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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - FEBBRAIO 2016

                     28/2/2016 - REPUBBLICA, DEMOCRAZIA, SOVRANITA’ POPOLARE

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di Marino Bianco

La repubblica, la res publica, la cosa comune…. La repubblica, se è di tutti, non può che essere governata dal demos, dal popolo, non può che essere una democrazia; e l’Italia è, appunto, “una repubblica democratica”, perciò “la sovranità appartiene al popolo”.
Oggi, lo Stato democratico non può essere governato con assemblee di popolo (come la res publica di Roma, nel Foro, e la polis greca nell’Agorà), ma mediante delega, con la libera elezione dei governanti; e i delegati dovrebbero sempre tener conto della volontà degli elettori, pur assumendosi le responsabilità della decisioni.
Sulla base di tali principi, c’è da chiedersi se la condizione delle istituzioni del nostro Paese rispetti il principio della sovranità popolare (esercitato “nelle forme e nei limiti della Costituzione”); ma non si può non essere dubbiosi sulla permanenza della repubblica come concepita e voluta dai nostri padri costituenti.
Ritengo che l’esigenza di rendere più efficace l’azione di governo abbia via via sacrificato l’essenziale e libera scelta dei cittadini all’obbiettivo, direi al “feticcio”, del “rafforzamento degli esecutivi”.
Progetto portato avanti da oligarchie di partiti, questi trasformatisi da condensatori della volontà popolare (“per concorrere e determinare la politica nazionale”) in strumenti per l’esercizio del potere: autoreferenzialità, fedeltà al capo, cooptazione, nomine anziché selezione dei dirigenti e dei rappresentanti istituzionali, spoil system finalizzato alla sistemazione degli amici, la politica come mestiere e soluzione esistenziale, cambi di casacca.
Fatti sostituitisi via via alle scelte per merito, per competenze, per passione, per dedizione al servizio civile, per moralità pubblica e privata; e purtroppo …tutto lievito per la corruzione.
Le leggi varate da gruppi parlamentari espressione di quei partiti, anche quelle per riformare ed adeguare alla modernità le nostre istituzioni, a mio parere non risultano coerenti con il principio della sovranità popolare.
Proprio per questo è patologicamente calata la partecipazione dei cittadini: l’astensionismo, ormai in tutti i tipi di elezione, supera il 50%, con un’elevata componente giovanile; i giovani che, per converso, dovrebbero essere particolarmente interessati al futuro del proprio Paese.
Gli esempi dell’attuale distanza tra istituzioni rappresentative e sovranità popolare sono sotto gli occhi di tutti.
A livello nazionale registriamo un Parlamento che:
a) secondo una sentenza della Corte Costituzionale non risponde al principio della sovranità popolare (tra l’altro, è la prima decisione della Consulta che ha consentito la permanenza e la durata in carica dell’istituzione dichiarata incostituzionale, contro al principio dell’immediata abrogazione delle norme e degli istituti in contrasto con la nostra “legge fondamentale”);
b) nella dichiarata anomala condizione, è impegnato a riformare la Costituzione, abolendo intanto il Senato, capro espiatorio delle lungaggini del bicameralismo perfetto, addebitabili piuttosto ai tatticismi, alle strumentalizzazioni e alle incapacità della politica (Senato, che cambia di ruolo, che sarà composto da nominati e non eletti, che manterrà alcune competenze legislative e concorrerà all’elezione del Capo dello Stato);
c) delegittimato sostanzialmente da una sentenza della Corte Costituzionale, addirittura nomina Giudici della Corte stessa;
d) nella detta anomala condizione, ha approvato una nuova legge elettorale che, come quella abrogata, assegna un cospicuo premio di maggioranza e non già – come prima – ad una coalizione, bensì ad una lista (nella quale – comunque la si voglia definire – si impegneranno a partecipare, per conservare gli scranni, tutti i mestieranti della politica), legge che pur introducendo le preferenze ne esonera i capilista, che crea le condizioni per una schiacciante maggioranza alla Camera dei Deputati alla lista che, stante l’attuale disaffezione al voto, potrebbe aver ottenuto consensi soltanto del 15/20% degli elettori (nessun paragone con la tanto contrastata legge cosiddetta “truffa” del 1953, e nemmeno con la tanto vituperata legge Acerbo del 1923, cosiddetta del “listone”!);
e) un Presidente della Repubblica, il quale da giudice ha votato per la incostituzionalità del porcellum ma non ha battuto ciglio – nemmeno con un messaggino – sul “renzellum” o “boschellum” o “napolitonellum” (non mi sento di nobilitare con la definizione italicum), legge che costituisce soltanto un maquillage della precedente.
