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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - GIUGNO 2015

                     7/5/2015 - IL POZZONE DI PELAGO

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di Silvia Barchielli
Novembre 1915

Caro Mario
Come d’accordo, leggerai alla mamma e al babbo quello che riterrai opportuno; ti consiglio di inventare, di inventare parecchio. Di’ comunque a tutti che io sto bene e che non si diano pensiero per me. Da vari giorni ormai stiamo combattendo l’ennesima battaglia dell’Isonzo; la quarta, per la precisione.
Non so come verranno considerati i nostri progressi militari… io non ne vedo; non so quanti morti conteranno gli austriaci: noi tanti. Io tanti, tantissimi… troppi. Ogni giorno vedo facce nuove intorno a me; facce nuove non perché non le avessi mai viste prima; ma perché prima erano più lontane da me… metri e metri più distanti; i compagni che mi erano vicini nei mesi passati, non ci sono più; quelli che erano vicini a me anche solo ieri, non ci sono più. Non so per quanto tempo ancora i proiettili e le granate nemiche mi risparmieranno; ma se lo facessero loro, il freddo e la pioggia mi uccideranno nel frattempo. Qui in trincea non c’è verso di asciugarsi; non so dirti da quanti giorni sono bagnato; non ricordo da quanto tempo patisco il freddo. Non dormo da quattro giorni; te lo puoi immaginare? Io, che non mi alzavo dal letto neanche alle vociate del babbo la mattina? Quanto mi manca il suo vocione! Qui tutti gridano, ma non si capisce più neanche il perché: ordini, insulti… forse ormai si urla solo per scacciare la paura, per rimandare indietro le pallottole… ma non funziona.
Quelli che vengono colpiti non urlano… cadono e basta. Nei momenti più tranquilli, quando non si spara, qualcuno piange; i primi giorni non accadeva; tutti volevamo dimostrare che eravamo uomini coraggiosi. Ma sono passati sei mesi e ormai non dobbiamo dimostrare più nulla; che significa essere coraggiosi? Tenere un fucile in mano con le mani congelate è già coraggio; camminare su piedi ormai insensibili per il freddo, è già coraggio; sorridere ad un compagno ferito e dirgli che non è niente di grave, è già coraggio; e di più ne dimostra quel compagno, quando finge di crederti. Quando succederà a me, non so se riuscirò a credere che non è nulla di grave; io stesso ho già mentito ad altri, decine e decine di volte.
Sai come faccio ad andare avanti? Faccio finta di non essere qui; quando imbraccio il fucile, immagino di partire per la caccia col babbo, di andare nei nostri boschi intorno a Pelago; ricordi che festa quando riuscivamo a portare a casa una lepre? Mi viene da ridere pensando a quanto pomodoro ci metteva la nonna per fare tanto sugo da inzupparci il pane: una lepre non bastava per sfamarci tutti e undici! E come veniva buona la pasta con quel sugo...ma quanto ne faceva la nonna? Quanto rimpiango quei pranzi… qui la pasta e il riso sono un ammasso di colla; li cucinano nelle retrovie e durante la notte li trasportano verso le linee avanzate e nel frattempo si appallottola tutto. Quando ci portano il brodo, durante il tragitto si fredda così tanto che ci arriva una gelatina. Prima degli assalti ci danno anche la cioccolata, delle gallette, delle scatolette di carne, dei liquori… questi ultimi ci dovrebbero dare coraggio; ti assicuro che non ci riescono.
Quanto mi manca il pane della mamma! Ricordo che fin da piccolo la accompagnavo a bottega a prendere la farina; insistevo sempre perché poi mi portasse a vedere il pozzone sotto al mulino; quanta strada in più le facevo fare! Sono sempre stato innamorato di quel posto… quanto ci siamo divertiti d’estate a farci il bagno; ti ricordi che tuffi, che nuotate? Non te l’ho mai detto, ma fra tutti noi ragazzi, tu secondo me eri il più bello! Come ti invidiavo per le tue belle spalle! Meno male che i soldati li richiamano in base all’età e non per la prestanza fisica, altrimenti tu saresti partito prima di me! Invece per fortuna sei troppo giovane e mi auguro che questo inferno finisca prima che richiamino anche voi. Saresti un bel soldato, in divisa faresti una gran figura; pensa che alle ragazze di qui piaccio anche io! Durante i primi giorni, quando passavamo per i paesi, ce n’era più d’una che mi sorrideva… e io ero contento. Ma mi auguro che ti vedano soltanto le ragazze di Pelago… ti autorizzo a farti ammirare al massimo da quelle di Diacceto o di Paterno; guai a te se ti fai vedere da queste!
Mi manca tutto di casa, persino la messa della domenica; giuro che se torno a casa, non mi addormenterò più alla predica. Qui il cappellano è poco più anziano di noi; è ancora un ragazzo pure lui. E’ bravo, ha sempre una parola di conforto per tutti, ma l’altra notte l’ho visto piangere mentre guardava una foto dei suoi cari. Avrei voluto dirgli qualcosa, ma non mi sono venute le parole e ho fatto finta di dormire. Il giorno dopo era di nuovo in sé, sorridente e tranquillo; ma ora che l’ho visto piangere, ho più paura anch’io.
Avrai notato che questa lettera è più lunga delle altre; non so perché ho la sensazione che potrebbe essere l’ultima. Forse perché mi è andata bene fino ad ora e non so quanto ancora la fortuna mi potrà assistere, o forse perché sono stanco: stanco come non lo sono mai stato in vita mia, neanche quando a luglio andavo a mietere il grano sotto al sole; quanto vorrei tornare a quelle giornate: almeno lì il sudore era dato dalla fatica, qui invece sudo sempre freddo per la paura.
Mi dispiace darti tutte queste notizie angoscianti, non sai come avrei voluto scriverti una lettera diversa, tipo: “Caro Mario, non dire niente a casa, ma io sto tornando e voglio fare a tutti una sorpresa…”. Sono sei mesi che sogno di scriverti una lettera così.
Divertiti Mario, goditi la mamma, il babbo e le nostre sorelle; sono contento che siano tutte femmine, almeno loro rimarranno a casa; sono già così in pensiero per te, che solo l’idea che tu possa essere richiamato mi fa impazzire.
Soffro da morire quando un mio compagno viene colpito, ma egoisticamente in quel momento mi ritengo fortunato; come potrei vivere qui con te a fianco o sapendoti comunque più lontano ma esposto a questi rischi? Io che ancora vivo col rimorso di averti quasi affogato quando intendevo insegnarti a nuotare nel pozzone del mulino e avevi solo tre anni; quanto si arrabbiò la mamma… credo che quella volta non mi abbia ucciso solo perché io ne avevo appena sei!
In quel laghetto comunque ci abbiamo passato i nostri momenti più belli; pensa a me la prossima estate quando tornerai a farci il bagno! Pensa che io quella volta volevo solo insegnarti a nuotare per poterci poi divertire insieme, come alla fine è successo! Dovesse accadermi qualcosa, il mio ultimo pensiero sarà per te: sappi che l’ultima cosa che vedrò, sarà il tuo viso sorridente e abbronzato che mi invita a fare un tuffo… e sappi che io accetterò, e nuoterò lì con te per tutta la vita.
Tuo fratello Carlo