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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2016

                     7/6/2016 - ELEZIONI AMMINISTRATIVE

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di Marino Bianco
Anche nelle elezioni amministrative l’essenza è la politica (i problemi ed i progetti per la polis) insieme alla scelta delle gambe con le quali la politica a livello locale può e deve camminare, tenuto conto del quadro e della politica nazionali.
Soprattutto nella drammatica attualità in cui versiamo, è del tutto errato ritenere che la politica nazionale non c’entra, che nelle elezioni amministrative incidano solo la politica locale e la “scelta dei Sindaci”, per denegare i riflessi generali derivanti dalla condizione dello Stato e dal modo e dalle finalità con le quali è governato.
Non è mai stato così, e tutti abbiamo sempre ritenuto che l’esito delle elezioni comunali, soprattutto quelle nelle grandi città, avesse indubbia valenza di giudizio sui partiti in lizza e sull’attività del Governo.
Il primo segnale negativo generale che si ricava dalle ultime elezioni amministrative è – salve rarissime eccezioni – il progressivo aumento dell’astensione dal voto, che sottolinea ancora una volta la disaffezione di una parte consistente e preoccupante dell’elettorato; disaffezione che le formazioni politiche (quelle organizzate in partiti nazionali) e anche le liste “civiche” (in buona misura mascherate) e soprattutto l’azione di Governo non riescono a sconfiggere, recuperando fiducia e maggiore partecipazione dei cittadini.
Il risultato più significativo sul piano politico nazionale è la indubbia e non lieve flessione subita dal Partito Democratico, il segretario del quale è anche capo del Governo, ed è assertore di un impegno di “rottamazione” della vecchia classe dirigente e propositore di programmi definiti di “profonda innovazione” che avrebbero dovuto riavvicinare la politica alla società ed ai cittadini, obbiettivo per contro ben lontano da conseguire ed anzi dal quale si registra un progressivo allontanamento. Un esito di sicuro allarmante per le liste del PD (a Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna e via discorrendo), che, anche se non poteva non essere a denti stretti riconosciuto dal segretario e dalla dirigenza di quel partito (“insoddisfazione”), è stato accompagnato dalle scontate analisi autoconsolatorie: tutto sommato non ci sarebbe un giudizio sul PD in generale e sul Governo, perché si sarebbe trattato soprattutto di eleggere amministratori locali; la causa principale sarebbe la protesta fomentata dalle forze populiste e antisistema (leggasi Lega e Cinquestelle) che fanno presa sulla gente in questi momenti di crisi economica e sociale.
Ma sono pillole indorate di nessun effetto, se non addirittura controproducenti.
E’ vero che nei ballottaggi il voto è per definizione sulle persone (ed è anche difficile individuare alla fine quali elettori di quale credo politico concorrano al successo di questo o di quel candidato); ma nel primo turno appunto si sono confrontate e scontrate fondamentalmente le liste e le coalizioni tra le stesse.
Il PD è stato presente dappertutto con proprie liste, il suo segretario si è fortemente attivato nella campagna elettorale, e non solo nelle grandi città ma addirittura anche in centri minori, ha esondato, come non mai altri leader di partiti e capi di Governo, nei mass media (stampa codina e televisione di Stato!) per enfatizzare le riforme del suo Governo e dimostrare le “magnifiche sorti e progressive” (per dirla con Leopardi) che esse assicurerebbero al Paese per il rilancio della economia (produzione ed occupazione) e per l’efficienza del sistema istituzionale (la “rivoluzionaria” modifica della Costituzione)!
Tuttavia, il segretario del PD, nonostante la consueta personalizzazione e l’alluvione anche di parole oltre che di presenza, ha dovuto ammettere la delusione, girando però la colpa ad un “partito che egli non ha cambiato abbastanza” e che in qualche zona dovrà essere addirittura commissariato, nonostante i due anni e più che lo conduce con metodi di scarsa attenzione, se non di nessun ascolto verso gli alleati (non dicasi delle opposizioni) ma persino verso le posizioni critiche al suo interno!
Ma, soprattutto, la causa dell’insuccesso non è la protesta antisistema ed il populismo, alibi che dovrebbero essere abbandonati riconoscendo dignità di contraddittori ed interlocutori politici a formazioni elettoralmente ormai rilevanti per numero e trascinamento del consenso di vasti settori della nostra complessa e tormentata società.
La ragione vera è quella che ci rappresenta la cosiddetta “geografia politica”: cioè, segnatamente nelle grandi aree urbane, il voto al PD è maggioritario nei centri-storici e comunque nelle zone residenziali di pregio ove è insediata la medio-alta e la alta borghesia, mentre altrove, e non solo nelle “periferie degradate”, prevalgono quelle forze politiche che hanno costretto al ballottaggio i candidati sindaci del PD.
Ciò non può non significare che il PD e l’azione del Governo, che è prima di tutto espressione di questo partito (ancorché con salsa NCD e ALA, questa esiziale nel tracollo napoletano), hanno perso contatto col blocco sociale di riferimento per un partito veramente riformista e progressista che conduca una reale azione riformista e progressista: le tanto decantate riforme, invero più enunciate che realizzate, evidentemente non sono andate incontro ai bisogni ed alle aspettative dei lavoratori, operai e impiegati, dei pensionati, dei piccoli e medi imprenditori, dei commercianti, delle giovani generazioni e del loro futuro.
Si conviene: c’è molto da cambiare, nei partiti e nelle istituzioni!
Nei giorni scorsi è caduto l’anniversario dell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, i quali ci hanno lasciato, e non solo al nostro Paese, il messaggio – e non solo il messaggio e la loro sanguinosa testimonianza – del socialismo liberale, di una società fondata sul lavoro e che assicuri il pieno esercizio delle libertà, nella quale il lavoro è la prima condizione della libertà di ognuno e della collettività, la premessa per la redistribuzione e la fruizione egualitaria della ricchezza, per superare lo sfruttamento e la speculazione.
Ed il piccolo Partito Socialista Italiano, nel suo recente Congresso Nazionale ha ribadito con forza e riproposto la scelta politica ed ideale del socialismo liberale, alla quale già si ispirano di massima i grandi partiti socialdemocratici europei.
Ove ci si richiamasse a quei principi anche da noi, per fronteggiare la grave crisi economico-finanziaria nella quale viviamo e le ristrettezze delle risorse statali e degli Enti locali, si imporrebbe da subito una ragionevole imposta patrimoniale sulle elevate rendite di posizione, su quelle delle vaste concentrazioni immobiliari e sulle grandi speculazioni finanziarie.
Ma non pare che sia questa la direzione intrapresa, quella del socialismo liberale; piuttosto si intravede una prospettiva centrista, sostanzialmente conservatrice, connotata da una confusa identità (si sostiene che non esistano più né sinistra né destra in un consorzio sociale cosiddetto “liquido”) e da una mera inaccettabile gestione del potere.
Marino BIANCO