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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 - SETTEMBRE 2014

                     18/10/2014 - RICCARDO LOMBARDI

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RICCARDO LOMBARDI

di Bruno Becchi
Riccardo Lombardi negli anni dei
governi di “svolta a sinistra”

"In occasione del trentesimo anniversario della morte di Riccardo Lombardi, avvenuta a Roma il 18 settembre 1984, Laburista Notizie ripubblica l'articolo di Bruno Becchi, uscito sul numero di giugno 2009".

Riccardo Lombardi negli anni dei governi di “svolta a sinistra”
di Bruno Becchi


In tempi di crisi economica e di assenza di iniziativa politica, di consociativismo sulle regole elettorali e di istituzioni parlamentari orfane di forze riformiste, progressiste e di sinistra è quanto mai opportuno riflettere su una figura esemplare del socialismo italiano come Riccardo Lombardi.
Nell’ambito di oltre un sessantennio di vita politica - dagli esordi, all’inizio degli anni venti, nel gruppo cattolico di Guido Miglioli alla morte avvenuta a Roma nel settembre 1984 - particolarmente interessanti risultano il pensiero e l'azione dell'esponente socialista nel periodo che va dalla metà degli anni cinquanta alla metà degli anni sessanta. Si tratta di un arco di tempo che, sul piano politico, registra grandi cambiamenti; uno su tutti, per limitarci all'ambito nazionale, il passaggio del PSI dalla strategia del frontismo a quella del centro-sinistra, cioè dall'alleanza con il Partito comunista a quella, a livello governativo, con la Democrazia cristiana, il Partito repubblicano ed il Partito socialdemocratico.
In questo contesto Lombardi si colloca come un assoluto protagonista, ad esempio, con il contributo dato all'aggiornamento teorico degli aspetti più obsoleti del marxismo o con il tentativo di corredare la politica di “svolta a sinistra” di un organico programma di riforme; entrambi presupposti indispensabili per dotare il movimento operaio italiano ed il Partito socialista in particolare di una reale “cultura di governo”.
In tutto ciò Lombardi si caratterizza per la tendenza prevalente a procedere secondo un metodo rigorosamente induttivo, partendo cioè dall'osservazione attenta della realtà oggettiva per adeguare ad essa le proprie idee e le proprie strategie. In sintonia con questa scelta metodologica, egli si mostra sempre aperto al confronto e disponibile ad accogliere sollecitazioni provenienti anche da ambiti culturali diversi ed esterni al suo tradizionale orizzonte di riferimento; basti pensare all’attenzione costante nei riguardi delle posizioni politiche di Nenni o dei teorici del controllo operaio, per quanto attiene al campo socialista, oppure di quelle di volta in volta prevalenti nella Democrazia cristiana, nel Partito comunista o nel gruppo liberal degli “Amici del Mondo”.
La fase dell’attività politica lombardiana di cui stiamo trattando è quella che potremmo dire delimitata da due emarginazioni: la prima imposta dall'apparato morandiano, che recluse il leader autonomista in una sorta di “lazzaretto politico”, costringendolo a svolgere un ruolo assolutamente marginale; la seconda ad opera dell'entourage nenniano, durante la quale Lombardi, pur non ritornando allo stato di relegatio dell'inizio degli anni cinquanta, verrà ugualmente a trovarsi nella totale impossibilità di influenzare le scelte politiche del gruppo dirigente del partito. Fra queste due emarginazioni si colloca la fase migliore del “lombardismo”.
