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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2015

                     4/12/2015 - "IL PONTE DELL’AMORE A PINZANO"

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Un racconto di Silvia Barchielli


Torno sempre volentieri a Pinzano, il piccolo borgo medievale vicino a Pomino in cui sono nato e cresciuto; a dire la verità ci ho passato tutta la vita, almeno fino a qualche tempo fa, quando uno dei miei figli, poiché sono vecchio, mi ha portato a vivere con sé in città.
Abbiamo ancora la vecchia casa di famiglia e lì ci ritroviamo tutti per le feste: nuovi volti e voci diverse animano la casa; talvolta mi confondo e immagino di vedere mia madre sulla soglia della porta e solo dopo mi rendo conto che in realtà si tratta di mia nuora o mia nipote.
Accanto al camino vedo mio padre che si scalda dopo un’intera giornata passata nei campi al freddo, accanto ai miei figli ancora bambini che gli chiedono di schiacciar loro le noci…
Quanti ricordi in quelle stanze che nuovi elettrodomestici e vari rimaneggiamenti non sono riusciti a cambiare del tutto: un’efficiente lavastoviglie è stata posizionata accanto al vecchio acquaio di pietra, ma quando io guardo in quel punto, dopo un po’ vedo soltanto zia Giulia…
Zia Giulia non era né bella né brutta; aveva un’età indefinibile per chi non la conosceva, ma per noi di casa era sempre stata vecchia: confrontando le sue poche foto, scattate in occasione dei nostri battesimi, delle nostre comunioni, dei nostri matrimoni, non si riuscivano a notare grandi differenze: zia Giulia era sempre uguale, era vestita sempre nello stesso modo, aveva ogni volta la stessa espressione e addirittura occupava lo stesso posto in ogni foto: era sempre l’ultima a destra.
Zia Giulia abitava con noi, cioè con me, i miei fratelli, i miei genitori e i miei nonni, genitori di mio padre.
Mio padre e la zia erano fratelli e lei era più grande di lui di cinque anni; essa non si era mai sposata e tutti per un po’ di tempo se ne erano chiesto il motivo: poi, lentamente, anche il tempo delle domande passò, insieme alla giovinezza della zia e così alla fine sembrò che tutto fosse andato come doveva andare.
Io ero l’ultimo di tre fratelli e, come loro, ero stato cresciuto da zia Giulia, dato che la mamma lavorava nei campi insieme al babbo e al nonno, mentre ella preferiva stare in casa a preparare il pranzo, la cena, il pane; era lei che faceva il bucato e che stirava; era lei che accendeva il fuoco di buon’ora e che accoglieva gli altri al loro rientro; lei che andava a prendere l’acqua alla fonte con le mezzine di rame; lei ci svegliava la mattina, lei ci preparava la colazione, lei ci aveva insegnato a camminare e a parlare; sempre lei ci brontolava quando litigavamo fra di noi e sempre lei ci soccorreva quando, giocando, cadevamo e ci facevamo male.
Non era né magra né grassa, né alta né bassa; portava sempre i capelli raccolti e, a quanto mi ricordo, questi erano sempre stati grigi, come la sua esistenza, a detta di tutti: eppure la zia non sembrava triste, anche se non l’avevo mai vista particolarmente allegra.
Non aveva ambizioni o sogni particolari, non aveva mai dato segno di invidiare qualcuno, né le spose il giorno del loro matrimonio, né le giovani donne dopo aver partorito, quando tutti gli amici e i parenti si recavano a far loro visita e le facevano sentire, una volta nella vita, al centro dell’attenzione.
Zia Giulia non aveva mai dato problemi, non aveva mai destato preoccupazioni di nessun genere: andava d’accordo con tutti, non aveva mai dato adito a nessuna chiacchiera, aveva una salute di ferro e non si ammalava mai, perdendo così anche l’unica occasione che le avrebbe permesso, se non altro, di riposarsi un po’.
Ella era sempre presente, in ogni occasione e dovunque: assisteva ai parti aiutando la levatrice del paese, aiutava a vestire i morti, puliva e teneva in ordine la chiesetta del paese, intitolata a santa Maria, partecipava alla preparazione dei banchetti di nozze e dei rinfreschi per le comunioni; era discreta ed educata e nonostante non fosse, come già detto, appariscente, tutti sapevano che era presente in ogni circostanza, anche se poi, per la verità, nessuno la considerava più di tanto.
Zia Giulia non si scomponeva mai: quando ci brontolava non gridava, ai funerali aveva gli occhi lucidi ma non piangeva, discuteva senza arrabbiarsi, si occupava di tutto in casa senza essere mai di corsa; non ricordo di averla mai vista affannata, nonostante non si fermasse mai; sembrava vivesse solo per gli altri, non aveva mai un momento per sé… eccetto la sera.
La sera, alle dieci meno dieci in punto, zia Giulia interrompeva improvvisamente il lavoro che stava facendo: smetteva d’un tratto di rigovernare, di spazzare, di asciugare i piatti o di rammendare.
