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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 FEBBRAIO 2018

                     19/2/2018 - 1917: CAPORETTO. LE RAGIONI DI UNA DISFATTA

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di Gabriele Parenti

Quando ero giovane i racconti preferiti dei nostri nonni erano i ricordi della guerra in trincea e dalla resistenza sul Piave, dopo la rotta di Caporetto che consideravano, giustamente, la pagina più funesta dell’intera guerra. Infatti, “Caporetto” è divenuto in Italia, sinonimo di disfatta.
Ed è soprattutto in omaggio alla memoria di quasi un milione di giovani uccisi durante insensati attacchi frontali contro postazioni fortificate, sventrati dalle baionette o morti per ferite o per malattie, a coloro che furono fucilati per decimazioni o processi sommari, a quanti tornarono a casa gravemente mutilati. che è importante spiegare perché il loro sacrificio non è stato vano, sebbene avessero combattuto in una guerra che si sarebbe potuta evitare e nella quale l’Italia entrò sotto la spinta di minoranze interventiste.
Un sacrificio che non è stato vano perché, una volta entrata in guerra, l’Italia dopo una serie di attacchi inconcludenti rischiò di essere interamente occupata. Caporetto non fu provocata da viltà o disfattismo, come fu detto ingenerosamente, ma dagli errori strategici e tattici dell’Alto comando, come fu stabilito anche dalla Commissione d’inchiesta.
Ma come ebbe origine e come si sviluppò l’offensiva austro-tedesca?
Per interrompere la lunga serie di attacchi italiani sull’Isonzo, austriaci e tedeschi concordarono un’operazione che aveva come obiettivo lo sfondamento del fronte. La Germania, in assoluta segretezza, spostò sull’Isonzo sei divisioni di truppe scelte. E fu adottata una nuova tattica: un’infiltrazione di reparti d’assalto che, spostandosi di notte, giunsero a ridosso delle truppe italiane senza essere scorti.
Per aumentare il fattore sorpresa, il bombardamento di artiglieria durò solo quattro ore prima dell’offensiva ma fu violentissimo e accompagnato da numerosi lanci di gas tossico. L’attacco iniziò alle 8:30, contro le linee italiane devastate da obici e di mortai. In poche ore si aprì una larga breccia dove s’ incunearono i reparti austro-tedeschi che, aggirando le linee, provocarono la rottura del fronte e un disordinato ripiegamento di oltre 100 km nella pianura friulana. 265mila fanti furono presi prigionieri; gli sbandati erano 350mila. Anche la perdita di artiglieria e di materiali fu ingentissima. La rapidità d’azione fu agevolata dalle interruzioni delle comunicazioni: fino a mezzogiorno i comandi di corpo d’armata non seppero della falla di 25 km che si era creata.
Le dimensioni dello sfondamento fecero temere che le truppe austro-tedesche potessero dilagare in tutta l’Italia settentrionale. In Veneto e in Lombardia lunghe colonne di profughi si incamminarono verso zone più sicure. Il 4 novembre 1917 fu dato l’ordine di ripiegamento sul Piave. Gli sbandati furono raccolti e si costituirono nuovi reparti; vennero chiamati alle armi i diciottenni "ragazzi del '99". Un enorme sforzo dell’apparato industriale portò in tempi brevi alla ricostituzione del parco di artiglierie. Intanto a Roma fu formato un nuovo governo di unità nazionale.
Francesi e inglesi inviarono subito grossi quantitativi di materiali e, soprattutto, divisioni scelte. Ma tra gli alleati c’era un certo risentimento, come se lo sbandamento e la precipitosa ritirata fossero una sorta di defezione, quasi un “tradimento”, senza considerare che non si fosse verificato il collasso dell’esercito ma ci si era attestati su un nuovo fronte.
Il 9 novembre il governo nominò capo di Stato maggiore Armando Diaz, che trasse insegnamento da quanto era accaduto: riformò l’assetto troppo verticistico dell’esercito e dette ai reparti maggiore autonomia.
Nella seconda metà di novembre, ci fu un nuovo tentativo di sfondamento sulla linea che andava dal Brenta al Piave. Se fosse stato compiuto l’aggiramento della 4a armata, che presidiava lo snodo tra il Monte Grappa e il Piave, l’intera linea difensiva sarebbe collassata. Ma la 4a armata resisté e l’offensiva si arrestò.
L’adozione di una difesa elastica evitò lo sfondamento. La tenace resistenza dei reparti italiani, costituiti in buona parte da sbandati di Caporetto che erano stati bollati come codardi, impedì agli austro-tedeschi di dilagare nella pianura veneta: La decisione di Diaz, consentì efficaci contrattacchi che risollevarono il morale delle truppe. Il successo dell’assetto difensivo colpì anche il capo di Stato maggiore dell’armata austro tedesca, Konrad Krafft von Dellmensingen. Caporetto cambiò la natura della guerra. Infatti, nel 1915 lo scopo dichiarato era il completamento del Risorgimento per riunire all’Italia Trento e Trieste. In realtà, negli ultimi giorni prima dell’inizio del conflitto, Vienna, in cambio della neutralità, offrì all’Italia il Trentino fino al confine linguistico e propose Trieste come città libera. Praticamente si otteneva il completamento dell’unità nazionale senza entrare in guerra. Ma, sebbene nel Parlamento italiano ci fosse una maggioranza pacifista, il Governo italiano pressato dalla Piazza decise l’intervento, anche perché aveva sottoscritto il Patto di Londra che prevedeva di battersi a fianco di Francia e Inghilterra. E il Parlamento ratificò.
Una guerra, dunque, senza una reale motivazione, come fu, d’altronde anche per le altre potenze europee che, pur non avendo reali contrasti, per motivi di prestigio si gettarono nello spaventoso conflitto mondiale che si poteva e si doveva evitare. Ma quando l’Italia corse il rischio di essere invasa, allora furono doverose la resistenza sul Piave e la liberazione dei territori occupati.