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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2015

                     5/12/2015 - MARINO BIANCO

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GIUSTIZIA, COSTITUZIONE, LIBERTA', DEMOCRAZIA

La giustizia, spesso con l’aggettivo “giusta” (pleonastico ma non inutile, attesi i tempi che corrono), è sempre al centro delle polemiche e degli scontri politici, ma è (dovrebbe essere) il pilastro per la tutela dei diritti della persona e della sua libertà e per la difesa della democrazia nel consorzio sociale e nel sistema istituzionale.
Non uso la maiuscola per menzionarla, poiché essa dovrebbe essere solo un doveroso servizio pubblico, al pari della politica e dell’amministrazione, peraltro il più difficile e delicato degli altri; e per il quale anche, come per la politica e per l’amministrazione e cioè per il governo della società a tutti i livelli, è di certo necessario l’esercizio di poteri particolarmente forti, ma, non già per il loro mero esercizio, bensì per conseguire le finalità predette, per mantenere solido non incrinato ed indistruttibile quel pilastro soprattutto nel convincimento e nell’affidamento popolari.
E, come per la politica l’amministrazione e il governo, la giustizia quale servizio pubblico civile (per la civitas) deve essere depurata da ogni residuo storico e conservatore di sacralità, a cominciare dagli ormai ridicoli – a mia modo di vedere – paludamenti esteriori (via le toghe, di porpora o nere che siano, per giudici avvocati ed altri operatori!).
La giustizia è affidata ad uomini, con le loro specifiche identità cultura e inclinazioni di qualsiasi genere anche ideologiche e politiche (si rilegga l’incomparabile “Elogio dei giudici scritto da un avvocato” di Piero Calamandrei); e, appunto, gli uomini possono sbagliare per tante ragioni magari perché animati inconsapevolmente da pregiudizi; ma è principio di vera giustizia che chi sbaglia, chiunque egli sia e qualunque funzione svolga, debba pagare, e chi con i propri errori provoca danni debba risarcirli (è superfluo sottolineare la gravità dei danni non tanto economici ma esistenziali provocati a non pochi dagli errori commessi dalla giustizia).
Dunque, la responsabilità personale di chi svolge il servizio pubblico della giustizia (c.d. “potere giudiziario”) non può essere in discussione, come non lo è per chiunque opera negli altri c.d. “poteri dello Stato” (legislativo ed amministrativo).
Ritengo, però, che, con le modifiche introdotte di recente dal Parlamento alla legge originaria (quella varata dopo il “caso Tortora” e una iniziativa referendaria in buona misura tradita), non si sia ben rimediato alla difficile applicabilità e alla scarsa e contorta applicazione del principio.
La responsabilità civile dei magistrati non confligge con la essenziale loro “autonomia e indipendenza” (i giudici per dettato costituzionale - art. 101 - sono “soggetti soltanto alla legge”).
Ma il punto è che l’autonomia e l’indipendenza, contrariamente a quanto sancito dall’art. 104 della vigente carta costituzionale (norma sicuramente suggerita dalla condizione della magistratura nel regime fascista), dovrebbero essere appunto garantite ai magistrati, e non già alla “magistratura”; poiché l’autonomia della magistratura ha comportato il suo autogoverno e la sua “indipendenza da ogni altro potere” (in un regime democratico!), e, alla fine, il pericolo concretizzatosi di esporla alla diffusa e non infondata critica, da ultimo anche interna (il “Non posso più tacere” di Piero Toni e le esternazioni di Raffaele Cantone) di comportamenti da “casta”, se non addirittura da “corpo separato”, che influiscono politicamente sugli altri poteri dello Stato, assumendone talora la supplenza.
Una situazione non conforme alla equilibrata ripartizione tra i poteri del moderno Stato di diritto, secondo l’illuminato insegnamento di Charles Montesquieu: “occorre che il potere arresti il potere” (da noi, improvvide misure costituzionali del passato – l’abolizione della immunità parlamentare – hanno rotto l’equilibrio – da ripristinarsi – tra il potere legislativo e quello giudiziario a tutto vantaggio del secondo).
Sarebbe stato opportuno che i nostri padri costituenti si fossero limitati a scrivere soltanto che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, dal momento che la legge è votata dal Parlamento, rappresenta (o dovrebbe rappresentare) ciò che il popolo vuole e costituisce (o dovrebbe risolversi) nel precipitato dell’elemento basilare della democrazia: la sovranità popolare!
Sarebbe ingeneroso se le ragioni della crisi, ormai endemica, della giustizia nel nostro Paese le si attribuissero – secondo la vulgata popolare – a chi l’amministra.
Se si muove – come non si può non muoversi – dall’assunto del “servizio pubblico” (ripetesi: il più difficile e delicato), a mio parere il …peccato originale è appunto della legge e, cioè, del legislatore, che ha tardato e tarda ad intervenire anche sulla Costituzione, e quando è intervenuto lo ha fatto in maniera contraddittoria a quell’assunto.
Intanto, se la giustizia è indubbiamente uno dei “poteri dello Stato” questo non può essere surrettiziamente delegato a privati, ma deve sempre essere svolto dal “giudice naturale precostituito per legge” (art. 25 della carta costituzionale), e inoltre l’accesso alla giustizia, l’adire il “giudice naturale” deve essere garantito a tutti i cittadini, senza filtri e assurdi procedimenti preliminari obbligatori nonché ai minori costi possibili.