Nel periodo dell'esperienza del centro-sinistra - che Lombardi ritiene esaurita già a partire dal luglio 1964 - è opportuno osservare come la politica estera sia rimasta piuttosto in ombra all'interno della sfera degli interessi lombardiani. Con questo non che sia completamente assente, come dimostrano le prese di posizione contro il riarmo atomico della Germania e quelle a favore del neutralismo; è indubbio però che, per un Lombardi tutto proteso a garantire, sul piano interno, l'interpretazione più autentica della “svolta a sinistra”, la politica estera abbia occupato un posto effettivamente di secondo piano. Ciò sia rispetto agli anni precedenti, caratterizzati dall'impegno per il superamento dei blocchi, per l'emancipazione dei popoli coloniali, per l'adesione dell'Italia al MEC, sia rispetto a quelli successivi, durante i quali grande importanza riveste all’interno dell’attività politica lombardiana la battaglia contro la guerra del Vietnam.
Un limite di concretezza è riscontrabile nella elaborazione della strategia delle riforme di struttura. Infatti proprio perché tale strategia avrebbe dovuto portare, sebbene in modo graduale, all'abbattimento del sistema capitalistico e dar vita ad un'autentica democrazia socialista era impensabile che la DC, partito espressione anche delle forze economiche capitalistiche, arrivasse a sostenere fino in fondo un simile programma. La riprova inequivocabile si avrà già con il I governo Moro, che dimostrerà come il doroteismo democristiano fosse disposto a concedere molto meno del pur timido riformismo fanfaniano.
L’impostazione lombardiana difetta di realismo politico anche nei confronti di un altro problema, particolarmente sentito dall’esponente socialista: quello relativo all’estensione dell’intervento dello Stato in economia. Lombardi - al pari di tutta la sinistra italiana - non comprese le reali ragioni dell’accondiscendenza della DC nei riguardi di una simile prospettiva di politica economica. Tali ragioni consistevano essenzialmente nel fatto che un’espansione del settore pubblico nel tessuto produttivo del Paese era funzionale all’ampliamento di quella borghesia di Stato di fede democristiana, la quale, favorendo una profonda compenetrazione fra partito, governo e, appunto, Stato, avrebbe conferito un carattere di continuità al potere scudocrociato.
Decisamente positiva è invece l’intuizione dell’acomunismo, che rappresenta la versione più autentica dell'autonomismo socialista, in quanto costituisce il tentativo più organico di instaurare un nuovo tipo di rapporti a sinistra basato sul rifiuto dei due limiti estremi: la subordinazione da un lato e l'indifferenza dall'altro.
Uno degli aspetti centrali dell'attività politica di Lombardi di questo periodo è costituito dalla battaglia per la nazionalizzazione dell'industria elettrica. Si tratta di una riforma che venne realizzata, però, con modalità assai diverse da quelle che egli aveva auspicato e per le quali si era battuto. Ne deriverà così che un provvedimento assolutamente fondamentale per il futuro sviluppo del paese risulterà svuotato dei suoi contenuti più importanti. E ciò a partire dalla prevalenza, riguardo alla questione degli indennizzi, della linea-Carli, che prevedeva il pagamento in contanti alle società, su quella sostenuta da Lombardi, favorevole invece alla conversione delle azioni in obbligazioni intestate ai singoli azionisti. La soluzione prescelta, non prevedendo alcun controllo pubblico sugli investimenti delle somme versate ai gruppi espropriati, permetterà infatti la costituzione di altri monopoli come la Montedison, nata nel 1966 dalla fusione della società ex-elettrica Edison con l'azienda principe del settore chimico, la Montecatini. L'atteggiamento di Lombardi però non fu esente da colpe. Egli infatti peccò di ottimismo, ritenendo sufficiente l'inserimento della nazionalizzazione dell'industria elettrica nel più generale indirizzo di programmazione, perché potesse essere scongiurato il rischio di future concentrazioni monopolistiche. L'errore è consistito nella sopravvalutazione non di un tale collegamento, che sarebbe stato sicuramente efficace, quanto della volontà politica di realizzarlo, anche in considerazione della presenza al governo di forze moderate, fra cui la Democrazia cristiana, che erano sempre particolarmente sensibili ai desiderata delle componenti economiche più influenti.
