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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 - SETTEMBRE 2015

                     10/9/2015 - LA TORRE DI MASSETO

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di Silvia Barchielli

Era in cammino già da un’ora e bevve un piccolo sorso d’acqua dalla bottiglia che portava con sé; si era ripromessa di non bere fin quando non fosse giunta a destinazione, poiché quell’acqua avrebbe dovuto durare fino alla sera. Ma il caldo inaspettato di quel 24 maggio 1907 l’aveva costretta a bere.
Aveva lasciato sua zia sull’uscio di casa; l’anziana donna l’aveva abbracciata e le aveva detto: “Coraggio!”.
E il coraggio era l’unica cosa che non le mancava; il coraggio era una dote di famiglia, ma purtroppo non aveva mai portato fortuna a nessuno di loro.
Pontassieve era ormai lontana e già ella si accingeva a iniziare la salita che l’avrebbe condotta a Fontisterni; si riposò un attimo sotto una grande quercia, poi ricominciò a camminare. Le tornarono in mente le parole di sua zia, mormoratele la sera prima mentre rigovernavano, l’una accanto all’altra; parole sussurrate, in modo che lo zio non potesse udirle: “Sbrigati a rigovernare e vai a letto… cerca di riposare bene, vedrai che domani sarà la volta buona! Mettiti il vestito buono, quello della mamma!”
E lei, la mattina seguente, si era messa il vestito della mamma; aveva aspettato quindici anni per indossare quell’abito ormai fuori moda nonostante le modifiche apportate dalla zia; ma si erano entrambe ripromesse che quel vestito sarebbe stato indossato solo per un’occasione speciale e soltanto quando Elisa avesse avuto la giusta taglia; ed ora quel momento era arrivato: essa aveva ventun anni, esattamente gli anni che aveva sua madre quando venne via da casa sua con quell’abito, ultime vestigia della sua vita agiata.
Il sole bruciava ed ella si fermò ancora un attimo, ma non era il caldo a costringerla a riposarsi; era la paura di rimanere ancora delusa; ancora, per la quindicesima volta. Osservò la trina del corpetto dell’abito; la accarezzò, chiudendo gli occhi, immaginando che anche suo padre doveva averla accarezzata appassionatamente, apprezzando il sacrificio che quella ragazza aveva fatto per amore suo.
Elisa immaginò, come mille altre volte aveva fatto in vita sua, quanto forte doveva essere stato quel sentimento che aveva spinto sua madre, figlia di un ricco notabile della zona, a scappare di casa per sposare quel fabbro che aveva conosciuto durante i lavori di ristrutturazione della villa in cui essa aveva sempre vissuto, fra lo zelo della servitù e la rigida autorità della sua famiglia.
Le tornarono in mente gli sguardi che si scambiavano i suoi genitori: sguardi pieni di amore e di complicità, nei momenti in cui le cose andavano, tutto sommato, ancora bene; ma erano anche gli stessi sguardi degli ultimi tempi, che la rabbia e la disperazione non erano riusciti a cambiare. Elisa aveva sei anni quando aveva visto suo padre morire letteralmente di fame; egli era riuscito a farle credere che i grandi potessero vivere anche senza mangiare; sua madre aveva fatto la stessa fine tre mesi dopo, cedendo a Elisa e a suo fratello Vittorio, dodicenne, quel poco che la carità del vicinato le concedeva.
Quell’uomo bello, possente, perennemente abbronzato e dai profondi occhi scuri che avevano fatta innamorare una ragazza non destinata a lui, quell’uomo che le aveva promesso tutta la felicità possibile, quel lavoratore instancabile che passava giorno e notte a forgiare cancelli, inferriate e utensili di ogni tipo, rendendo così più che decente la loro vita all’inizio, non aveva fatto i conti con la potenza del suocero, che in pochi anni era riuscito a fargli terra bruciata intorno, impedendogli poco a poco di lavorare. Le commesse erano via via diminuite e col passare del tempo, nonostante i suoi sforzi, gli era stato impossibile trovare un’occupazione anche in altri settori o in altri luoghi: tutti gli rifiutarono un lavoro, anche il più miserabile.
Elisa, con le lacrime agli occhi per la rabbia, riprese a camminare, spinta dal desiderio di arrivare prima possibile alla torre di Masseto.
Alla morte dei genitori, lei e suo fratello erano stati affidati a dei lontani ed anziani, nonché riluttanti, parenti del padre che abitavano a Fontisterni; un giorno, il 24 maggio di quindici anni prima, Vittorio, ai piedi della torre di Masseto, sotto la quale si stendevano i campi in cui lavoravano, le aveva fatto una promessa: “Il 24 maggio di non so quale anno, verrò a prenderti; adesso scappo: vado in America e sono certo che prima o poi tornerò e ti farò fare la stessa vita felice che il babbo aveva promesso alla mamma; il parroco all’inizio mi ha sconsigliato, ma poi sono riuscito a convincerlo e mi ha dato dei soldi; sono pochi, ma so che riuscirò a partire e a tornare; tu, ogni 24 maggio, vieni ad aspettarmi sotto la torre.”