Invece, per la giustizia civile si sono introdotti istituti di vera e propria “privatizzazione” e misure deflattive all’accesso, varie a seconda della materia delle vertenze e purtroppo anche su questioni di particolare rilievo ed interesse pubblico come il diritto di famiglia, con considerevoli aumenti progressivi dei costi (negoziazione assistita obbligatoria, media conciliazione preliminare, media conciliazione delegata, contributi unificati via via sempre accresciuti, multe in ipotesi di soccombenza nei giudizi di impugnazione).
Il contrario della semplificazione che si vorrebbe attuare in altri campi, percorsi ad ostacoli, quale stimolo ulteriore alla sfiducia nella giustizia civile, oltre alle lungaggini ed alla introduzione di eccessivi formalismi per le impugnazioni delle decisioni non condivise.
E nel processo penale, anche esso e più dannosamente caratterizzato da incompatibili tempi biblici, nonostante il nuovo dettato dell’art. 111 della Costituzione (il “giusto processo”!), non si introduce la improcrastinabile separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (come in tutte le legislazioni di altri Paesi avanzati e democratici), non si vara la nuova normativa sulle intercettazioni che non sacrifichi indebitamente la privacy degli intercettati, non si istituisce un reale principio di habeas corpus (coerente alla presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva) con la modifica delle norme sulle misure cautelari personali (il carcere preventivo!), non si abroga la pena dell’ergastolo (in contrasto con le finalità rieducative e di reinserimento sociale del condannato); e, per converso, non si difende la sicurezza pubblica e privata con la certezza della pena, non si istituisce una tutela delle vittime dei più gravi reati mediante provvidenze statali (salva la legislazione antiterroristica), non si pone fine allo stato fisico e gestionale inaccettabile dei nostri sovraffollati ed inumani istituti di pena (c’è chi autorevolmente ha affermato che la condizione carceraria è il miglior criterio per valutare il grado di civiltà di una nazione!).
Per il processo civile ed il processo penale, sono solo sintetici esempi, ma anche materia di reiterate infrazioni contestate all’Italia dalla Comunità Europea.
Di chiacchiere e di enunciazioni sovente enfatiche, tante; ma di fatti pochi e controproducenti.
Si afferma che le cause civili sono troppe (e la colpa sarebbe anche degli avvocati) e troppi i processi penali pendenti (tant’è che per questi sono stati introdotti il patteggiamento ed il rito abbreviato, con benefici di sconti di pena anche per chi non li meriterebbe, per la tendenza a delinquere e per la gravità dei delitti commessi).
Ma, una vera riforma della giustizia anche per ridurre il numero delle cause civili e dei processi penali dovrebbe prendere le mosse non solo dalle norme che regolano i processi, ma dai codici civili e penale (segnatamente da questo) sui quali il legislatore ha operato con confuse riforme parziali, le c.d. “novelle”. E , invece, occorrono: organicità e chiarezza nelle norme e nella tipologia degli istituti dell’uno e dell’altro diritto (perché non la introduzione dello “stare decisis” cioè il valore vincolante del precedente esaminato dalla Suprema Corte, per eliminare la ridda di interpretazioni); adeguamento all’evoluzione civile e sociale culturale, ed economica; depenalizzazione di reati attuali con competenza trasferita per l’accertamento e le sanzioni al potere amministrativo; rivisitazione dell’istituto della querela, da limitarsi all’ipotesi di fatti che provocano allarme sociale, rimettendo gli altri al contenzioso civile tra le parti.
Infine, così come per i nostri cinque corpi di Polizia necessariamente da …accorpare, nel nostro ordinamento giuridico esistono numerosi processi che sono attribuiti alla competenza di distinti Tribunali; oltre a quelli ordinari civile e penale (peraltro con al proprio interno sezioni specializzate, come quella del lavoro e della famiglia): i Tribunali per i minori, per cause civili e penali che riguardano questi; i Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), per i giudizi nei confronti degli atti illegittimi della pubblica amministrazione, con il secondo grado al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale; le Sezioni Regionali alla Corte dei Conti in sede giurisdizionale, per i giudizi di responsabilità amministrativa e contabile dei pubblici dipendenti ed assimilati, con la Corte dei Conti centrale per gli appelli; i Tribunali Regionali per le Acque Pubbliche (TRAP), e in secondo grado il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche (TSAP); e forse ne dimentico qualcuno per mancata frequentazione e diretta esperienza.
Allora, trattandosi pur sempre di giudici che debbono applicare le leggi dello Stato a fatti asseritamente non conformi portati alla loro conoscenza, il loro …accorpamento in una autorità giudiziaria unica (“unità della giurisdizione”), semmai con sezioni specializzate come già esistono nei Tribunali ordinari, costituirebbe un’effettiva semplificazione nei rapporti con i cittadini,e, soprattutto, consentirebbe una più razionale utilizzazione dei giudici e dei loro ausiliari.
Certo, occorrerebbe anche al riguardo una riforma della Costituzione (art. 103), ma, tenuto conto di quanto è cambiato nel nostro Paese dal 1948 ad oggi, si adeguerebbe meglio la seconda parte agli intangibili principi democratici e diritti individuali e collettivi sanciti nella prima parte.

(Marino BIANCO)