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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 OTTOBRE 2017

                     31/10/2017 - MIGRAZIONI

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Modesta proposta per prevenire
morti, illegalità e rilevanti costi umani ed economici determinati dalla migrazione dall’Africa
di Roberto Del Buffa
IL PROBLEMA: Decine di migliaia di persone in fuga sono arrivate in Italia, si apprestano a farlo o lo stanno tentando, partendo dalle
coste della Libia per sbarcare nel punto di accesso più vicino ai ricchi paesi europei. Nel 2016 sono arrivati circa 180.000 migranti, un
dato che non sarà replicato, per i motivi che spiegheremo, nel 2017. Il traffico di migranti è in mano alla criminalità che, per soldi,
organizza viaggi di fatiscenti imbarcazioni dalla Libia verso la costa italiana. Su questi barconi, stipati all’inverosimile, naviga
un’umanità disperata, in fuga dalla propria casa nella speranza di migliori condizioni di vita. Quasi sempre i barconi si rivelano inadatti a
superare il tratto di mare che separa la Libia dall’Italia e comunque, anche nel caso di un positivo approdo, ogni viaggio conta sempre
qualche morto a causa dell’affollamento, del caldo o delle gravi ustioni dovute al contatto con il carburante e l’acqua di mare. Per
ridurre le vittime in mare, prima l’Italia da sola, poi l’Unione Europea con l’agenzia Frontex e infine numerose organizzazioni non
governative (ONG), hanno elaborato strategie di soccorso in mare che, nel tentativo di ridurre il numero di morti, hanno portato i
soccorsi sempre più vicine alle coste libiche. La prolungata presenza di navi, aumentando la percentuale di barconi intercettati e quindi
di migranti salvati, ha spinto i trafficanti a utilizzare imbarcazioni sempre meno affidabili e sempre più cariche. Così il numero di morti,
invece che diminuire, è rimasto stabile: oltre 5.000 quelli accertati nel 2016, ma c’è da ritenere che quelli reali siano ancora di più. In
base alle norme del diritto internazionale e alla legge italiana, hanno diritto d’asilo nel nostro paese solo gli stranieri che possono
rivendicare lo status di rifugiati, cioè coloro ai quali, nei loro paesi, sia impedito “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche” (art. 10
comma 3 della Costituzione). Viceversa i migranti che arrivano in Italia per motivi legati alla povertà e alla fame non avrebbero il diritto
di fuggire dalle loro insopportabili condizioni di vita. Si potrebbe però osservare che una situazione in cui una persona su 4 soffre di
denutrizione e la mortalità infantile è tale che un bambino su 8 muore prima di compiere 5 anni (sono i dati dell’Africa sub sahariana)
costituisce in sé una violazione dei diritti umani. Per le difficoltà di accertare l’identità dei migranti e la loro reale provenienza, il
riconoscimento dello status di rifugiato è concesso a una percentuale minima, inferiore del 10%, dei migranti. Quelli riconosciuti come
rifugiati ottengono i documenti che consentono la libera circolazione nell’Unione Europea e di solito si stabiliscono nel paese d’Europa
che garantisce loro maggiori diritti e opportunità. La Svezia, su un totale di meno di 10 milioni di abitanti, ospita 230.000 rifugiati, l’Italia,
con oltre 60 milioni di abitanti, ne ospita 150.000. Tutti gli altri migranti in teoria dovrebbero essere rispediti nel paese di origine, a parte
i minori non accompagnati, a cui spettano particolari tutele. In realtà i rimpatri sono pochissimi e i migranti cui non viene concesso lo
status di rifugiato fanno perdere le loro tracce dopo aver fatto ricorso alla sentenza di primo grado. C’è unanimità nel considerare la
situazione non più sostenibile, tuttavia non sempre per le stesse ragioni. Per una parte importante dell’opinione pubblica italiana il
primo problema sembra essere quello della sicurezza personale. Molti cittadini si sentono minacciati dalle correnti migratorie, anche se
le statistiche del Ministero degli Interni sui crimini commessi, sembrano indicare che si tratti di una percezione sbagliata. Le cose per
me inaccettabili sono invece: i 5000 morti annui (stima per difetto) nel tentativo di raggiungere l’Italia, l’arricchimento di criminali sulla
pelle dei più deboli (che in questa storia sono i migranti, non i cittadini italiani), i costi sempre crescenti delle operazioni di salvataggio,
la difficoltà di organizzare l’accoglienza, che crea disorientamento nell’opinione pubblica, sapientemente sobillata da una classe
dirigente che, nella migliore delle ipotesi, non è all’altezza del compito, ma più spesso è costituita da loschi individui che sfruttano le
reazioni meno nobili della popolazione per i loro interessi elettorali: un comportamento che gli storici futuri non avranno grande difficoltà
a classificare fra quelli più moralmente esecrabili della storia politica italiana (una storia non edificante che, per intenderci, ha
conosciuto leggi razziali, collusione con le organizzazioni criminali, strategie della tensione, corruzione, eccetera).
