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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 DICEMBRE 2016

                     18/11/2016 - LE RAGIONI DEL NO

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di Giovanni Casalini

Il mantra della propaganda per il SI, recitato quasi esclusivamente dal Presidente del Consiglio, mi ha convinto ancora di più della validità delle ragioni del NO.
A cominciare da quel tipo di pubblicità ingannevole costituita dai suggestivi e fuorvianti titoli dei quesiti referendari, che non chiariscono affatto quali siano le reali specifiche innovazioni di ben quarantasette articoli della nostra Costituzione.
Gli elettori dovrebbero essere tutti esperti giuristi ed attenti lettori dell’articolata riforma.
I precedenti referendum erano chiari, poiché di massima monotematici ed omogenei: vuoi o non vuoi il divorzio; vuoi o non vuoi la regolamentazione dell’aborto; vuoi o non vuoi la responsabilità civile dei magistrati; vuoi o non vuoi una diversa distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni (il federalismo); vuoi o non vuoi l’energia nucleare; vuoi o non vuoi la procreazione assistita; e via discorrendo. Cioè, quesiti ben percepibili per compiere scelte consapevoli su questioni precise presenti e ampiamente dibattute nella opinione pubblica.
Ora, invece ci si dovrebbe pronunciare complessivamente su una serie di norme anche tecnicamente complesse, e su temi eterogenei, senza possibilità di distinguere quelli che condividiamo e quelli che non condividiamo: dunque, è evidente la violazione della libertà di voto e della necessaria preventiva consapevolezza di come esprimere lo stesso.
Insomma, non saprei come fare se io – ad esempio – volessi salvare il CNEL, ente che non sarebbe stato assolutamente inutile, se lo si fosse fatto corrispondere alla intenzione dei Costituenti e non invece trasformato nel …cimitero degli elefanti.
Il modo con il quale il referendum è stato previsto e indetto è di per sé una riprova della sua natura squisitamente politica (fiducia o meno a chi ha elaborato la riforma in questione).
Il successivo NO va al procedimento seguito: e, cioè, il Parlamento poteva e può modificare singoli aspetti della Costituzione (come ha fatto in passato), ma non innovare un intero impianto, cambiando la struttura istituzionale e i connessi poteri: questa competenza avrebbe dovuto spettare all’elettorato, con la nomina di una Assemblea Costituente formata da membri espressamente eletti dal popolo sovrano.
Il terzo NO è alla mancanza di legittimazione almeno politica (che è quel che conta) di questo Parlamento, costituito in sostanza da nominati, che è stato eletto sulla base di una legge elettorale dichiarata riduttiva della rappresentatività, e quindi in violazione del solenne principio della sovranità popolare: un Parlamento male eletto e non rappresentativo (lo ha detto la Corte Costituzionale!) si è arrogato addirittura, su iniziativa del Governo e perciò di parte, il diritto di cambiare – e come! – la Carta Costituzionale, la legge fondamentale dello Stato, che è la base della convivenza civile e sociale dei cittadini e la garanzia di un regime democratico che si regge sugli equilibri tra i poteri, così come scelga di istituirlo il popolo sovrano.
Il quarto NO è per il modo col quale si è abolito e sostituito il Senato, trasformandolo in una assemblea di nominati e non di eletti, con la presenza dei Sindaci dei capoluogo di Regione, e con Consiglieri Regionali (questi in diversa proporzione numerica a seconda delle Regioni), con la partecipazione via via crescente di Senatori a vita scelti dal Presidente della Repubblica.
E, si pensi a certi Sindaci, che sono già tali anche di Città Metropolitane, e poi saranno anche Senatori; e che tutti i nuovi Senatori godranno della immunità parlamentare!
Questo Senato avrà, comunque, funzioni legislative ancora paritarie con la Camera dei Deputati, addirittura nelle materie concernenti direttive europee, per i trattati internazionali; e concorrerà alla elezione del Presidente della Repubblica.
Il quinto NO, per l’ipocrita affermazione circa la riduzione delle spese della politica e dei politici: perché non valorizzare la Conferenza tra le Regioni e ridurre il numero esorbitante dei Deputati, abolendo definitivamente il Senato, come altre proposte di riforma prevedevano?
Che ragionevolezza c’è a ridurre il Senato a novantacinque membri e a lasciare la Camera dei Deputati a seicentotrenta?! Ma, evidentemente, se si fa il “listone” per la Camera dei Deputati bisognerà accontentare tanti seguaci e tanti voltagabbana (nella presente legislatura si è raggiunto il record dei cambiacasacca, circa duecentocinquanta!).
Il sesto NO, per la retromarcia rispetto al Federalismo, tanto da tutti sbandierato nel passato, e il ritorno alla forte centralizzazione dei poteri nello Stato, tra l’altro con disposizioni tecnicamente confuse (il contorto nuovo art. 70, che riguarda le competenze del Senato), le quali provocheranno non pochi contenziosi (salvo che il Senato dei nominati non venga composto – come è da temere – da yes men!).
Il settimo NO, per il notevole aumento del numero degli elettori, necessario per la presentazione di leggi di iniziativa popolari e per la presentazione di referendum abrogativi.
Tutto a riprova della scelta dell’obiettivo di limitare i poteri del Parlamento e l’incidenza della volontà popolare, motivate dalla mentita necessità di semplificazione e di modernizzazione: il complesso delle norme proposte riduce la democrazia, non già la burocrazia (come da ultimo il Premier afferma nella sua sovraesposizione mediatica, ancorché neghi la personalizzazione della campagna referendaria).
L’ultimo NO, per il potenziale esplosivo che la riforma costituzionale produce nel combinato disposto con l’approvata legge elettorale; legge che oggi la maggioranza delle forze politiche (persino correnti interne al PD e anche alleati di governo) riconoscono collegata alla riforma costituzionale, collegamento invece prima denegato, con effetti congiunti di una inaccettabile verticalizzazione dei poteri, e con un mutamento profondo del carattere parlamentare e rappresentativo della nostra democrazia.
Non si tratta di frenare il cambiamento, nessun cataclisma ci sarà se la riforma non passa; il NO, espresso anche dalle critiche di autorevoli costituzionalisti immuni da ogni speculazione partitica e politica, sarà invece la premessa ad un approccio serio, non di parte strumentale, per una revisione della nostra Carta Costituzionale, con procedure e modalità che non dividano, che uniscano pur nel distinguo di opinioni, così come è stato operato dai nostri Padri Costituenti.
In conclusione, un deciso NO, per un SI ad una vera e non pasticciata riforma, che aggiorni le nostre istituzioni ma non metta in discussione i valori fondamentali della prima parte della Costituzione. Giovanni CASALINI