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SIEVE NEWS - NOTIZIE ED EVENTI IN VALDISIEVE E MUGELLO

Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 OTTOBRE 2017

                     31/10/2017 - IL REFERENDUM CATALANO

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I REFERENDUM
CATALANO, LOMBARDO E VENETO
E IL …ROSATELLUM BIS
Di Marino Bianco
Il caso spagnolo.
Gli avvenimenti in Spagna, dove la Catalogna vuole rendersi
indipendente ed è insorto un drammatico conflitto con lo Stato,
deve indurre a valutazioni politiche generali, a parte la questione
di legittimità.
La Spagna è uno Stato unitario, come sancito dalla sua
Costituzione; ma, poiché ogni carta costituzionale è il precipitato
della convergente volontà e delle univoche scelte politiche di un
popolo, il mantenimento della unità deve ritenersi garantito, non
solo e non tanto dalla forza della legge fondamentale, quanto
piuttosto da una politica che renda immanente nei cittadini il
sentimento e l’interesse all’unità; in altri termini, da una politica
che sappia farsi carico delle ragioni delle sopravvenute
insofferenze a stare insieme e che si impegni a rimuoverle - ove
possibile - con opportune riforme, che sappia disinnescare le
cause, reali o strumentali, che spingono all’indipendentismo.
Il perpetuarsi dello scontro in Spagna non può giovare a
nessuna delle due parti, e il dialogo e la trattativa per una
ragionevole composizione si impongono, evitando che si impugni
la spada di Damocle del dettato costituzionale, che si ricorra alla
repressione o a sanzioni economiche (offrire convenienti vie di
uscita e di trasferimento a banche e a imprese catalane) contro e
in danno di cittadini che hanno inteso di partecipare e di
esprimersi senza moti rivoluzionari.
E la Catalogna, d’altro canto, non potrà non accettare
proposte ed aggiustamenti che consentano di non infrangere
l’assetto costituzionale e di rimanere unita, come prima, al resto
della Spagna.
Sul caso spagnolo è da registrare ancora una volta un ruolo
del tutto inconsistente della Comunità Europea, la quale ha
oscillato tra … farisaico formalismo (la Costituzione spagnola va
rispettata), …ponziopilatismo (è un caso interno alla Spagna),
…cerchiobottismo (non si può violare la Costituzione ma sono
condannabili le indubbie violenze poste in essere dal Governo
spagnolo), il tutto miscelato con generici appelli al dialogo.
Se un popolo si muove per farsi sentire – anche per
rivendicare e contestare – in maniera composta e pacifica, non lo
si può fronteggiare con la forza soffocandone la voce, come ha
fatto il Governo madrileno di centro-destra, poco autorevole poiché
minoritario (il cui premier minaccia “tolleranza zero”), e non con le
provocatorie dichiarazioni di una Monarchia–Capo di Stato,
anacronistica e assurda, che, anziché svolgere un intervento
moderatore, ha accusato i ...sudditi di infedeltà (tutta benzina sul
fuoco!).
La vera democrazia è quella che si attua di giorno in giorno
con illuminate concrete e talora pazienti decisioni, con onorevoli
compromessi tra opposte posizioni, affinché un popolo avverta di
essere effettivamente ascoltato e rappresentato a tutti i livelli, e
non solo con richiami – che potrebbero suonare addirittura
antistorici e conservatori – a cristallizzati principi di mera legalità.
La Spagna, ivi compresa ovviamente la Catalogna, è sul
banco di prova per dimostrare di essere veramente un grande
Stato, degno di essere membro della Comunità Europea, e
questa a sua volta non può esimersi da sviluppare al riguardo una
sua incisiva iniziativa politica per il superamento della pericolosa
crisi.
Il caso italiano.
Il 22 ottobre prossimo, si espleteranno i referendum consultivi
indetti per assegnare maggiori poteri e maggiori risorse alla
Lombardia (con un quesito referendario molto articolato,
richiedente un “regionalismo differenziato”, pur nella unità dello
Stato) e al Veneto (con un secco quesito, testualmente, per
“forme e condizioni particolari di autonomia” – quali? –): in
sostanza le due Regioni, che potrebbero essere imitate a breve
dalla Liguria, contestano l’attuale assetto del regionalismo
italiano, sono dunque in polemica con lo Stato centrale, vogliono
diventare regioni “differenziate”, oltre a quelle che sono già
previste nella nostra Carta Costituzionale (Regioni a statuto
speciale).
Dunque, non è certo la indipendenza (la secessione) sulla
quale i lombardi e i veneti sono chiamati ad esprimersi, ma
comunque su una rottura della omogeneità, su una evidente
pretesa di privilegio, di consistente “differenziazione” rispetto a
tutte le altre Regioni – segnatamente, quelle a Statuto ordinario –
che rimarrebbero con i poteri che sono loro attualmente attribuiti
ma probabilmente con minori risorse (perché, allora, non
concedere il “regionalismo differenziato” anche alle altre?!).
Senonché, non sfugge come quei referendum consultivi –
ritenuti legittimi (nonostante, ad esempio, la assoluta genericità di
quello veneto) – sono stati convocati e si svolgeranno per le
stesse motivazioni che hanno ispirato il referendum
indipendentista dalla Catalogna: Lombardia e Veneto si ritengono
motori dell’economia e dello sviluppo del nostro Paese,
raccolgono più risorse finanziarie per lo Stato rispetto a quelle
minori che lo Stato loro trasferisce, meglio – così assumono –
gestiscono i servizi, in particolare quelli socio sanitari, e con
minori spese e maggiori produttività, in conclusione non
sopportano più che le proprie ricchezze vadano a sostegno di
Regioni ritenute non meritevoli e asseritamente sprecone.
Tra l’altro, le spinte al regionalismo verso la “differenziazione”
(cioè, l’accentuazione del loro ruolo) nascono, come è stato già
giustamente osservato da qualche economista, anche dalla
circostanza che le Regioni trattengono un rapporto economicofinanziario
diretto con la Comunità Europea (quella ”Europa della
Regioni”, che dovrà necessariamente occuparsi del caso
spagnolo/catalano).
Allora, non può sfuggire che, ove quei referendum consultivi
nostrani dovessero avere successo (come c’è da prevedere per il
sottofondo e i retroscena politici: quelle Regioni sono governate
da maggioranze diverse da quella del Governo nazionale),
indipendentemente dalla qualificazione giuridica (consultivi), non
si potrebbe mettere in assoluto “non cale” la manifestata volontà
di quelle popolazioni, pena particolari tensioni politiche sociali e
istituzionali tra la Lombardia e il Veneto, da una parte, lo Stato
centrale e le altre Regioni, dall’altra parte, e che perciò toccherà
alla responsabilità della politica di superare dette tensioni
attuando il necessario dialogo e le opportune misure per
mantenere la sostanziale omogeneità e l’equilibrio unitario del
Paese.
E, nel caso di una massiccia partecipazione al voto, evidente
obbiettivo degli organizzatori (anche quale suggestivo sondaggio
in vista delle prossime elezioni politiche), servirà a poco il riferirsi
alle previsioni dell'art 116, riformato, della Costituzione, poiché il
voto del popolo è sicuramente più pressante di una richiesta
scritta avanzata dai Presidenti di quelle Regioni al Governo
nazionale.
Dobbiamo difendere e anzi consolidare l’unità sostanziale del
nostro Paese, quella unità che – parlando chiaro – non è stata
mai compiutamente realizzata, dall’unificazione risorgimentale in
poi, tra il Nord e il Sud; col perpetuarsi di un problema ancora
attualmente non risolto, nel corso delle ben diciassette legislature
repubblicane e nonostante le tante costose ed enfatizzate ma
fallimentari politiche per il “Mezzogiorno”!
La prossima legislatura.
Il “Mezzogiorno” dovrà costituire ancora una volta un tema
cruciale, sul piano economico sociale politico e culturale, da
affrontare nella diciottesima legislatura, per la quale sembra che
si voterà con la nuova legge elettorale, che, continuando con
l’ironico latinorum, viene ora definita “rosatellum bis”.
Una nostra legge elettorale essenzialmente democratica non
potrebbe che essere quella che consentisse di comporre la
Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica quali effettive
espressioni e rappresentanza dell’elettorato, e che permettesse di
dire che l’Italia, nel bene e nel male, “ha il Governo che si merita”.
Fu questo principio basilare della democrazia e del
riconoscimento della sovranità popolare ad ispirare, dopo il varo
della nostra Costituzione, il sistema proporzionale puro. Poi, si è
ritenuto che, per superare le pastoie del parlamentarismo, si
dovessero rafforzare le maggioranze e gli esecutivi, affinché la
democrazia non dovesse morire di chiacchiere ed invece – come
è giusto che sia in uno Stato moderno e dinamico, impegnato in
sfide globali – divenisse efficientemente governante.
Si sono attuate forme di sistemi elettorali misti (proporzionale
e maggioritario insieme), che però hanno presentato, tutti, il vizio
d’origine di traguardare piuttosto interessi di parte che non il
rispetto del principio di rappresentatività del voto.
Abbandonato l’accettabile sistema tedesco, apparentemente da
tutti condiviso ma sorprendentemente affossato al momento della
sua approvazione, ora c’è appunto il “rosatellum bis”, ovvero il “fianellum” (dal
cognome del suo relatore).
Ma: per le convergenze che sullo stesso si sono verificate
(qualcuno afferma nella prospettiva di una alleanza di governo tra
coalizione di centro-sinistra e coalizione di centro-destra o parte
di questa, per contrastare i “pentastellati”); per la previsione di
liste proporzionali di nominati senza la possibilità per l’elettore di
esprimere preferenze; per la formazione ed il numero dei collegi
uninominali a turno unico, che indubbiamente verranno
concordati secondo gli interessi delle stesse forze politiche che
sono d’accordo per la proposta di riforma in parola; per
l’ammissione di coalizioni di più liste, che – stante il nostro
confuso scenario politico attuale – si prefigurano fino da ora
piuttosto come alleanze non solidamente fondate su programmi e
progetti chiari, tra partiti che appaiono divisi sostanzialmente tra
loro e nel loro interno; per tutto ciò che si è esposto, si deve
purtroppo concludere che la finalità vera della elaborata nuova
legge elettorale sia quella delle precedenti, e cioè non già di
rappresentare fedelmente la volontà degli elettori (la
rappresentatività delle nostre massime istituzioni), ma di piegare
l’espressione del voto a determinati risultati politici per quanto
riguarda la maggioranza che deve governare e la stessa
selezione di un ceto politico ed istituzionale ad uso e consumo
delle attuali oligarchie di partiti, questi ormai privi di una base
reale e scollegati dalla società civile.
Queste considerazioni dovrebbero militare per un serio
sistema maggioritario di chiaro stampo europeo: ad esempio, il
semipresidenzialismo e i collegi uninominali a doppio turno del
consolidato e sperimentato sistema francese. Ci vorrà, però, una
seria e accettata riforma costituzionale che, da quel che
chiaramente si intravede, nemmeno il prossimo Parlamento sarà
in grado di introdurre. E, allora, è auspicabile una nuova
Assemblea Costituente, eletta con sistema proporzionale puro e
con liste di candidati da scegliere con le preferenze, perché si
possa affermare che, prima ancora di un Governo, gli italiani, nel
bene e nel male, “hanno lo Stato che si meritano”!
10/10/2017
Marino Bianco
N.B. L’articolo è datato, poiché non è prevedibile
l’evoluzione del caso catalano; è da verificare l’esito
effettivo dei referendum lombardo e veneto; non si può
dare per scontata l’approvazione del rosatellum bis, almeno
così come proposto.