Non diceva niente, non guardava nessuno; usciva e tornava dopo una mezz’ora: quando tornava in casa si rimetteva all’opera interrotta e come se niente fosse, senza una parola, senza uno sguardo, riprendeva la sua esistenza.
Nessuno aveva mai capito il perché di quella sua strana mania: i suoi genitori gliene avevano chiesto il motivo quand’ella, all’età di sedici anni, lo aveva fatto per la prima volta: la zia non aveva risposto, li aveva solo guardati con una dolcezza disarmante ed essi non le avevano più chiesto niente; dopo poco tempo, quella sua abitudine aveva finito per non stupire più nessuno: era un piccolo segreto che le veniva concesso di custodire.
Nonostante la nostra curiosità di bambini, nessuno di noi, mai, le aveva chiesto di poterla accompagnare in quella sua breve fuga: non ne parlavamo mai, né con lei, né fra di noi in famiglia: era un rito al quale, chissà perché, inconsciamente riconoscevamo un che di sacro e al quale tutti ci piegavamo senza riserve.
Era un’abitudine che non conosceva eccezioni; il freddo, il vento, la pioggia o la neve niente potevano, così come le feste comandate o gli ospiti a cena; credo che se mi fosse capitato di non vedere, per una volta, zia Giulia uscire di casa alle dieci meno dieci di sera, ne avrei sofferto tantissimo: quel rito mi apparteneva, come apparteneva a tutti noi.
Chissà se avremmo avuto una più alta considerazione di zia Giulia se avessimo conosciuto il suo segreto; chi può dire cosa avremmo pensato di lei e quale sarebbe stato il nostro atteggiamento nei suoi confronti durante la sua apparentemente mediocre esistenza.
Una sera zia Giulia non tornò.
Fu la prima e unica volta in cui qualcuno di noi si preoccupò per lei.
Quando, passato il tempo consueto,non rientrò in casa, dapprima ci guardammo imbarazzati; era una domenica sera, i miei fratelli ed io eravamo già adulti e già sposati, mia nonna era morta da un paio d’anni: come d’abitudine eravamo tutti riuniti con le nostre famiglie in cucina e attendevamo tacitamente il suo ritorno; forse quella fu l’unica volta in cui ci accorgemmo di averla, in realtà, sempre aspettata.
Non dicemmo una parola, ma quando vidi mio nonno che cercava faticosamente di alzarsi dalla poltrona dove da poco la zia l’aveva sistemato, con un’espressione preoccupata che non gli avevo mai visto prima, istintivamente gli andai incontro e lo aiutai a sollevarsi: mio padre e i miei fratelli si guardarono e si alzarono dalle sedie lentamente, come a voler ritardare l’arrivo di un momento doloroso; mia madre smise di rammendare e improvvisamente si mise a piangere.
Mio nonno uscì per primo, al braccio di mio padre: noi fratelli li seguimmo, tenendo per mano le nostre donne.
Al limitare dell’aia, seduta per terra con la schiena appoggiata al tronco del vecchio noce, col viso rivolto in alto, verso la luna, trovammo zia Giulia, con gli occhi chiusi per sempre, che sorrideva.
Non avevamo mai saputo cosa spingesse zia Giulia a uscire ogni sera, ma lo intuimmo quella volta: non conoscevamo i particolari ma capimmo, dal suo sorriso, che era stato qualcosa di immensamente grande.
Non potevamo immaginare che la zia, per tutta la vita, era stata fedele alla promessa che aveva scambiato con Emilio la sera in cui egli era partito per il fronte e l’aveva baciata, per la prima e unica volta, sotto il ponte dell’amore, nel boschetto vicino a casa nostra, alle dieci di sera, guardando la luna.
“Tornerò,” c’era scritto in un foglietto ingiallito stretto fra le mani della zia “ma nel frattempo, ogni sera alle dieci, in qualunque luogo mi troverò, con qualsiasi tempo e in qualunque condizione, fossi anche in piena battaglia, nascosto in una trincea o nel fitto di un bosco, guarderò la luna e penserò al nostro bacio sotto il ponte e ogni volta questo momento si rinnoverà.”
Non potevamo immaginare e neanche loro avrebbero mai creduto che le loro vite sarebbero terminate in luoghi diversi e a cinquant’anni di distanza, ma nello stesso modo: guardando la luna e pensando a quello che era stato e a ciò che avrebbe potuto essere.
Come sarebbe stato, mi chiedo ancora adesso, se almeno una volta, una sola volta, avessi detto a zia Giulia che le volevo bene? Se invece di dare per scontato il suo affetto e la sua dedizione, le avessi fatto capire quanto lei fosse importante? Le mie parole avrebbero reso forse la sua vita un po’ più felice? Adesso è tardi, sono passati quasi cinquant’anni da quella sera, ormai non c’è più tempo per parlare; ma sono sicuro che lei sa quanto le ho voluto bene: lo capisco ogni sera quando, alla stessa ora, in qualunque luogo io mi trovi, in qualunque stagione e con qualsiasi tempo, esco e incrocio il suo sguardo, rivolto, come il mio, verso la luna.