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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2016

                     26/9/2016 - LA STREGA DI POGGIO BOSCONE

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di Silvia Barchielli

“… combattere la stregoneria e parimenti rifuggire dal Demonio tentatore …!”
Così tuonò Padre Isidoro dal pulpito della chiesa quella domenica di fine ‘500, notando con estremo piacere che ogni volta che aveva pronunciato la parola “Demonio” durante la funzione, non c’era stato parrocchiano che non fosse sbiancato e non si fosse fatto il segno della Croce. Padre Isidoro viveva con altri monaci camaldolesi nel convento di Santa Margherita a Tosina, edificato inglobando una preesistente torre di avvistamento longobarda. Il compito suo e dei suoi confratelli era quello di prendersi cura delle anime della popolazione che viveva in piccoli agglomerati di case sparsi nel territorio e di offrire ospitalità ai pellegrini che si recavano in Casentino o verso il monte Falterona. Il monaco era temutissimo: secondo la sua personale dottrina, l’enumerazione dei peccati era assai superiore a quella canonica e il Diavolo poteva, in quella sua severissima visione del mondo, manifestarsi ad ogni occasione.
Il peccato più grave di cui tutti gli abitanti dei dintorni si erano macchiati consapevolmente più di una volta, era il ricorso alle cure della strega.
Nessuno ammetteva di farle spesso visita nella sua capanna a circa un chilometro dal monastero, sulla cima più alta di Poggio Boscone, ma il sentiero nel bosco sempre pulito, ben definito e il terreno ben pressato e compatto testimoniavano un continuo andirivieni. In seno alle famiglie se ne parlava tranquillamente e la presenza di quella donna misteriosa e preparata era di gran sollievo, ma raramente se ne parlava fra compaesani; tutti la frequentavano, ma all’insaputa degli altri. L’importante comunque era che non venisse a saperlo Padre Isidoro; le sue minacce nei confronti di coloro che avessero osato avvalersi dei suoi presunti poteri erano terrificanti: queste spaziavano dalle incursioni notturne del Demonio nelle loro case, alla scomunica. Il monaco non perdeva occasione di inveire contro di lei, tanto durante le funzioni pubbliche, quanto nel corso delle conversazioni private coi suoi parrocchiani.
La strega, una donna ormai vecchia e malandata, abitava da sempre nella stessa capanna e aveva, con i suoi rimedi, guarito malanni e acciacchi a più di tre generazioni. A lei si rivolgevano inoltre donne sterili, nubili, tradite dai mariti, tutte in cerca di filtri magici in grado di risolvere i loro problemi; per tutte la strega aveva sempre trovato una soluzione. Nessuno l’aveva mai vista in viso; essa si presentava sempre con un panno nero avvolto sulla testa, lasciando intravedere solo i suoi occhi chiarissimi. Non chiedeva niente in cambio dei suoi servigi, ma nessuno andava mai da lei a mani vuote: polli, sacchetti di farina di grano o di castagne, piccoli utensili scolpiti nel legno o forgiati dalle mani possenti degli uomini dei dintorni, avevano contribuito ad alleviare la sua durissima e solitaria vita sulla cima del poggio. L’unica compagnia della strega era un gatto nero grasso e grosso, con gli occhi gialli e un bel pelo folto e lucente; l’animale, come ben sapevano tutti coloro che lo avevano visto, non era affatto socievole: affettuosissimo con la sua padrona, era capace di ringhiare e soffiare spaventosamente per mandare via tutti coloro che si rivolgevano alla fattucchiera; soltanto al richiamo di lei, il gatto si ammansiva e si ritirava nel bosco, fin quando gli intrusi non se ne andavano. Si diceva fosse un regalo che il Diavolo aveva fatto alla donna chissà quando. Il Demonio, a detta degli abitanti di quei luoghi, andava spesso a trovare la strega, soprattutto di notte; molti erano i testimoni che giuravano di aver visto in più di un’occasione un’ombra nera gigantesca che, circondata da un alone di luce fioca, si dirigeva volteggiando verso la capanna di Poggio Boscone.