E’ in atto uno spoil system che, ben lungi dal corrispondere alla necessità di cambiamento da parte di un governo voluto dal popolo, fisiologico nelle democrazie dove funzionano i controlli e soprattutto l’alternanza, è volto per contro alla esigenza di garantire “un uomo solo, con pochi fedeli amici, al comando”.
Insomma, la democrazia non può essere forzatura di unicità ed univocità (non dico: “unità”), bensì un ordinamento di equilibrati pesi e contrappesi, che, pur costringendo ad andare per la diagonale, faccia sentire tutti partecipi nella conduzione della stessa barca (prendo in prestito icastiche espressioni di Piero Calamandrei), e che assicuri la tutela del pluralismo ideale, culturale, politico, sociale ed economico che ha caratterizzato il nostro Paese dopo l’esperienza totalitaria del fascismo: un patrimonio di libertà individuali e collettive da non disperdere.
La democrazia non può costruirsi con un sistema di esclusivi “poteri verticali”, in buona misura senza controlli, ma deve conservare una sua ragionevole “orizzontalità”, affinché la sovranità popolare non sia un’astratta enunciazione.
Questa dovrebbe essere l’ispirazione fondamentale delle riforme istituzionali; se, modificando la seconda parte della Costituzione, si vogliono davvero fare salvi i solenni principi della prima parte. E soltanto un ripristino effettivo della sovranità popolare garantirebbe il tanto auspicato ricambio della classe politica e la rigenerazione dei partiti, presupposti per riavvicinare la società ed i cittadini alla politica; ma non sembra questo il percorso intrapreso.
Dovremmo cominciare con la riforma delle cosiddette leggi Bassanini, che hanno provocato un mal funzionamento della rappresentanza democratica anche negli enti locali.
Ferma, infatti, nei Comuni, l’elezione diretta del Sindaco, non è affatto condivisibile l’attuale ripartizione dei poteri tra Sindaco, Giunta, Dirigenza e Consiglio.
Non ha senso che gli assessori e la Giunta siano nominati, revocati e sostituiti ad libitum del Sindaco: un organo amministrativo deve essere autonomo ed indipendente nelle proprie scelte, e non può essere di promanazione di un organo superiore, dal quale di fatto non può non dipendere per la nomina e la continuità e prima ancora per le decisioni di competenza.
Non ha senso, dunque, mantenere l’organo della Giunta: il Sindaco potrà ovviamente costituire un proprio staff operativo, privo di poteri di amministrazione.
I Consigli Comunali sono diventati, luoghi di mera discussione, senza poteri decisionali (salve limitatissime eccezioni) e senza incisivi poteri di indirizzo e di controllo (abolito oltretutto da tempo ogni controllo preventivo ab extra sulla legittimità degli atti, controllo che converrà invece reintrodurre).
Bisogna riequilibrare anche i poteri amministrativi tra Sindaco, Dirigenti (anche questi nominati dal Sindaco, e quindi allo stesso praticamente soggetti) e i Consigli (questi ultimi in un sistema democratico, ove i Sindaci sono eletti direttamente, devono costituire un potere pendant rispetto a quello del Sindaco, come già è in tutte le altre sane democrazie occidentali).
E, abolite le Province, organi elettivi, le Città Metropolitane sono state costruite come istituzioni di secondo grado, con componenti nominati e non eletti, con il Sindaco del capoluogo anche Sindaco della Città Metropolitana; con una inevitabile supremazia dei capoluoghi e possibili turbolenze per i conflitti mai sopiti fra le città e il cosiddetti contadi. La Città Metropolitana deve essere invece il Comune dei Comuni con l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio Metropolitano.
Non è facile rimediare ai guasti del passato e a quelli che ancora si stanno producendo, accompagnati oltretutto dall’ormai insopportabile marketing che le riforme varate (per fortuna non ancora definitivamente, lungi dall’essere attuate, e previamente quelle costituzionali da sottoporre al referendum), siano gli elementi che stanno facendo uscire il paese dalla grave e ancora duratura crisi economica.
L’obbiettivo più immediato deve essere la modifica della nuova legge elettorale, sia per elevare la soglia del premio di maggioranza al primo turno e sia per fissare una soglia anche nell’ipotesi di ballottaggio, per sottoporre al vaglio elettorale anche i capilista, e segnatamente per attribuire il premio di maggioranza ad una coalizione e non ad una lista di partito (o “della Nazione”).
Ciò se si vuole evitare la probabile sostanziale fine della “repubblica democratica”, lo slittamento nel “populismo”, o peggio l’inizio di un regime (chiunque risulti il vincitore). Marino BIANCO