Elisa per parecchi mesi lo aveva ingenuamente aspettato sotto la torre ogni sera.
La vita a Fontisterni era divenuta presto insopportabile; i parenti di suo padre avevano a malapena acconsentito ad accogliere i due bambini solo per la presenza di Vittorio, che fin da subito si era reso utile nei campi; ma dopo la sua fuga, la sola presenza di Elisa fu ritenuta inutile.
Così essa fu affidata alla sorella di suo padre e a suo marito, un avido e rozzo contadino dei dintorni di Pontassieve. Alla brutalità dell’uomo si contrapponeva la dolcezza della donna, che amò la bambina fin da subito e la circondò sempre di un affetto sincero e complice.
La zia le raccontava spesso di come i suoi genitori si erano conosciuti e di quando si fossero amati, arrivando persino ad invidiare bonariamente la loro sorte rispetto alla propria, che l’aveva vista mendicare ogni giorno non il pane, ma un po’ di amore e di rispetto. La donna con gli anni aveva contribuito ad enfatizzare il mito dell’amore di quei due giovani e ogni giorno di ogni singolo anno spronava la nipote a non perdere la speranza nella promessa fattale dal fratello; l’aveva rincuorata ogni sera di tutti quei 24 maggio in cui la bambina, la ragazza, la donna era tornata stanca, avvilita e affranta da quelle inutili gite alla torre di Masseto.
La strada continuava in salita, in mezzo al bosco, sempre uguale, curva dopo curva.
Elisa si era goduta per poco tempo i suoi genitori; il ricordo che subito le balenava in testa quando li pensava era l’intreccio perenne delle dita delle loro mani; quando essi non erano intenti nelle loro faccende, non appena si avvicinavano l’uno all’altra, immediatamente le loro mani si univano e si fondevano in quel singolare abbraccio.
Si soffermò di nuovo: il terrore di una nuova delusione sembrava impedirle di continuare; non trovare ancora un volta suo fratello forse significava davvero che gli era successo qualcosa; ella aveva scacciato questa idea per tutta la vita, ma effettivamente era troppo tempo che non sapeva nulla di lui; parecchi mesi dopo la sua partenza, una lettera di una famiglia di emigranti veneti era giunta al parroco di Fontisterni e l’aveva informato che il ragazzo, accodatosi a loro, era giunto in Argentina quelle erano state le sue prime ed ultime notizie.
D’un tratto le tornarono in mente gli occhi di suo fratello nel momento in cui le aveva fatto quella promessa: erano occhi di bambino in un viso ancora fanciullo, ma il suo sguardo era quello di un uomo, di un uomo sicuro e deciso: aveva promesso di tornare da lei e lei aveva il dovere di credergli.
Ripartì a passo svelto, decisa di arrivare alla torre più velocemente possibile.
Il piccolo cimitero la accolse all’ingresso del paesetto: si fece il segno della Croce mentre proseguiva sulla stradina che lo costeggiava sulla destra; proseguì per pochi minuti, fin quando giunse al bivio che portava alla torre; esitò un attimo, poi a passo svelto cominciò a scendere per il viottolo e in pochi attimi si trovò a percorrerlo di corsa.
La torre si mostrava a tratti, nascondendosi momentaneamente dietro qualche curva e gruppi di alberi; dopo poco la ragazza vi giunse: chiuse un attimo gli occhi, per scaramanzia, ma quando li riaprì si accorse che non c’era nessuno. Decise di non agitarsi, dopotutto non poteva essere più tardi delle dieci di mattina: la giornata era ancora lunga. Scosse la polvere dalla gonna, tirò fuori il fazzoletto dal paniere e si lucidò le scarpe; iniziò ad osservare la torre girandole lentamente intorno, ostentando un falso interesse che le impediva momentaneamente di lasciarsi prendere dallo sconforto.
L’edificio medioevale si faceva ammirare in tutta la sua imponenza, e pareva esibire volutamente le più belle sfumature cromatiche delle sue pietre; lampi di grigio, di ocra, di verde e di azzurro sembravano schizzare dai conci di alberese una volta colpiti dai raggi del sole, che si mostrava complice della torre, nel distrarla.
I due taciti cospiratori erano riusciti nel loro intento, infatti Elisa non si accorse che qualcuno era sopraggiunto alle sue spalle; ma quando due enormi mani le cinsero la vita, ebbe un sussulto e si volse: un uomo alto, ben vestito e sorridente la abbracciò sollevandola da terra e lei guardandolo, riconobbe in quel volto sua madre e suo padre.