La domenica successiva il gatto scese dal poggio; non era mai accaduto prima. Tra lo stupore di tutti i presenti, si fermò davanti alla chiesa proprio al termine della funzione: miagolii terrificanti uscirono dalla sua bocca rossa come il sangue, spaventando tutti gli astanti. Un gran clamore si sollevò e il monaco uscì per controllare cosa stesse succedendo; alla vista del gatto, impallidì. L’animale gli si strusciò alle gambe e il vecchio si portò una mano sul cuore, poi le gambe gli si piegarono, costringendolo a inginocchiarsi, mentre una smorfia di dolore gli deturpava il viso.
Una folla in preda al panico si precipitò sull’uomo per soccorrerlo; lo rimisero in piedi e udirono la sua voce ordinare: “Che nessuno mi segua, è giunto il momento che io affronti la strega e i demoni che la posseggono. Che nessuno mi segua!” e si avviò dietro al gatto, seguito da sguardi terrorizzati.
Arrivato alla capanna, entrò esitando; la donna, distesa su un giaciglio, gli tese le mani. Il vecchio le prese e se le portò alla bocca, sedendosi per terra accanto a lei.
“Ormai ci siamo … la malattia ha fatto il suo corso …” disse lei parlando a fatica.
“Ti ci vorrebbe uno dei tuoi intrugli …” disse il monaco sorridendole fra le lacrime.
“Uno dei miei filtri d’acqua e miele?”
“Come farò senza te? Sei l’unica vera amica che abbia mai avuto … ti ho amata come una sorella, sei la persona con cui ho condiviso la mia vita per più di sessant’anni … sei l’unico essere al mondo con cui io abbia potuto parlare di tutto; neanche ai miei confratelli ho potuto confidare il nostro segreto…avevo paura che ti denunciassero al Sant’Uffizio. Abbiamo studiato insieme, abbiamo …”“E’ vero – lo interruppe lei guardandolo dolcemente – mi hai insegnato tutto quello che so… la mia è stata una vita triste, strana, ma se non fosse stato per la tua idea, sarebbe andata molto peggio… la mia stessa madre mi aveva maledetta, perché nacqui albina; se qualcuno mi avesse trovata prima di te, mi avrebbero condannata immediatamente al rogo. Mi ricordo come fosse ieri, quando mi trovasti nel bosco; non avevo ancora dieci anni; mi ci aveva portato mia madre da un paese assai lontano…non sapendo più come nascondermi alla gente, si risolse ad abbandonarmi … tu costruisti questa capanna e trascorresti con me innumerevoli notti perché avevo paura del buio … nel corso degli anni mi hai insegnato a leggere e a scrivere, mi hai fatto studiare la storia, la geografia, il latino e la matematica … mi hai portato gatti neri affinché mi facessero compagnia, mi hai insegnato ad usare le erbe, a trovare le parole più convincenti per placare le ansie e i dolori delle persone e hai fatto di me una strega agli occhi della gente; una strega di cui tutti avessero paura quel tanto che bastava da lasciarla in pace e tanto in gamba da non poterne fare a meno … così facendo hai protetto la donna dagli appetiti degli uomini e l’essere umano dal fanatismo della gente … la tua ostilità nei miei confronti non ha fatto altro che spingere da me le persone che non ti sopportavano; ti sei finto cattivo e intollerante solo per mandarle da me con le loro offerte in modo ch’io potessi mantenermi; hai vissuto una falsa vita solo per salvare me …”
“Ne è valsa la pena; troppe sciocche superstizioni stanno avvelenando questi secoli bui e noi non abbiamo potuto combattere, così ci siamo dovuti adattare … porterò sempre con me i ricordi delle notti trascorse insieme a studiare le proprietà medicamentose delle piante, le strategie per far incontrare dei bravi uomini a delle zitelle disperate, le minacce ai mariti traditori … le parole giuste da dire a quelle povere donne che non riuscivano ad avere figli, per tranquillizzarle: tante volte hanno funzionato, ti ricordi?”
“Eccome … il Diavolo e la strega hanno lavorato bene insieme …”
“Già…il Diavolo: la torcia allungava la mia figura incappucciata di notte… Dio mi perdoni, ma quante volte ho riso pensando alla paura che incutevo a quanti mi scorgevano da lontano!”
Improvvisamente il gatto si accucciò sul giaciglio e iniziò a fare le fusa; entrambi lo accarezzarono. Poi la donna riprese una mano al vecchio monaco, lo guardò con dolcezza e di nuovo gli sorrise; chiuse gli occhi e non li riaprì mai più.