RIMEDI PEGGIORI DEI MALI: Il prime rimedio proposto consiste in uno slogan che raggiunge i vertici dell’ipocrisia: “aiutiamoli a casa
loro”. A parte il fatto che i primi a proporlo (governo Berlusconi con ministri leghisti in prima fila) furono gli stessi che azzerarono di fatto
le spese per la cooperazione internazionale, riempiendosi la bocca di promesse mai mantenute, il problema è che una politica di
investimenti nei paesi di provenienza dei migranti è molto difficile da realizzare a causa degli interlocutori politici locali. Aiuti
indiscriminati spesso non determinano alcun miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, anche nell’ipotesi che siano
opportunamente indirizzati alle ONG, non sempre attive su territori ad alta pericolosità e comunque costrette a trattare in condizione di
inferiorità con regimi ad alto grado di inaffidabilità e corruzione. In secondo luogo i migranti “casa loro” spesso non ce l’hanno più,
anche per responsabilità diretta o indiretta dei paesi verso cui fuggono. È il caso degli investimenti delle grandi imprese internazionali,
interessate a sfruttare le risorse di un paese in funzione dei nostri ricchi mercati, senza tener in nessun conto le esigenze della
popolazione locale, di cui è un esempio la diffusione di coltivazioni finalizzate alla produzione di biocarburanti che ha espulso dalla
propria terra migliaia di contadini. Inoltre l’andamento climatico, con l’aumento delle temperature medie, sta incrementando la
desertificazione di ampie aree dei paesi più poveri, con la conseguenza di rendere inabitabili molte delle “case loro” in cui dovremo
aiutare le popolazioni migranti. Infine sarebbe bene rendersi conto che, con gli investimenti ipotizzabili in una fase di crescita
economica lenta, come l’attuale, lo sviluppo di un paese non solo non sarebbe garantito, ma sarebbe comunque un processo lungo,
misurabile nell’ordine dei lustri e non dei mesi. Un secondo rimedio, più efficace, ma eticamente assai discutibile, è quello di mantenere
delle specie di zone cuscinetto, fuori dell’Europa (in questo caso dell’Italia), in cui collocare i migranti, non permettendo loro, nella
maggioranza dei casi anche attraverso la coercizione, di raggiungere i confini europei. È quello che è stato fatto sulla frontiera
orientale, che centinaia di migliaia profughi delle zone di guerra della Siria, dell’Irak e dell’Afghanistan, hanno provato a raggiungere. Attraverso un accordo molto oneroso con la Turchia, l’Unione Europea ha bloccato migranti e profughi sul territorio turco. Attualmente
oltre due milioni e mezzo di profughi siriani vive in Turchia. La situazione umanitaria è drammatica e l’Alto Commissariato dell’ONU per
i rifugiati (UNHCR) denuncia ripetute violazione dei diritti umani operata dalla Turchia nei confronti dei profughi. L’UE versa tre miliardi
di euro all’anno alla Turchia come contributo per i costi connessi con il blocco della migrazione verso la costa greca e per aver
accettato di riaccogliere i migranti che non hanno ricevuto dalle autorità greche lo status di rifugiato. È il modello che il governo italiano,
in particolare il Ministro Marco Minniti, ha replicato in Libia. Alla data in cui sto scrivendo questo articolo, la guardia costiera libica ha
fermato e riportato a riva, in circa due mesi, oltre 10.000 migranti. Inoltre, con l’aiuto della nave officina italiana inviata a Tripoli, si
stanno moltiplicando le navi militari libiche in servizio in una fascia costiera che supera i confini territoriali per estendersi ad acque
internazionali, da dove la Libia ha espulso le navi di soccorso delle ONG, talvolta anche con la forza dei proiettili. Al governo, con il
ministro Minniti in prima fila, sembra dunque di aver trovato una soluzione efficace, ma vorrei spiegarvi perché non è così. In primo
luogo la spesa necessaria a percorrere questa strada è improduttiva, non serve a migliorare le condizioni dei profughi, ma finanzia
direttamente il governo con cui viene fatto l’accordo. Nel caso della Turchia, per esempio, solo 300.000 profughi siriani sono accolti nei
campi, mentre la grande maggioranza si è arrangiata cercando una soluzione provvisoria, molto spesso illegale. La Turchia non
riconosce lo status di rifugiati ai profughi siriani, per cui i permessi di lavoro sono difficili da ottenere e l’acceso all’istruzione dei
bambini, per quanto formalmente concesso dalle autorità turche, è difficile fuori dei centri. Secondo una stima dell’Unicef, un bambino
siriano su dieci lavora per sei o anche sette giorni alla settimana e per più di otto ore al giorno. Se questo è il caso della Turchia, uno
stato moderno e democratico, per quanto governato da un regime autoritario, pensate che cosa possa diventare l’accoglienza dei
profughi in una situazione come quella libica, in cui il governo riconosciuto dall’Onu controlla solo una parte della costa, il territorio è
scosso da una guerra civile, spesso condotta per bande, e le condizioni di sicurezza, anche per un cittadino libico, sono precarie.
Attualmente non ci sono campi per i migranti in Libia, ma, come ha raccontato l’inviato speciale dell’Unhcr, solo prigioni, alcune
controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti; in tutte vi sussistono condizioni orribili. I profughi fermati dalla guardia costiera
libica sono stati arrestati e, come denunciato da Amnesty International e Human Rights Watch, ci sono precedenti di persone detenute
in condizioni tali da esporle a un concreto rischio di torture, violenze sessuali e lavori forzati. Come cittadino italiano, mi ripugna il fatto
che una tale situazione possa verificarsi con il concorso, o almeno il consenso, del governo del mio paese.
UNA MODESTA PROPOSTA: Ma questo articolo non vuole limitarsi a denunciare una situazione, ma vuole proporre anche una
soluzione, forse un po’ provocatoria, ma non priva di coerenza. Se ogni anno arrivano in Italia 180.000 persone, allora, considerando
300 giorni di possibile navigazione nel Mediterraneo, ogni giorno vengono trasportati dagli scafisti 600 migranti. Cosa ci vieta di allestire
due traghetti di medie dimensioni che facciano regolarmente la spola fra la costa libica e l’Italia? I costi sarebbero in parte ripagati dai
risparmi della missione di intercettamento e tutti i trasportati sarebbero più facilmente identificati all’imbarco o almeno durante il viaggio,
che si concluderebbe non nel primo porto disponibile, ma in quello logisticamente più idoneo all’accoglienza. In passato l’Italia ha
garantito vitto e alloggio a leve militari di circa 200.000 coscritti, si tratta di recuperare quella capacità organizzativa per metterla al
servizio di un ideale più alto, quello del salvataggio di uomini che scappano dalla fame, dalla malattia, dalla povertà, oltre che dalla
guerra e dalla metodica violazione dei loro diritti. Questo sistema di accoglienza non esclude di intervenire nei confronti dei migranti
con i provvedimenti (compresa l’espulsione) previsti dalla legge per chi non rispetta la legalità. Questo sistema non esclude neppure
che l’Italia rivendichi nei confronti dell’Europa il rispetto degli accordi sulla ricollocazione dei rifugiati. Riduce invece, anche se non può
escludere del tutto, il numero dei morti nel Mediterraneo, sottrae alla criminalità un lucroso mercato, riducendo i costi umani ed
economici di un fenomeno (quello della migrazione dei popoli) che, dovremo saperlo, nessuno nella storia ha mai saputo impedire.