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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 APRILE 2017

                     5/10/2017 - UN NUOVO SOCIALISMO

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Un nuovo socialismo per la libertà sociale
di Roberto Del Buffa
In tre numeri passati della rivista ho sviluppato alcune riflessioni sulla teoria socialista, partendo dall’ultimo
libro di Axel Honneth, L’idea di socialismo. Ho iniziato mostrando la persistente necessità del socialismo, cioè di
una teoria che riaffermi il carattere negoziatorio (quindi modificabile) delle attuali istituzioni sociali, economiche
e politiche, legate alla particolare fase di sviluppo della società capitalistica. Quindi, dopo aver riconosciuto, con
Honneth, il fallimento del socialismo tradizionale nell’affrontare adeguatamente le sfide poste dagli impetuosi
cambiamenti della società e dell’economia contemporanee, ho seguito la sua analisi della tradizione teorica
socialista. L’obbiettivo del filosofo tedesco era individuare il suo nucleo originario e successivamente liberarlo dai
limiti determinati dalle peculiari condizioni storiche in cui la teoria fu elaborata, cioè dalle caratteristiche della
prima fase industriale di modernizzazione economica capitalistica.
Secondo Honneth al centro dell’idea socialista sta la critica al concetto formale di libertà, espressa nei termini
individualistici dell’economia di mercato in cui ciascuno agisce l’uno-contro-l’altro. Nel contesto dell’economia
capitalista infatti la libertà è intesa come una specie di diritto a perseguire il proprio interesse privato, per cui gli
altri membri della società finiscono con l’essere concepiti non come condizione essenziale per la nostra libertà, ma
solo come potenziali responsabili della sua limitazione. Occorre contrapporre a questa visione egoistica, che
contraddice gli altri valori che, a partire dalla Rivoluzione francese, ispirano le moderne costituzioni politiche,
cioè l’uguaglianza e la fraternità (quest’ultima reinterpretabile in chiave moderna come solidarietà), un nuovo
modello di libertà, espressione di una società nella quale i soggetti agiscono, come partner cooperativi, uno-perl’altro.
All’interno della tradizione socialista questo nuovo concetto, che Honneth definisce libertà sociale, è stato
però definito in termini esclusivamente economici, come risultato inevitabile di una rivoluzione della forma di
produzione. Da un punto di vista teorico ciò ha significato l’impossibilità di individuare, all’interno dell’idea
socialista, un rapporto fra la cooperazione economica improntata alla libertà sociale, che avrebbe caratterizzato
la nuova società, e il problema della formazione della volontà democratica, che avrebbe dovuto assumere un
rilievo centrale come problema del metodo di integrazione reciproca delle convinzioni personali dei cittadini.
Cooperazione economica e democrazia politica avrebbero dovuto infatti costituire le due facce della stessa
medaglia, quella dell’emancipazione sociale.
In altre parole, i teorici del socialismo, imprigionati nello spirito dell’industrialismo e pertanto persuasi che anche
in futuro ogni fatto sociale fosse determinato dalle necessità della produzione industriale, non apprezzarono il
potenziale emancipatorio della democrazia politica, con la sua capacità di promuovere, attraverso la
proclamazione dei diritti umani e civili, l’autonomia di altre sfere della società, dando vita a quel fenomeno che
potremmo definire come differenziazione funzionale delle società moderne. L’ostinazione normativa dell’agire
democratico, così come l’affermazione di altri ambiti di relazione sociale personale, non devono infatti apparire
come ostacoli ma come premesse necessarie di quella libertà sociale che il socialismo avrebbe voluto realizzare
nella sfera economica. In questo modo si possono apprezzare, proprio dal punto di vista della libertà sociale,
conquiste parziali, ma importanti come mutamenti istituzionali, modifiche legislative, nuovi punti di vista che
trovano consenso nell’opinione pubblica e diventano norme giuridiche. Ognuno può fare esempi, passati e recenti,
di questi tipi di conquista che indubitabilmente vanno nella direzione della libertà sociale.
Una seconda critica all’idea socialista tradizionale è avanzata da Honneth, in relazione alla convinzione che una
forza necessaria per la rivoluzione socialista sia già disponibile nella società capitalistica, come risultato dei
rapporti economici esistenti, in quanto la trasformazione dell’economia in senso cooperativo e solidaristico
corrispondeva agli interessi reali di tutti i lavoratori. Una terza critica è invece rivolta alla convinzione
dell’ineluttabilità della caduta del capitalismo, ovvero alla fiducia in una necessità storica per cui i rapporti di
produzione esistenti debbano dissolversi a causa delle proprie contraddizioni. Per la teoria socialista tradizionale
esisteva infatti un soggetto sociale (una classe) che si sarebbe assunta una specie di compito storico e ineluttabile,
quello di condurre per via rivoluzionaria la società verso una forma di produzione socialista. Quando la storia ha
smentito, da un lato, l’automatismo tra le condizioni di vita di una data classe sociale e la sua traduzione in
termini di interessi e desideri e, dall’altro, l’omogeneità della classe lavoratrice, frastagliata nella sua
composizione e nella sua rappresentanza, i limiti di questa concezione sono apparsi evidenti. Di fronte a questi
limiti e all’esigenza di dare risposte sollecite e teoricamente fondate alle sfide poste di volta in volta dalle mutate
situazioni storiche, Honneth propone di superare questa filosofia della storia, che trova già definito il risultato
finale verso cui è indirizzata la società umana, in nome di quello che chiama «socialismo come sperimentalismo
storico» e che consiste in «un metodo teorico che procede testando sperimentalmente gli spazi necessari per delle
trasformazioni mirate», sempre ispirate all’ampliamento della libertà sociale, vero nucleo persistente dell’idea
socialista.
Una delle conseguenze più rilevanti è il superamento del collegamento istituito da Marx tra economia di mercato
e capitalismo. Analogamente, per Honneth, va separata l’idea di socialismo politico da quella di pianificazione. Si
tratta di due posizioni che mirano, da un lato, a contestare l’ideologia dominante del mercato capitalistico, che
deve essere decostruita sulla base dell’osservazione che i fondamenti economici e sociali che legittimano il
mercato non solo sono separabili, ma forse sono persino contraddittori con l’esistenza di profitti derivanti da
posizioni dominanti o da speculazioni finanziarie. Dall’altro lato la logica dello sperimentalismo storico trasforma
il socialismo in una teoria che «non ha più la certezza di quale sia la modalità migliore per realizzare le sue
richieste normative volte a istituire la libertà sociale all’interno della sfera economica», cosicché vi sono una
pluralità di modelli economici e di soluzioni possibili affinché «l’allocazione dei mezzi adatti alla soddisfazione dei
bisogni generali condivisi [sia] posta nelle mani di attori che, in quanto agenti reciprocamente l’uno-per-l’altro,
possono intendersi quali partecipanti con pari possibilità».
L’analisi di Honneth prosegue poi, sulla scorta di alcune riflessioni di Habermas, per valutare se, così
riformulata, l’idea socialista non si riduca a una delle alternative possibili alle teorie liberali della giustizia, ma
abbia l’ambizione di «assicurare riflessivamente le sue proprie condizioni di possibilità, e di mirare cosi a un’altra
forma di vita». Non è qui il luogo per continuare a seguire l’autore su questa strada. Quello che invece mi piace
richiamare, a titolo di conclusione, è come ancora oggi nel nome dell’idea di socialismo sia possibile proseguire
una riflessione filosofica e politica che trova la sua necessità nell’offrire un’alternativa a un modello dominante
che si rifiuta di vedere quanto rimane di scandaloso nel mondo attuale.