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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 AGOSTO 2017

                     28/9/2017 - Ricordo di Eugenio Colorni

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di Roberto Del Buffa

Roma, domenica 28 maggio 1944, ore 9.30 del mattino. All’angolo fra via Stamira e via Michele di Lando, due agenti fascisti in borghese intimano a un gruppo di tre uomini di fermarsi e consegnare i documenti. Due di questi riescono a fuggire, mentre il terzo viene bloccato. Ha con sé dei documenti falsi, intestati a Franco Tanzi, ed è disarmato, ma trasporta un pacco di volantini compromettenti di cui non è riuscito a disfarsi. Ostenta una certa tranquillità e mostra i documenti, poi, alla domanda sul contenuto del pacco, lo consegna a uno degli agenti, in modo che abbia le mani occupate, colpisce l’altro (probabilmente si tratta di poco più di una spinta) e cerca di approfittare della sorpresa per un ultimo disperato tentativo di fuga. Gli agenti appartengono alla banda di Pietro Koch, un ex tenente dei granatieri che, dopo l’armistizio, ha costituito, in accordo con il capo della polizia, un reparto di polizia speciale, formato da brutali assassini, ai fini della repressione antipartigiana. Uno dei due agenti non si lascia sorprendere, insegue il fermato e gli spara alle spalle, colpendolo alla scapola. Il fuggitivo continua a correre e riesce a rifugiarsi nell’androne di un portone, ma l’agente lo raggiunge e gli spara altre due volte, colpendolo alla clavicola sinistra e all’addome. L’ultimo colpo si rivelerà fatale. Trasportato all’Ospedale di San Giovanni morirà dopo due giorni di agonia, il 30 maggio 1944. Cinque giorni dopo, all’alba, i primi reparti angloamericani al comando del generale Clark sarebbero entrati a Roma.
La vittima, che dirige l’edizione clandestina dell’«Avanti!» ed è uno dei capi riconosciuti della Resistenza romana, sarà decorata nel 1946 con il conferimento della medaglia d’oro al valor militare. La vittima è il filosofo Eugenio Colorni. Aveva compiuto, da poco più di un mese, 35 anni.

Risulta difficile, se non impossibile, volendo ricostruire il contributo politico di Colorni alla storia del socialismo italiano, prescindere dal tragico evento che pose fine alla sua vita e fece rimanere in fase di progetto la parte più originale della sua azione. In realtà i fascisti avevano cominciato a ostacolare la sua attività politica sin dai tempi dell’Università, quando fu fermato con alcuni compagni per una manifestazione politica di solidarietà con il suo insegnante di Estetica, Giuseppe Antonio Borgese, aspramente attaccato dagli studenti fascisti A quegli anni risale la sua collaborazione con il gruppo milanese di «Giustizia e libertà», da cui si sarebbe staccato per partecipare al Centro socialista nato a Milano, nell'estate del 1934, ad opera di Rodolfo Morandi, Lelio Basso e Lucio Luzzatto. Trasferitosi a Trieste, dove aveva avuto un incarico come insegnante liceale, Colorni prese contatto con Eugenio Curiel, e con i locali ambienti antifascisti, pesantemente infiltrati da informatori della polizia. Nell'estate 1937, dopo che a Milano erano stati arrestati, fra gli altri, Luzzatto e Morandi, Colorni prese contatto con la direzione del P.S.I. a Parigi, dove si era recato per il IX congresso internazionale di filosofia, cercando di spingere il partito a una maggiore attività clandestina in Italia, magari in collaborazione con gli altri partiti antifascisti, in primo luogo quello comunista. L’8 settembre 1938, recatosi in questura per il rinnovo del passaporto, fu arrestato a Trieste, in piena campagna razziale (le decisioni del Gran Consiglio del fascismo sarebbero arrivate il 6 ottobre). Tutti i quotidiani dettero ampio risalto all’arresto e a La doppia vita del prof. Colorni, come la descrisse «Il Piccolo» di Trieste, che ipotizzò l’esistenza di un complotto internazionale giudaico-massonico contro l’Italia fascista. Accusato solo da prove indiziarie, Colorni fu condannato a cinque anni di confino e destinato all'isola di Ventotene dove giunse il 5 gennaio 1939. A Ventotene fece amicizia con Ernesto Rossi, Manlio Rossi Doria e Altiero Spinelli, aderendo alle idee federaliste confluite nel Manifesto di Ventotene, che Colorni pubblicherà successivamente, nel gennaio del 1944 a Roma, con due documenti stesi da Spinelli e con una sua prefazione. Trasferito a Menfi, Colorni riuscì a fuggire a Roma, il 6 maggio 1941. Qui, nella clandestinità, operò alla organizzazione del Partito socialista di unità proletaria, nato dalla fusione del gruppo giovanile del Movimento di unità proletaria (M.U.P.) e del Partito socialista italiano, e, dopo la caduta del fascismo e l'8 settembre, si impegnò nell'organizzazione della Resistenza. Membro del comitato direttivo del nuovo Partito socialista, redattore capo dell'«Avanti!» clandestino, contribuì alla ricostruzione della Federazione giovanile socialista e alla formazione della prima brigata Matteotti.
Il vile assassinio fascista, proprio alla vigilia della liberazione di Roma, interruppe però non solo l’attività politica di Colorni, ma anche una riflessione filosofica che era approdata a esiti che ancora oggi appaiono convincentemente moderni. La lettura dei suoi scritti ci lascia una vena amara, per la consapevolezza di quanto il fascismo abbia sottratto alla storia di questo paese, ben al di là dell’esito infausto della guerra in cui ci condusse Mussolini. La barbarie fascista fu infatti anche molto altro, perché fin dal primo momento, con l’istituzione dei tribunali speciali e la persecuzione degli oppositori, si pose esplicitamente il compito di mettere a tacere le migliori intelligenze del paese, che avrebbero potuto perseguire, attraverso un giudizio autonomo e personale, quei valori di libertà e giustizia diventati poi l’ideale condiviso dell’antifascismo. Ricordando Colorni, contribuiamo a non dimenticarli.