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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2015

                     12/4/2015 - LE FIASCAIE DI PONTASSIEVE

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INAUGURATO A PONTASSIEVE UN MONUMENTO ALLE FIASCAIE

Lo scorso 3 ottobre in piazza Libero Grassi a Pontassieve, nel luogo in cui un tempo sorgeva la Vetreria Del Vivo e in particolare dove le impagliatrici di fiaschi riscuotevano la paga e ritiravano i materiali per il rivestimento, è stato inaugurato un “Monumento alle fiascaie”. L'idea si deve ad Alessandro Sarti (ex-Assessore alla Cultura del Comune di Pontassieve) e l'attuale Amministrazione Comunale ha ritenuto opportuno portare a compimento l'iniziativa con l'accordo e la collaborazione delle ex-impagliatrici di Pontassieve (oggi costituitesi in associazione), dell'azienda Ruffino e della Banca di Credito Cooperativo di Pontassieve. Si tratta di una scultura in bronzo progettata e realizzata dal pittore e scultore di S. Casciano Val di Pesa, Francesco Nesi, ed è il quarto monumento in Toscana dedicato alle donne che svolgevano il lavoro di fiascaie, dopo quelli inaugurati nel 2003 a La Torre (Montelupo Fiorentino), nel 2005 a Castelfiorentino e nel 2012 a Pistoia.
Le prime notizie sulla produzione di fiaschi a Pontassieve risalgono al 1860, anno in cui risulta attiva una vetreria di proprietà della famiglia De Grolée, di origini francesi. Nello stesso periodo l'antica vocazione vitivinicola della Val di Sieve trova motivo di ulteriore sviluppo grazie alla costruzione della linea ferroviaria (1856-1862), alle innovazioni introdotte a Pomino dal georgofilo Vittorio Degli Albizi e alla presenza a Pontassieve delle cantine Melini (fondata nel 1705) e Ruffino (fondata nel 1877), destinate a divenire tra i primi grandi esportatori di vino Chianti nel mondo. Infatti poco dopo il 1860 è lo stesso Adolfo Laborel-Melini ad aprire definitivamente la strada all'esportazione, arrivando a concepire insieme al direttore della Vetreria De Grolée il “rivoluzionario” fiaschetto-bottiglia, nel quale la tipicità e le caratteristiche del fiasco toscano sono unite alla solidità e alla resistenza della bottiglia. Nasce così a Pontassieve il fiasco come lo conosciamo ancora oggi: più robusto, resistente e soprattutto dotato di una bocca a nastro (o rinforzata) tale da sopportare la pressione del tappo di sughero e garantire standard ottimali di conservazione e trasporto dei vini. Si distinsero allora due principali tipi di fiasco toscanello: il leggero, chiamato anche semplicemente toscanello, da 2 litri e in vetro più fine, riservato al mercato regionale e nazionale, e quello detto mezzo peso, da 1,88 litri e in vetro leggermente più spesso, perciò destinato all'estero. Nel 1905 la Vetreria De Grolée viene acquisita e potenziata da Alfredo Del Vivo, già titolare dal 1830 dell'omonima e maggiore industria del vetro di Empoli.
Fino al 1951 i fiaschi venivano soffiati a canna da maestri vetrai, vera e propria “casta” ereditaria di artigiani che custodiva e tramandava gelosamente i segreti del proprio mestiere. I lavoratori erano organizzati in squadre di 4 vetrai (tra maestri e assistenti) dette piazze, una per ogni bocca dei forni fusori. In 6 ore si soffiavano 300 fiaschi del tipo leggero o 250 del mezzo peso. La produzione cresceva e nel 1920 la Vetreria Del Vivo arrivò ad impiegare circa 350 operai e a dare lavoro a domicilio a oltre 1.300 donne di Pontassieve, Pelago e Rufina, addette al rivestimento manuale dei fiaschi e comunemente chiamate fiascaie. Solo a Pontassieve nel 1930 le fiascaie erano circa 800.
L'impagliatura veniva pagata a cottimo e spesso si svolgeva in gruppo (madri, figlie, vicine di casa), talora la sera e la notte come secondo o terzo lavoro e per molte famiglie, nei periodi più critici, ha costituito l'unica fonte di reddito. I fiaschi venivano rivestiti a mano con sala e salino essiccati, i nomi usati in questa zona per una particolare specie erbacea palustre che si raccoglieva in abbondanza nel Padule di Fucecchio. La sala è più larga e il salino più sottile e tagliente. Ci si recava direttamente alla vetreria per prendere in consegna la cosiddetta gita: 60 fiaschi nudi più sala e salino necessari per il rivestimento. Una gita era detta anche 3 barili, 1 barile corrispondeva a 20 fiaschi legati tra loro e divisi in mazzi da 10, anzidetto barilino se i fiaschi erano piccoli. Le gite erano caricate in grandi ceste fissate su carretti, quasi sempre presi a nolo, trainati a mano. Il giorno prima di svolgere il lavoro l'erba andava bagnata e, avvolta poi in un telo umido, il dì seguente era sufficientemente morbida per essere lavorata. A Pontassieve sala e salino si mettevano a bagno nel fiume Sieve: “d'Inverno anche spaccando il ghiaccio!”