ma è tardi per chiamare un meccanico; se vuole, quando avrò finito, posso riaccompagnarla a casa, tanto devo andare a Firenze; lei è di strada?-
- Di stradissima! – risposi sollevata - Tornerò domani con qualcuno a riprendere la macchina – aggiunsi.
- Mentre li aspettiamo, le faccio vedere gli appartamenti che diamo in affitto.
La seguii e attraversammo suggestivi saloni con i soffitti affrescati, corredati di bellissimi camini in pietra e mobili antichi, sempre sotto lo sguardo di occhi attenti e austeri che ci osservavano dalle loro incorniciate postazioni. Mi soffermai davanti ad alcuni di loro: uomini e donne in abiti sontuosi, appartenenti a diverse epoche e differenti famiglie, sembravano quasi voler raccontare la loro storia a chi avesse avuto voglia di ascoltare.
-Il nucleo originario della costruzione – spiegò la mia ospite - risale al tredicesimo secolo, mentre la torre fu fatta costruire all’inizio dell’Ottocento dal Marchese De Grolée Virville, che contribuì così a dare al Castello l’aspetto attuale; in seguito la tenuta passò al Duca Bonelli e la famiglia Bocci lo acquistò a sua volta nel 1899.
Si tratta di un castello fattoria, infatti noi continuando la tradizione di famiglia, produciamo e vendiamo vino, soprattutto olio e frutta.-
Il suo telefono squillò e dalla risposta capii che la coppia era arrivata.
-Continui pure il giro da sola…appena possibile la raggiungerò…- mi disse andando incontro ai ragazzi.
Mi guardai attentamente intorno, godendo dell’opportunità di poter osservare tanta bellezza; una vecchia foto su un tavolino di rovere ritraeva una giovane donna con la tipica acconciatura degli anni ’40, che posava orgogliosa alla guida di una superba automobile. Sorrisi pensando che all’epoca una donna al volante non doveva certo essere passata inosservata. Più avanti, un quadro attirò la mia attenzione: mi avvicinai per osservare meglio quella che mi sembrava una suora settecentesca. In effetti si trattava di una religiosa, ma quello che mi colpì non fu tanto il particolare abito, quanto l’espressione di quella bambina: perché di una bambina si trattava. Il pittore che l’aveva ritratta non era riuscito, forse volutamente, a nascondere in quello sguardo triste, la mancanza di rassegnazione che trapelava per me in modo così evidente; in quegli occhi riuscivo a leggere una rabbia e una disperazione che forse la ragazzina aveva cercato di comunicare al mondo intero, a quel mondo che non avrebbe mai conosciuto. Non potei fare a meno di paragonare le due donne appena osservate: la presunta libertà dell’una, alla guida di una potente auto, strideva considerevolmente con la forzata rinuncia alla vita dell’altra. Il mio pensiero corse per un attimo alla mia amica e sperai che la attendesse una piacevole serata…
Incrociai di nuovo lo sguardo della suora bambina; più di due secoli ci separavano; ero arrivata troppo tardi, non potevo fare niente per lei; ma le sorrisi e le promisi che sarei tornata a trovarla.
Silvia Barchielli