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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2016

                     28/2/2016 - GIOCHI SOTTO IL CAMPANILE

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di Silvia Barchielli

Quando i miei nipoti vengono a trovarmi, per prima cosa mi salutano abbracciandomi; sono educati ed affezionati, proprio dei bravissimi ragazzi. Immediatamente dopo, si fiondano verso una presa di corrente: in pochi attimi si tolgono dei fili elettrici dalle tasche, li collegano ai loro telefonini e, una volta inserita la spina, tirano un sospiro di sollievo e riacquistano il colorito, come se si fossero appena attaccati ad una maschera di ossigeno dopo un intervento a cuore aperto. Ma la ritrovata serenità dura pochi secondi: immediatamente iniziano a smanettare su quei piccoli tasti e allora comincia una tiritera di frasi astruse, piene di parole mai sentite prima ma alle quali piano piano mi sto abituando: non c’è campo, la connessione va e viene, ho finito i giga, nonno perché non metti l’ADSL così si usa la wi-fi, al limite il router si porta noi? E ora come si fa senza WhatsApp? Non lo sai nonno che internet è la nostra finestra sul mondo? La mancanza di questa “uaifai” sembra sconvolgerli, poiché mi pare di capire che senza quella non possono darsi appuntamento con gli amici e non possono giocare a niente. A niente? Allora mi sorprendo a sorridere ripensando a quando noi giocavamo anche senza uaifai.
La mia finestra sul mondo era la finestra di cucina, che, dando sulla strada, era quella attraverso la quale i miei amici mi facevano sentire la loro voce quando venivano a chiamarmi; effettivamente anche io a volte avevo piccoli problemi di connessione: infatti, questa era migliore in estate, quando la finestra era aperta; d’inverno, con la finestra chiusa, i miei amici dovevano sgolarsi un bel po’, prima che io li sentissi. Capitava talvolta che io mi trovassi in un’altra stanza, allora interveniva il mio router personale, la mamma, che amplificava il loro segnale chiamandomi a sua volta. Comunque, una volta stabilita la connessione, scendevo di corsa le scale e li raggiungevo.
Quando pioveva oppure quando faceva troppo caldo, tacitamente ci avviavamo verso il chiostro adiacente alla chiesa di San Francesco, che allora, prima della guerra, ci accoglieva sotto le sue volte a crociera; San Francesco, la cui vita era raffigurata nei vari affreschi che abbellivano le mura del chiostro, ci faceva compagnia in quei lunghi pomeriggi e ogni giorno avevo l’impressione che ci attendesse.
Lì giocavamo a “testa o liscio”, lanciando le nostre monetine contro il muro, ognuno sperando di vincere quelle dei compagni; oppure a “cibbè”, che consisteva nel colpire con un bastone, un legno più piccolo con due punte, in modo da farlo saltare; una volta per aria, dovevamo essere veloci e colpirlo nuovamente, usando a quel punto il bastone come fosse una mazza. Chi faceva cadere il legno appuntito più lontano, aveva poi il diritto di raccoglierlo e di lanciarlo per cercare di colpire il bastone-mazza posato dietro un cerchio disegnato coi sassi per terra.
Ci piaceva anche giocare a “cipolla eccomi”, mettendo uno di noi abbassato e con la testa contro il muro; poi uno per volta gli salivamo sopra, fino a quando non cadevamo tutti nel momento in cui il peso diveniva esagerato.
Probabilmente nel tentativo di evitare che ci rompessimo la testa, ogni tanto il parroco ci raggiungeva e per distrarci da quei giochi ci raccontava la storia della nostra chiesa; le prime volte lo ascoltavamo con attenzione, poi, avendola già sentita decine e decine di volte, lo ignoravamo e continuavamo a saltarci addosso. Ma nonostante la diminuita attenzione, mi accorgevo che ogni volta il pover’uomo aggiungeva dettagli alla storia, forse sperando di catturare il nostro interesse. Stando a quanto ci raccontava, la chiesa di San Francesco era stata costruita da alcuni frati francescani nel 1519, quando avevano edificato il loro convento sulle rovine di un più antico oratorio. Nel 1550 una grande piena della Sieve distrusse il complesso; nel frattempo trascinò in acqua anche alcuni uomini che la stavano osservando dal ponte. Uno di questi, tale Meo Franci, si rivolse disperato a San Francesco, implorandolo di salvarlo: in tal caso, egli avrebbe ricostruito la chiesa e sarebbe divenuto Terziario francescano. Essendo stato ascoltato, mantenne la promessa e nel 1560 iniziò i lavori di ricostruzione, edificando anche una cappella intitolata alla SS. Trinità.
