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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2016

                     26/9/2016 - BREXIT

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BREXIT – Un brutto risveglio

All’indomani della disastrosa seconda guerra mondiale il sogno di grandi statisti europei fu quello di cooperare per creare una civile e pacifica convivenza dei popoli del nostro continente. Un sogno che non fu utopia. Si studiò concretamente “di promuovere la cooperazione economica partendo dal principio che il commercio produce interdipendenza fra i paesi che riduce i rischi di conflitti”. Così nel 1958 Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo costituirono la Comunità Economica Europea (CEE), un organismo per condividere scelte comuni in campo economico, con l’intento di raggiungere in seguito una maggiore integrazione anche a livello politico istituzionale. Da allora, passo dopo passo, si è dato vita ad un grande mercato unico cui, quindici anni dopo, hanno aderito pure Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda e, successivamente, Grecia, Spagna e Portogallo.
Nel 1993 si passò dalla Comunità Economica all’Unione Europea. La denominazione fu cambiata perché nel frattempo i paesi europei aderenti all’Unione avevano adottato trattati e normative comuni per uniformare le loro legislazioni non solo in campo economico ma anche in altri settori quali salute, clima, ambiente, sicurezza, giustizia, relazioni esterne, immigrazione, etc.
Il mercato unico nel tempo aveva consentito la libera circolazione di persone, beni, servizi, capitali. Realizzata la mobilità, conseguita la crescita e la stabilità economica, nel 1999 si pensò alla creazione di una moneta unica, l’euro. Nel 2002 entrarono in circolazione banconote e monete della nuova valuta. Adottarono l’euro 19 dei 28 paesi aderenti all’Unione. Si costituì la cosiddetta Eurozona alla quale non aderì la Gran Bretagna (1).
Brevemente va detto che la moneta unica ha evitato speculazioni, deprezzamenti e svalutazioni delle valute dei paesi aderenti. Ha favorito scambi e transazioni fra paesi euro e non euro, divenendo per importanza la seconda valuta del mondo dopo il dollaro USA.
Un passo importante verso una forte integrazione politica fu compiuto a Lisbona il 13 dicembre 2007 con l’approvazione di un Trattato entrato in vigore il 1^novembre 2009. Nel trattato sono stati rimarcati i valori della cultura valoriale europea quali il rispetto della dignità della persona umana, della libertà, della sicurezza, della giustizia e, inoltre, la lotta all’esclusione sociale e alla discriminazione, e tante altre norme per favorire uno sviluppo economico sostenibile, rafforzando la civile e democratica convivenza dei paesi europei.
Nel 2012 il Premio Nobel per la pace fu conferito all’ Unione Europea per aver garantito la pace al proprio interno. Un riconoscimento fatto nel periodo della gravissima crisi economica in cui cresce il sentimento antieuropeista che, in Gran Bretagna, viene addirittura sviluppato da importanti leader politici con una politica che prende il nome Brexit (British exit).
Il premier Cameron decide di sottoporre al voto popolare la scelta di uscire (Leave) o di rimanere (Remain) nell’Unione Europea.
Il popolo britannico, con il referendum del 23 giugno 2016, vota a favore del “leave” con una maggioranza risicata (51,9%). Alla base di questa scelta vi è il rifiuto delle regole per stare insieme agli altri Paesi e, in particolare, il rifiuto delle regole sull’immigrazione. L’argomento forte della campagna elettorale a favore dell’uscita è stato proprio il fenomeno dell’immigrazione, soprattutto quella dei cittadini europei, italiani compresi, accusati di “rubare” il lavoro ai britannici e di sfruttare il welfare state e in generale tutti i servizi pubblici della Gran Bretagna.
Si può commentare che gli statisti inglesi sono stati poco accorti nel volere un referendum che ha spaccato il Paese in due metà, pressoché uguali, per una scelta fondamentale di alleanze e di vita che sarebbe opportuno fare con maggioranze assai più vaste.
Il risultato del referendum è stato un brutto risveglio per chi crede e lavora ancora per l’unità dei paesi europei.
Molte sono infatti le conseguenze politiche, economiche e sociali legate al Brexit, delle quali la più pericolosa sembra essere quella di un potenziale effetto imitativo in tutti i paesi dove negli ultimi anni sono rifioriti nazionalismi e populismi, a causa anche di certi meccanismi legislativi e operativi degli organismi europei, lontani dal comune sentire della gente.
Eppure in questi tempi di grande insicurezza economica, di tanti terrificanti atti di terrorismo, di biblici esodi per fuggire dalla fame e dalle guerre, le persone più responsabili vorrebbero più unità e meno divisioni. In questo contesto i paesi europei, in special modo quelli dell’Eurozona, sono chiamati a rinnovare il sogno dei padri fondatori con strategie e metodi operativi più rispondenti alle esigenze del mondo di oggi. E l’unità va ricercata e difesa anche come una scelta di prospettiva per competere sul mercato globale con i grandi blocchi d’interesse (Usa, Cina, Russia….) e per affrontare crisi sociali di dimensioni planetarie come quelle dell’immigrazione. In tale ottica è auspicabile che Francia, Germania e Italia assumano iniziative coraggiose per volare alto, per fare un salto di qualità, cooperando al consolidamento di un’Europa forte per costruire un mondo migliore, pensando con insistenza e determinazione al bene comune. Ed è altrettanto auspicabile che tale impegno venga condiviso e sostenuto da una grande maggioranza di cittadini.
Concludo citando la riflessione conclusiva di un noto esponente del mondo bancario toscano, Roberto Frosini, che sull’argomento Brexit, fra l’altro, ha scritto: “appare più facile dare la colpa all’Europa se ci sono più disoccupati, se ci sentiamo meno sicuri, se le nostre vite si intrecciano con quelle di stranieri con abitudini diverse, se, in definitiva, ci sentiamo più a “rischio”, mentre non ci domandiamo se tutto ciò è proprio il frutto del nostro incoercibile egoismo, di popoli e persone, che per evitare di mettere in comune denari, risorse e idee ci trinceriamo dietro il paravento ideologico dell’identità se non addirittura dell’indipendenza. Ci vuole più Europa per essere meno a “rischio”, più cervello per sentirsi europei e più cuore per essere uomini!”.
GFT

1) Paesi dell’area dell’euro (eurozona): Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituana, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna