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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 DICEMBRE 2016

                     18/11/2016 - …LA PIU’ BELLA DEL MONDO!

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di Marino Bianco

Così fu considerata da Renzi e in particolare dal suo giglio magico, durante il varo e dopo l’approvazione (con voto di fiducia al Governo), la nuova legge elettorale. E si aggiungeva, con la consueta prosopopea, che – per tanta perfezione - ce l’avrebbero copiata in molti. Strana, però, la sprovvedutezza ... di non averla brevettata!
Ma già altre volte ho scritto che l’italicum, come è definita quella legge, è una edizione appena edulcorata del porcellum, stroncato questo da una decisione della Consulta; e la nuova legge non è stata nemmeno ritenuta meritevole di un messaggio e di un invito a qualche ritocco da parte di Mattarella, già tra gli stroncatori di quella precedente.
Al contrario, brutto il nuovo sistema elettorale, osservandone l’immagine nello specchio della democrazia; tant’è che, personalmente, mi rifiuto di chiamarlo italicum, come se si trattasse di un pregiato ed addirittura esemplare prodotto delle nostre istituzioni parlamentari.
Ora, nonostante la decantata bellezza e pur ribadendola, il premier, temendo che i conti elettorali potrebbero non tornargli e per narcotizzare in vista del referendum costituzionale – senza peraltro finora riuscirci – la opposizione interna al PD e il malessere di alcuni alleati di Governo, si dichiara, con circonlocuzioni verbali e strane proposte di metodi operativi, disposto a rivederlo, soltanto dopo il SI o il NO alla riforma costituzionale.
Non credo a questa promessa. Il disegno politico a mio parere è più che trasparente, poiché, anche se vince il NO – al contrario dell’esordio après moi le déluge (dopo di me il diluvio) – a dire dello stesso Renzi (che si scusa dell’errore per la iniziale personalizzazione che comunque si perpetua), la legislatura si concluderà normalmente nel 2018 (o, forse, con elezioni anticipate se vincesse il SI!). Renzi non ha alcun interesse alla riforma della legge: cercherà di fronteggiare il pericolo grillino (definito populista) con gli appelli agli elettori di destra affinché il ballottaggio lo possa vincere il listone del PD.
Conviene ricordare i capisaldi del renzellum (a suo tempo sostenuto - il giovane parvenu - anche dall’ineffabile Napolitano, che ora pentito insiste anch’egli per la modifica!):
a) con il 40% dei voti (che potrebbero rappresentare, stante l’astensionismo, non più del 20/25% dell’elettorato, come è avvenuto per il porcellum), si conquisterebbe il 55% della maggioranza alla Camera dei Deputati, che - abolito (si fa per dire!) il bicameralismo paritario – con la riforma costituzionale non è stata peraltro sottoposta ad una decisa cura dimagrante quanto allo eccessivo numero dei componenti (630!);
b) i capolista degli oltre 100 collegi elettorali, ovviamente designati dal partito, o meglio dalle sue oligarchie, vengono tout court eletti, e quindi nominati, non soggetti al voto di preferenza (più di 1/3 della premiata maggioranza dei Deputati sarà gigliata);
c) il capo del partito (o della lista) sarà senz’altro il premier (con tanti saluti al minimo di autonomia del Presidente della Repubblica atteso che la riforma costituzionale prevede che i ministri li scelga appunto il premier!).
d) la soglia di sbarramento per le altre liste che concorrono nella competizione elettorale è del 3%, con l’obbiettivo evidente del drastico ridimensionamento della rappresentanza e del pluralismo politico e sociale (quanti degli attuali parlamentari saranno costretti a chiedere ospitalità nel previsto listone esprimendo lealtà al suo capo!!!).
Sta al lettore trarre le conclusioni.
E valgano anche i confronti con la legge truffa del 1953 (che l’elettorato non consentì che scattasse) e con la legge Acerbo del 1923 che segnò l’inizio del regime fascista:
a) con la prima (approvata dal Parlamento senza che il Governo ponesse la fiducia), il 55% dei Deputati si conseguiva soltanto se la coalizione (apparentamenti, come si definivano gli accordi tra DC, PSDI, PLI e PR) avesse raggiunto il 50,01% dei voti e non il 40%, ed il resto della rappresentanza parlamentare veniva percentualmente distribuito ai partiti non apparentati con la DC e cioè al PCI e al PSI;
b) con la legge dell’On.le Giacomo Acerbo (su espressa commissione di Mussolini), si prevedeva il premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto più del 25% dei voti, ma si lasciava integra la distribuzione proporzionale tra le altre forze politiche, senza soglie di accesso.
Mussolini, grazie all’azione delle squadracce, non ebbe bisogno di applicare la Legge Acerbo: nelle elezioni conseguì con il listone il 65% dei voti e aggiungendo i voti di una lista civetta fascista, occupò il 70% dei seggi della Camera dei Deputati.
Il resto dei seggi furono assegnati 39 (9%) al Partito Popolare di Alcide De Gasperi e 24 (5,9%) al Partito Socialista Unitario di Giacomo Matteotti. E, allora, lo Statuto Albertino non sanciva il principio della sovranità popolare e dunque della necessaria rappresentatività del Parlamento.
In quelle due Leggi, cioè, non venivano previsti sbarramenti per le altre forze politiche; e qualcuno ha paradossalmente osservato che, ove invece le soglie di accesso alla Camera dei Deputati fossero state previste dalla Legge Acerbo così come nel renzellum, i socialisti non sarebbero entrati in Parlamento, e forse non vi sarebbe stato il sacrificio di Giacomo Matteotti!
I pochi Socialisti presenti nell’attuale nostro Parlamento criticarono, come altri gruppi, la proposta della nuova legge, chiedendo il premio di maggioranza alla coalizione, i voti di preferenza anche per i capilista, la diminuzione delle soglie di sbarramento. Ed ora invocano anche essi una nuova legge ed hanno presentato una loro proposta.
Ma sul renzellum a suo tempo dovettero votare la fiducia al Governo, come altri alleati dello stesso. Altrimenti, il contrario avrebbe potuto significare la loro fuoriuscita dalla maggioranza, o quanto meno provocare il disappunto del capo della stessa.
In altri termini, Parigi val bene una messa; ma la messa alla quale si adattò Napoleone servì per farsi incoronare Imperatore...
Ora c’è da temere che l’officiante, nonostante le manifestate disponibilità durante la campagna referendaria in corso (ho già espresso all’inizio il mio scetticismo al riguardo), dopo l’esito del voto del quattro dicembre, potrebbe pronunciare l’ite missa est (potete andare la messa è finita!).
Marino Bianco