Nel 1564 i lavori erano arrivati a buon punto, tanto da consentire ai frati di tornare; questi ultimi continuarono nell’impresa e col tempo ingrandirono il convento, che alla fine poté accogliere ben 18 frati.
Il parroco poi passava ad elencare tutti i vari lavori di rimaneggiamento che si erano susseguiti nel corso dei secoli e noi continuavamo imperterriti ad ammonticchiarci, cercando ogni volta di rendere più emozionante il gioco, ossia provando a convincere il più mingherlino di noi a stare sotto, in modo che il botto finale potesse risultare più spettacolare.
Essendo vano tentare di ricordare ciò che in realtà non ho mai ascoltato, posso però testimoniare che io stesso ho potuto assistere a molti cambiamenti subiti dalla chiesa nel corso della mia vita: ricordo infatti per esempio che prima della guerra il pavimento era di marmo, a scacchi formati da quadrati bianchi e grigi. Durante i bombardamenti, il tetto crollò e il pavimento fu rovinato; con i pochi mezzi economici dell’epoca, fu sostituito con mattonelle di graniglia e solo dopo vari anni la chiesa fu pavimentata in cotto.
Nel portico antistante, all’epoca chiuso da possenti cancellate in ferro, c’erano varie tombe, forse una quarantina, dislocate sia in terra che sulla parete. I cancelli furono requisiti durante la guerra, per sopperire al fabbisogno di ferro. Sembra un paradosso: cancelli custodi di una chiesa, vennero fusi per essere trasformati in cannoni.
La guerra ha segnato la fine della mia infanzia: ero un bambino prima ed ero diventato un ragazzo dopo. Il chiostro che aveva accolto i miei giochi era stato distrutto dai bombardamenti, come pure la costruzione accanto, che ospitava gli uffici del Comune di Pelago, nell’esatto punto in cui adesso sorge la scuola elementare.
Al mio ritorno in paese, dopo essere stati sfollati, ogni volta che passavo davanti alla chiesa guardavo quei cumuli di macerie e non mi sembrava possibile che tutto fosse sparito; mi tornavano in mente i pomeriggi passati nel chiostro a giocare a “monticini”… ricordo che ci sedevamo per terra e facevamo tanti mazzettini di carte: ogni giocatore aveva il suo e lo scopo era arraffare più monticini possibili, sperando nell’aiuto della “matta”, la donna di cuori.
Tutto era stato distrutto, anche l’orto di Geppolino, adiacente alla chiesa. Col bel tempo eravamo soliti andare lì e generalmente ci giocavamo al “marvillano”, come lo chiamavamo noi; forse, ripensandoci, era il nostro gioco preferito. Usavamo delle palline di terracotta colorate, le mettevamo in fila e, da una certa distanza, dovevamo colpire la prima: chi ci riusciva, vinceva tutte le palline; chi ne colpiva un’altra, vinceva solo le palline che si trovavano alla sinistra di quella.
La strada, anche quella deturpata dal conflitto, mi ricordava che vi avevamo giocato allo “squacquero”: con dei sassolini formavamo un cerchio per terra, uno di noi vi entrava (e diventava lo squacquero) e quelli della sua squadra dovevano liberarlo toccandolo mentre gli passavano vicino correndo, ostacolati dagli avversari.
Devo ammettere che i nostri giochi non erano sempre tranquilli; talvolta facevamo a sassate contro dei ragazzi di Pontassieve: ci ponevamo sulle rive opposte della Sieve e iniziavamo la sassaiola. Quelli più bravi riuscivano a lanciare delle piccole pietre sull’altra sponda e quelli proprio bravissimi riuscivano addirittura a centrare qualche bersaglio; riflettendoci, forse non c’è da esserne molto fieri, ma in quel momento ritenevamo doveroso difendere l’onore della sponda sinistra!
Quanti strilli, quanta confusione facevamo!
Come feriva adesso quel silenzio post bellico: era un silenzio irreale, senza senso, senza storia; la storia eravamo stati noi, quando giocavamo e davamo vita al paese, insieme al martellio del fabbro, agli odori che uscivano dall’osteria, ai ragli dei muli che trascinavano i barrocci per trasportare le stanghe di ghiaccio che venivano fabbricate in ghiacciaia.
Soltanto la guerra era riuscita ad interrompere definitivamente i nostri giochi; soltanto lei ci aveva disconnessi gli uni dagli altri.
Certo non avrei mai immaginato che un giorno, un piccolo oggetto scarico avrebbe potuto rovinare a dei ragazzi un pomeriggio o una domenica.