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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2014

                     15/12/2014 - UN AUTUNNO....GELIDO

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di Marino Bianco

Le condizioni generali di vita non inducono certo all'ottimismo, ma suscitano piuttosto amare e rabbrividenti riflessioni.
Mi limito alla politica nel nostro Paese, alle cose di casa nostra (trascuro, cioè, il preoccupante quadro internazionale e le catastrofi climatiche che si sono abbattute sulla penisola); le nostre cose non vanno proprio nella direzione giusta!
E faccio una premessa: i padri costituenti del 1948 vollero creare una "Repubblica democratica fondata sul lavoro", così identificando i due pilastri fondamentali e le finalità della nostra cittadinanza (democrazia e lavoro!).
Allora, vi è da considerare quanto segue.
I - La democrazia.
C'è da chiedersi se la nostra democrazia sia effettiva, o se invece non si stia sgretolando quel pilastro.
In primo luogo, la democrazia nel nostro Paese oggi si identifica, al massimo livello, con un Parlamento (che ha varato tre governi "del Presidente", con due primi ministri, il primo e l'ultimo nemmeno passati dal consenso popolare), che è stato formato da una legge elettorale dichiarata illegittima ed abrogata dalla Corte Costituzionale, in quanto non rispettosa della corretta rappresentanza degli elettori, in cui si sostanzia il principio di sovranità popolare.
E tale Parlamento, certamente delegittimato politicamente se non giuridicamente (al riguardo, però, le opinioni divergono), dovrebbe addirittura modificare la Costituzione e stabilire la nuova struttura dello Stato.
Il nuovo progetto di riforma elettorale, già più volte modificato all'insegna di opportunistiche valutazioni (come verrà fuori la legge?), non elimina alla radice quei vizi del "porcellum" dalla Consulta accertati.
In secondo luogo, il deficit di democrazia, addebitabile alla classe politica e ai rappresentanti istituzionali, è clamorosamente comprovato dal patologico astensionismo (la metà circa degli aventi diritto al voto, come si è verificato mediamente in tutte le consultazioni elettorali. Anzi, nelle recenti elezioni regionali dell'Emilia Romagna e della Calabria, siamo ormai al 60% e più delle astensioni!
Astensionismo che ho definito, "patologico", poiché un tasso anche consistente di diserzione dalle urne può considerarsi "fisiologico" soltanto quando e laddove tutto funziona abbastanza bene e l'indifferenza degli aventi diritto al voto può avere questa giustificazione;
non, invece, nelle condizioni di convivenza sociale nelle quali stiamo vivendo: l'astensione dimostra l'assenza di fiducia verso le istituzioni, è un voto di disprezzo verso la politica e verso coloro che ci governano e gli obsoleti e desueti partiti, che hanno "nominato" i nostri rappresentanti ai vari livelli istituzionali.
Vale la pena di sottolineare ancora una volta la falsa retorica del 40,1% raccolto dal PD alle elezioni europee, percentuale che rappresenta - la matematica non è un'opinione - intorno al 22% dell'elettorato. E non mi trattengo sui calcoli ancora più deprimenti che si possono trarre dall'esito delle recenti elezioni regionali: il punto è che la democrazia non può funzionare e la sovranità popolare è violata quando a governare è in realtà una esigua minoranza del popolo, al di là delle percentuali che i partiti in lizza possano raccogliere.
Il malessere della nostra democrazia è gravissimo e viene accentuato dall'atteggiamento arrogante di chi governa, di negarsi al confronto, di limitarsi al più all'inutile ascolto, a considerare "gufi" tutti coloro che non la pensano e non propongono alla stessa maniera.
Non si dovrebbe sottovalutare la ripresa di una notevole tensione sociale (anche con forze vive e indubbiamente rappresentative, come i Sindacati dei lavoratori, previsti dalla nostra Carta Costituzionale, per contro snobbando le loro posizioni e le loro proposte come pretestuose ed ispirate da non commendevoli ragioni politiche).
La indubbia crisi della democrazia è il primo vulnus ai principi della Costituzione.
II - Il lavoro.
E' l'altro pilastro, questo, che scricchiola di giorno in giorno sempre di più.
Il lavoro rappresenta uno dei fondamentali diritti dell'uomo: se questi non lavora ed è costretto a vivere nel bisogno, non può costruire il proprio avvenire, esprimere la propria personalità e soprattutto la propria compiuta libertà (la prima e pregiudiziale libertà è quella dal bisogno!).
