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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2015

                     30/4/2015 - CRISI E RAGIONI DELLA SINISTRA

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di Roberto Del Buffa

In quell’aureo pamphlet che Norberto Bobbio dedicò nel 1994 a Destra e sinistra, il filosofo torinese spiegò le ragioni che, a suo parere, rendevano ancora appropriata la distinzione politica fra destra e sinistra. I valori ideali che dividevano, e ancora dividono, le due tradizioni sono quelli della libertà e dell’uguaglianza, che, insieme alla fraternità (che andrebbe riletta, in chiave contemporanea, come solidarietà), caratterizzarono le grandi rivoluzioni borghesi dei secoli XVIII e XIX. Secondo Bobbio, la sinistra si distingue per l’adozione di una prospettiva egualitaria, che storicamente si è incarnata in una posizione integrale, quella comunista, e in una che, meno ambiziosamente, favoriva il contenimento e la riduzione delle disuguaglianze sociali, concentrandosi più sulle opportunità individuali che sul principio economico dell’uguaglianza. Questa seconda, che potremo approssimativamente identificare con la tradizione socialista (o socialdemocratica), ha avuto senza dubbio il merito di assicurare protezione agli strati sociali più deboli, soprattutto attraverso le politiche di welfare che hanno caratterizzato tutte le democrazie occidentali, con le indubbie differenze nazionali. Ora gli effetti perversi di un ventennio di silenziosa lotta di classe, pubblicamente negata, ma in realtà condotta con determinazione dalla classe dei ricchi e potenti contro tutte le altre componenti della società e, in particolare, contro i diritti conquistati nel ventennio precedente dalla classe dei lavoratori, hanno determinato una nuova travolgente avanzata delle diseguaglianze sociali. La società si divide ormai in una classe di poche famiglie dell’aristocrazia economica e finanziaria, sempre più ricche e potenti, e nella gran maggioranza della popolazione, divisa fra il numero declinante di lavoratori che, sempre con maggior difficoltà, riescono a mantenere un livello dignitoso di vita, e in la moltitudine di poveri, poverissimi e disperati, che dalle periferie geografiche del mondo si muovono verso le periferie delle città del nostro mondo, ricco di mezzi, ma ingiusto nella loro distribuzione. Se questo è vero le ragioni della sinistra dovrebbero apparirci rinforzate e il suo successo politico, almeno da questa parte di mondo, garantito dall’esercizio della democrazia elettorale. Purtroppo non è così; anzi, incalzata da destra dalle politiche neo-liberiste, la sinistra appare impreparata ad affrontare le nuove sfide poste dall’evoluzione della società mondiale globalizzata. In particolare sembra incapace di formulare un vero e proprio modello alternativo di intervento politico, in un momento in cui il sistema economico si è rapidamente internazionalizzato, spostando il livello di governo dalla dimensione nazionale a quella globale e determinando la formazione di un’oligarchia economico-finanziaria sovranazionale, talmente forte da imporre una politica favorevole alla speculazione finanziaria e indifferente ai problemi del lavoro e della produzione di beni. Sono considerazioni condivise da molti intellettuali di sinistra, come lo storico Massimo L. Salvadori e il sociologo Anthony Giddens, i cui interventi su «La Repubblica» dello scorso 11 aprile costituiscono lo spunto delle presenti riflessioni. Tuttavia ad un’analisi condivisa della situazione, non corrisponde nessuna soluzione credibile, se non un generale richiamo alla dimensione sovranazionale dei problemi. Oggi si tratta però di problemi che non possono essere risolti attraverso la semplice riproposizione dell’internazionalismo, che fu uno dei capisaldi teorici del socialismo, ma che mostrò tutti i suoi limiti già nel primo conflitto mondiale. D’altronde, se il consenso viene determinato elettoralmente a livello nazionale, è facile comprendere come l’agenda internazionale dei problemi appaia alle cittadine e ai cittadini troppo lontana rispetto alla proposta di soluzioni locali, magari populistiche, come quelle proposte da Le Pen in Francia e da Salvini e la Lega in Italia.
In Europa, però, un’istituzione sovranazionale eletta democraticamente ci sarebbe e il rilancio della sinistra non può quindi che passare da essa. Solo con una profonda revisione delle politiche europee, soprattutto in tema di diritti e lavoro, si aprirebbe dunque uno spazio per il rilancio della sinistra? È probabile, ma difficile dire come questo possa avvenire, dato che, com’è noto, l’indirizzo politico europeo non è determinato dagli equilibri parlamentari, ma dagli accordi fra gli stati membri, che agiscono ancora in funzione di egoistici interessi nazionali. Così il fronte europeista rimane sempre più schiacciato fra le politiche dei singoli stati e un vento di protesta che rischia di allontanare ogni progresso dell’integrazione europea e con esso ogni possibilità di invertire il declino dei valori della sinistra.