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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 FEBBRAIO 2018

                     19/2/2018 - GLI EINSTEIN DI FIRENZE E DINTORNI

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di R. d. B.

Sabato 20 gennaio scorso, nei locali della Chiesa Evangelica Metodista di Firenze, nella zona di Santa Croce, è stato inaugurato un nuovo allestimento della mostra fotografica “Gli Einstein a Firenze e dintorni”, curata dall’ANPI di Rignano sull’Arno con il patrocinio dell’Amministrazione comunale. A seguire, alla presenza di un rappresentante della famiglia Mazzetti, si è svolto un incontro sul tema “La Chiesa valdese a Firenze durante l’occupazione nazifascista. Gli Einstein, storia di una tragedia”, cui hanno partecipato Matteo Mazzoni, Direttore dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, Maria Bonafede, pastora valdese, e Valdo Spini.

La famiglia cui fa riferimento la mostra è quella dell’ingegnere Robert Einstein, cugino del fisico Albert, che si era ritirato a Firenze nel 1937, dopo che le leggi razziali tedesche lo avevano costretto a vendere la propria fabbrica di Monaco. Sua moglie, Cesarina Mazzetti, detta Nina, era di nazionalità italiana e di religione valdese. La coppia aveva due figlie, Luce, di 27 anni, e Annamaria, detta Cicì, di 18. Vivevano con loro anche le due piccole Lorenza e Paola Mazzetti, figlie di un fratello di Nina e orfane dei genitori.
Le famiglie di Hermann Einstein, padre di Albert, e del fratello Jakob, padre di Robert, erano molto legate. Dal 1885 abitavano la medesima casa, una grande villa a Sandling, un sobborgo di Monaco, dove i due fratelli avevano fondato una piccola azienda di impianti idraulici e per il gas, che in breve tempo si era ingrandita e trasformata in uno stabilimento per la produzione di dinamo, lampade ad arco e apparecchiature di misura per centrali elettriche e reti di illuminazione pubblica. Lo zio Jakob, ingegnere, ebbe una notevole importanza nell’indirizzare il giovanissimo nipote verso la matematica. La sorella Maja, di due anni più giovane di Albert, ha ricordato in più occasioni la felicità del fratello quando, poco più che decenne, risolveva i problemi matematici che riceveva dallo zio. L’azienda di famiglia, inizialmente florida, entrò in una fase di stagnazione nei primi anni novanta, così, su suggerimento del loro rappresentante italiano, i fratelli Einstein decisero di trasferire l’attività in Italia, dove le prospettive apparivano più rosee. Nel giugno 1894 l’azienda di Sandling fu liquidata, la casa venduta e le due famiglie si trasferirono prima a Milano e poi, nel 1895, a Pavia, dove le raggiunse anche Albert, rimasto in Germania per finire il ginnasio. Anche se dopo l’autunno questi si trasferirà in Svizzera per motivi di studio e le due famiglie si divideranno nel 1896, dopo il fallimento e la liquidazione della ditta italiana, i legami fra i ragazzi, cresciuti insieme fra Monaco e Pavia, rimasero molto stretti per tutta la vita. Fino al 1939 anche Maja Einstein e il marito Paul Winteler, amico fraterno di Albert già prima di diventare suo cognato, abitavano in Toscana, a Colonnata, una località nei pressi di Sesto Fiorentino. Così, quando Robert si trasferì con la moglie, le figlie e le nipoti in una casa a Firenze, alternando la residenza con la Villa Il Focardo, nella campagna di Rignano, Maja e Paul divennero ospiti abituali. Solo dal 1939, quando Maja, in fuga dall’Europa per motivi razziali, raggiunse il fratello Albert a Princeton, i rapporti con Robert si fecero più radi.
Negli anni della guerra, le operazioni belliche che investirono anche Firenze, consigliarono la famiglia Einstein di trasferirsi al Focardo. Nel 1944 la villa, posta in una posizione strategicamente rialzata, fu però requisita dal comando locale della Wehrmacht tedesca, che costrinse i proprietari a ritirarsi in un ala, o forse nella vicina colonica. Gli ultimi giorni di luglio, con l’avanzare delle truppe alleate, la linea del fronte si avvicinò pericolosamente alla villa, che fu abbandonata dal comando tedesco. I partigiani contattarono Robert Einstein, segnalandogli che le SS lo stavano cercando, come ebreo e come cugino del Premio Nobel fuggito in America. Dopo molte insistenze l’ingegnere fu convinto a fuggire, lasciando al Focardo la famiglia, di nazionalità italiana e non ebrea. Il 3 agosto, a tarda sera, un gruppo di uomini, appartenenti a un’unità della Wermacht, l’esercito regolare tedesco, e quindi non le temute SS, penetrarono nella villa, prendendo in ostaggio tutta la famiglia e la servitù. Dopo essersi abbandonati a violenze e distruzioni, i soldati separarono Nina e le figlie dalla servitù e dalle due nipotine Lorenza e Paola, le interrogarono, costringendole a chiamare a gran voce il marito e padre, nel caso si nascondesse nella villa o nel parco, poi, con tre brevi raffiche di mitra, che i testimoni ricordano intervallate da urla disperate, misero fine alle loro vite. Prima di andarsene i nazisti appiccarono il fuoco ai poveri corpi delle vittime e alla villa, in modo da nascondere le prove della loro violenza. Solo il giorno successivo Robert Einstein, avvertito degli avvenimenti, riuscì a tornare alla Villa. In serata giunsero anche le truppe americane. Fra loro c’era il maggiore Milton Wexler, un fisico americano allievo di Albert Einstein, che quindi ebbe subito notizia della strage. Solo il successivo 27 novembre Robert riuscì a trovare la forza di scrivere al cugino.
Robert Einstein, distrutto dal dolore e dall’amarezza per l’impossibilità di individuare e punire gli autori della strage, quasi un anno dopo, il 13 luglio 1945, anniversario del suo matrimonio con Nina, si recò alla Villa e si suicidò. Le sue spoglie riposano, insieme a quelli della moglie e delle figlie, nel vicino cimitero della Badiuzza, dove una scultura metallica, semplice e lineare, sorveglia le tombe.
Nel 1961 gli struggenti ricordi della nipote Lorenza Mazzetti presero la forma di un bel romanzo, Il cielo cade, da cui è stato tratto l’omonimo film di Andrea e Antonio Frazzi, con Isabella Rossellini. L’autrice, che con questo libro vinse il Premio Viareggio, si prende qualche libertà narrativa ma ricrea fedelmente la fitta trama di affetti familiari che la strage lacerò, rendendo così la dolorosa storia privata della famiglia Einstein una denuncia universale dell’assurdità della guerra e della violenza razziale, nonché un piccolo capolavoro letterario.