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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2016

                     7/6/2016 - L'IDEA SOCIALISTA

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Perché l’idea socialista è necessaria
di Roberto Del Buffa


Lo scorso mese di maggio è uscita per Feltrinelli la traduzione italiana dell’ultimo libro di Axel Honneth, L’idea di socialismo: un sogno necessario. Si tratta di un testo legato alla attuale crisi politica della sinistra e che quindi vorrei discutere in maniera estesa. Visti i limiti di spazio della nostra rivista, tratterò qui una prima questione sollevata dall’autore, riservandomi di tornare sul saggio nei prossimi numeri.
Oltre che alla Columbia di New York, Axel Honneth insegna all’Università di Francoforte, dove è considerato l’ultimo esponente della scuola di scienze sociali iniziata da Horkheimer negli anni ’30 del secolo scorso e che ha avuto Habermas come più recente esponente di punta. La prospettiva in cui si inserisce il suo lavoro è quindi quella di una teoria critica della società, dove per critica si intende una teoria che assume l’ordine sociale dato nella prospettiva di una sua trasformazione.
Honneth parte dall’osservazione della profonda crisi dell’idea socialista nell’attuale discussione di teoria sociale, dove, se appare, è per decretarne l’incapacità di indicare delle valide alternative al capitalismo contemporaneo e l’impotenza a riaccendere l’entusiasmo delle masse che, meno di mezzo secolo fa, occupavano le piazze europee con parole d’ordine indissolubilmente legate ai valori del socialismo. Eppure il tramonto della sfida intellettuale alle ragioni del capitale si accompagna, nei paesi occidentali, a un malessere sociale diffuso, determinato in primo luogo dall’accresciuta disuguaglianza economica e dalla ridotta mobilità sociale. Sempre più spesso tale malessere assume la forma di una vera e propria indignazione popolare e di una protesta che, pur coinvolgendo in maniera diretta solo un numero relativamente piccolo di cittadini, raccoglie l’attenzione e persino la solidarietà di un largo strato della società. Quello che colpisce in queste proteste, che non di rado riescono a determinare anche spostamenti elettorali di una certa consistenza, è la loro sterilità. Sembra che alla protesta non si riesca ad associare altro che una proposta difensiva, cioè una proposta che è priva di ogni dimensione rivendicativa e non prova a spingersi oltre l’esistente. Questa è un fenomeno del tutto nuovo nella storia delle società moderne, dove, a iniziare dalla Rivoluzione francese, i grandi movimenti di lotta politica e sociale sono sempre stati animati, se non dalla prospettiva di una trasformazione radicale della società, almeno da un’idea precisa della direzione in cui dovesse andare il cambiamento. Secondo Honneth, che argomenta in modo molto convincente la sua posizione, il problema è che oggi, anche a seguito dei processi di globalizzazione, gli equilibri socio-economici si presentano nella sfera pubblica in modi troppo opachi perché possano ancora essere ritenuti passibili di cambiamento, cosicché le persone finiscono col considerare le condizioni istituzionali della vita comune come sottratte a ogni possibile intervento umano. In altre parole, i rapporti sociali appaiono “reificati”, cioè come dati di fatto (cose, appunto) la cui trasformazione non è nelle possibilità di alcuno. Ma davvero la prospettiva di un cambiamento dei rapporti sociali, almeno nel senso di un’attenuazione delle disuguaglianze, è adesso meno realistica di un tempo? Personalmente non ne sono affatto sicuro e trovo condivisibile l’analisi di Honneth, secondo cui questo senso quotidiano di impotenza, di disperata ineluttabilità, dipende in gran parte dalla mancanza di una prospettiva teorica che sveli il carattere meramente convenzionale e negoziatorio delle istituzioni politiche, economiche e sociali. Per oltre un secolo le idee socialiste e comuniste, avessero pure un carattere utopico, hanno sospinto masse di donne e di uomini, attraverso l’ideale di una possibile migliore vita comune, a impegnarsi per determinare un esito diverso della dialettica delle forze sociali, raggiungendo obiettivi di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà che apparivano altrettanto difficili da conseguire rispetto a quanto oggi posso apparire praticabile la modificazione degli equilibri sociali in direzione delle uguali opportunità o la ripartizione delle risorse economiche in senso redistributivo. Quello che adesso manca alla protesta contro la moltiplicazione delle ingiustizie e contro l’ampliamento della disuguaglianza sociale è dunque un ideale da contrapporre al liberismo e alle ragioni del capitale. In questo senso, e in assenza di una credibile alternativa, l’idea socialista appare ancora necessaria.
Naturalmente Honneth non si limita a stabilire questa necessità, ma pone la questione fondamentale di quali siano le modifiche concettuali da apportare alle idee socialiste perché possano riacquistare la forza perduta ed è su questo punto che dovremo tornare. Per il momento mi limito a invitare coloro che hanno avuto la pazienza di seguirmi fino a qui a fare attenzione ad ogni frettolosa liquidazione dell’idea di socialismo, spesso proveniente dalle stesse file dei partiti che si richiamano ad essa, perché l’esito potrebbe essere proprio quello di rendere impossibile quel cambiamento della società civile necessario per la difesa delle conquiste sociali ottenute o per il loro progressivo ampliamento.