Anche l’idea di piano e di programmazione rappresenta un elemento caratterizzante l’attività politica di Riccardo Lombardi. L’origine di essa nel suo pensiero risale assai lontano nel tempo, agli anni trenta, quando, affascinato dagli studi di economia, egli cominciò a riflettere sulle teorie di Keynes, Schumpeter e Rathenau e sul New Deal di Roosevelt, che di quelle teorie fu, per molti aspetti, la realizzazione concreta. Fu a partire da queste riflessioni che Lombardi cominciò a seguire anche le elaborazioni di politica di piano prodotte oltralpe, arrivando ad individuare nelle teorie dei belgi Vandervelde e de Man e del francese Déat, la formulazione di un sistema misto in grado di preservare l’economia da due gravi rischi: da un lato un capitalismo senza regole causa di inevitabili squilibri economici, sociali e territoriali e dall’altro uno statalismo passibile di degenerare in centralismo burocratico.
L’acquisizione solida e convinta di una simile cultura economica portò Lombardi prima a sostenerne i principi in una “lettera aperta” alla CGIL, scritta nel 1946 come segretario del Partito d’azione, poi a riporre grandi speranze nel “piano del lavoro” formulato dalla stessa confederazione sindacale nel febbraio 1950 ed infine a prendere in seria considerazione lo Schema di sviluppo, presentato da Ezio Vanoni al congresso democristiano di Napoli del 1954. Pertanto, quando all’inizio degli anni sessanta, Lombardi fu chiamato a presiedere la commissione economica del PSI, incaricata di elaborare una piattaforma programmatica in vista dell’ingresso del partito nel governo, egli possedeva una sensibilità di vecchia data ed una solida preparazione in tema di programmazione e di politica di piano.
Un altro aspetto assai dibattuto è quello relativo alle vicende della famosa notte di San Gregorio. Nel Comitato centrale del 16-17 giugno 1963 si verificò la spaccatura della corrente autonomista, per il rifiuto dei lombardiani di dare il proprio assenso alla ratifica degli accordi sottoscritti dai quattro partiti del costituendo governo Moro, facendo così venir meno la maggioranza interna al PSI e determinando la posticipazione di circa sei mesi della formazione del primo centro-sinistra organico. La ribellione lombardiana fu un atto politico di estrema coerenza, dato che il testo sottoscritto alla Camilluccia era ben più modesto di quello del precedente governo Fanfani. Fu un errore politico la successiva scelta di ricomporre l'unità della corrente, perché, in tal modo, Lombardi veniva a precludersi la possibilità di utilizzare a pieno il ruolo privilegiato di ago della bilancia degli equilibri interni al partito. Con questa mossa politica egli rinunciava a priori alla possibilità di determinare un rovesciamento della maggioranza o per lo meno di esercitare in maniera efficace il proprio potere di condizionamento su un gruppo nenniano ormai sempre più deciso ad intraprendere la strada della sterile unificazione con i socialdemocratici. Ricucendo lo strappo di San Gregorio, Lombardi poneva le basi della sua futura sconfitta. Quando, circa un anno dopo, la rottura diverrà definitiva, la situazione sarà completamente cambiata. Con l'uscita dal PSI della sinistra di Basso, Valori e Vecchietti - che andrà a dar vita all’effimera esperienza del PSIUP, per poi entrare nell’orbita PCI e quindi approdare sul pianeta comunista -, il gruppo nenniano non correva più alcun pericolo di perdere la maggioranza e quindi la guida del partito. A Lombardi non rimarrà altro che cercare di svolgere al meglio la funzione di coscienza critica di un partito che, fatto il suo ingresso nella “stanza dei bottoni”, stava sempre più adeguandosi alla logica del potere per il potere, propria della DC e dei suoi tradizionali alleati di governo.
Il ruolo di Lombardi sarà dunque per i moderati e per i suoi avversari politici - esterni ed interni al PSI - quello del guastatore, per i suoi compagni di idee e per lo studioso super partes quello di Cassandra, cioè di una voce veritiera, ma inesorabilmente inascoltata.