. Il lavoro si faceva a casa nei mesi freddi e piovosi e in strada nella buona stagione. L'apprendimento poteva iniziare già dall'età di sette anni: “ci dicevano: se vuoi andare a giocare fuori prima tu fai venti cordelline e poi tu vai!”. I pochi attrezzi necessari per l'impagliatura erano degli aghi speciali, piatti e lunghi, e un paio di forbici. C'era l'abitudine di accompagnarsi con il canto tradizionale e superare così le fatiche di: “un lavoro brutto! Perché bisognava avere tutta la roba bagnata, la paglia se non è bagnata non si può lavorare!”. Per questo motivo tutte le fiascaie impagliavano sempre con un panno sulle gambe e d'Inverno vi tenevano sotto anche uno scaldino con il carbone acceso e coperto di cenere, detto vèggio o cardàno. Per prima cosa si faceva la base del fiasco, popolarmente detta culo,
in pratica una ciambella di pacciame (avanzi di sala e salino) fasciata con altro salino. Successivamente si realizzavano due collari di salino e si fissavano con della sala intorno al piede e alla spalla.
Con il recipiente di vetro appoggiato sul culo e l'aiuto dell'ago piatto si distendevano quindi le strisce di sala su tutta la circonferenza della pancia e con un cordino di salino, stretto tra il piede e la base, si costringeva l'impagliatura ad aderire alla rotondità del fiasco. Attorcigliando infine una cordellina di salino si sistemava a mo' di laccio tra la spalla e il collo del fiasco. Il toscanello e il mezzo peso venivano vestiti con sala e salino nei colori naturali, perciò si diceva lavoro verde. L'impagliatura dei fiaschi di capienza minore: quartino, mezzo litro e 1 litro, preferiti dai ristoratori, prevedeva invece il cosiddetto lavoro bianco: strisce di sala sbiancata con vapori di zolfo inframmezzate da paglia nei colori rosso e verde a imitazione della bandiera nazionale. Il lavoro bianco esigeva una manualità più esperta e precisa anche perché il fiasco veniva dotato di una base più raffinata chiamata zèmbola. Normalmente le fiascaie riuscivano a finire una gita al giorno: “c'era quelle che facevano anche dieci fiaschi l'ora, ma più facile era sei: poi s' era in due magari, io e la mi' mamma, lei la li metteva su e io li rifinivo”. La gita veniva pagata subito alla consegna del lavoro e negli anni '50 del secolo scorso valeva circa 1.000 lire: “anche gli uomini la sera quando tornavano da lavorare aiutavano per finire la gita dei fiaschi! Perché la paga era poca e allora, anche se lavoravano, bisognava arrangiarsi”.
L'esperienza delle fiascaie è importante anche per la storia dell'emancipazione femminile: all'inizio del 1902 una delegazione di Pontassieve partecipa ad Empoli alla fondazione della Lega di miglioramento fra le impagliatrici di fiaschi. Nel 1915 le donne di Pontassieve, guidate dalle rappresentanti della Lega fiascaie, iniziano spontaneamente una raccolta di firme contro l'entrata dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Le ultime lotte che si ricordano sono quelle degli anni '50, quando finalmente fu riconosciuta una tariffa a minuto che stabiliva il costo del tempo impiegato a rivestire un fiasco.
Semidistrutta sotto i bombardamenti alleati del 1943/'44 la Vetreria Del Vivo, nell'immediato Dopoguerra, fu la prima fabbrica del paese ad essere ricostruita a dimostrazione dell'importanza che aveva assunto per l'economia della zona. Nel frattempo però il mercato stava cambiando ed esigeva costi di produzione più bassi e standard qualitativi diversi. Nel 1952 la soffiatura a canna dei fiaschi era già stata automatizzata, ponendo fine alla discendenza delle maestranze, e negli anni '70 l'impagliatura manuale fu rimpiazzata con quella semi-meccanica. La progressiva affermazione della bottiglia bordolese decretò il declino del fiasco impagliato e nel 1983 la Del Vivo chiuse definitivamente i battenti.
Filippo Marranci (Biblioteca Comunale di Pontassieve)
Didascalia foto:
Un gruppo di fiascaie di Pontassieve nell'immediato Secondo Dopoguerra a lavoro davanti le baracche di via G. Reni (foto gentilmente concessa da Alberto Bencini)