La Repubblica è "fondata sul lavoro", e se l'attività economica è libera, tuttavia deve svolgersi - come ancora stabilisce la nostra Costituzione - con l'obbiettivo della utilità sociale: in altre parole, l'economia deve essere lo strumento per sostenere e rafforzare il pilastro-lavoro, deve essere diretta a questo scopo, non rimessa ed abbandonata alle ciniche leggi di mercato, alle speculazioni finanziarie, allo sfruttamento capitalistico che allarga la forbice tra i ceti sociali (non pare che sia venuto il momento di ritenere la nostra società ormai del tutto immune dallo scontro di classe!).
Se così è, allora, nonostante l' iperpresenzialismo e i roboanti imbonimenti di chi ci governa (e che i mass media ci propinano ogni giorno), non si può dire che si stia operando nella doverosa direzione, affinché, appunto, il lavoro sia protetto non solo e non tanto da una astratta articolazione di nuove regole, ma nella concreta possibilità di mantenere i posti di lavoro e di crearne altri, quei tanti in più che servono per affrontare il tasso da primato di disoccupazione giovanile, allarmante soprattutto nel Sud ove risuona il canto delle Sirene della criminalità organizzata (e forse, ormai, non solo in quei territori depressi fino dalla unità d'Italia).
In uno scritto precedente, descrivevo le "cortine fumogene" a dissimulare gli insuccessi governativi di fronte alla grave crisi economica: anche l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è divenuto un incolpevole capro espiatorio, nella discussione e nelle disposizioni del tanto decantato "jobs act" (espressione da marketing!), che di per sé non creerà un solo nuovo posto di lavoro.
Conviene sottolineare la ricorrente disinformazione circa il numero di nuove assunzioni, notizie che mai si presentano insieme al saldo sempre più negativo con quelle occupazioni che si perdono (le chiusure di aziende, i licenziamenti e il ricorso alla cassa integrazione sono cronache di tutti i giorni) e quei posti di lavoro che mancano e si dovrebbero assicurare per quei giovani e comunque per quelle persone che si presentano per la prima volta alle porte con il mondo del lavoro.
La gelida realtà anche in questo autunno ci dice, impietosamente, che continuano a crescere il debito pubblico, la spesa pubblica (ad onta della pretesa spending review), la pressione fiscale (in buona misura dal disegno di legge di stabilità trasferita, con incremento, dal centro alla periferia), e soprattutto aumenta la disoccupazione (la maggiorazione delle tasse sulla casa eccedono quella riduzione di 80,00 euro per una parte dei lavoratori).
Ci vuole altro che il "jobs act": l'Italia è rimasta l'unico Paese europeo tuttora in recessione, i ceti medi continuano ad impoverirsi accrescendo le fasce endemiche di povertà.
La "scossa" all'economia enfaticamente promessa in tempi brevi nell'inverno scorso non solo non si è sentita, e la ripresa è lontana da venire (come tutti gli osservatori economici anche internazionali prevedono), continua un "bradisismo" economico e sociale in abbassamento.
Ho esposto la seconda grave ferita ai principi della nostra Costituzione.
III - Conclusioni.
Insomma, questa crisi, non solo della democrazia, ma del lavoro (cioè, dell'economia) pare che non debba mai finire, ma soprattutto non viene affrontata con lo spirito che sarebbe richiesto dal nostro dettato costituzionale.
Potremmo ancora soffermarci sulla giustizia e sulla pubblica amministrazione (settori complementari al funzionamento della democrazia) e su istruzione, cultura, ricerca, formazione (componenti essenziali per favorire l'accesso al lavoro).
Potremmo ancora, quanto alla democrazia, intrattenerci, in particolare, sul modo in cui si pensa di modificare il Senato e sul modo col quale alle Province, surrettiziamente definite soppresse, si sono sostituite le Città Metropolitane.
Potremo farlo in altra occasione
Ma per la economia occorrono investimenti pubblici e privati e la decisa riduzione della pressione fiscale e del costo riflesso del lavoro, magari accompagnate l'una e l'altra misura da un... pizzico di imposta patrimoniale, non già sui piccoli risparmi del ceto medio, bensì sui grossi capitali immobiliari e finanziari.
Il Governatore della Banca Europea, il quale ora è più realista ed anzi fa egli stesso previsioni improntate al pessimismo, ha promesso che la BCE comprerà debito sovrano affinché gli Stati europei dispongano di risorse finanziarie per affrontare la crisi: allora, bando all'austerità (secondo gli assurdi vincoli europei per la salvaguardia del valore della moneta unica) e invece deficit spending (ricorso al credito per finanziare la spesa produttiva e, quindi, anche all'aumento del debito), come quasi un secolo fa suggeriva Maynard Keynes, come operò per quei consigli Franklin Roosevelt, e come ora sta facendo Barack Obama per risollevare le sorti economiche e le condizioni sociali della USA.
Da noi, intanto, l'autunno purtroppo è gelido, e niente di buono ci promettono le stagioni a venire. Marino Bianco