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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 FEBBRAIO 2018

                     19/2/2018 - VOTARE E' DOVEROSO

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di Marino Bianco

Gli orientamenti al voto, acquisiti dai vari sondaggisti e resi pubblici, escluderebbero che qualche partito (in sostanza, uno solo in lizza) o qualche coalizione (ve ne sono due) possa raggiungere la maggioranza assoluta dei voti e governare da solo o da sola.
E, invero, non pare che vi potranno essere significativi cambiamenti nei rapporti di forza tra i competitori da qui al giorno delle elezioni; situazione dipendente dall’instauratosi sistema politico tripolare e provocata anche dai meccanismi del cosiddetto rosatellum, una legge elettorale confusa, contraddittoria (il cui funzionamento da molti non è ancora stato capito) e più che discutibile – a mio parere – quanto alla legittimità costituzionale sotto il profilo della garanzia della piena libertà di scelta e dunque del rispetto della sovranità popolare; una legge per la quale oggi non tornano i conti nemmeno a coloro che così la vollero pensando a se stessi, e alla quale dovrà porre sicuro rimedio la prossima legislatura (ma su tale argomento mi sono già intrattenuto nell'articolo del precedente numero).
Sulle schede decine di liste (mai tanta abbondanza!); programmi come slogan, quasi sempre soltanto enunciati; promesse a cascata non molto credibili e realistiche, propinate senza dimostrata compatibilità con la nostra condizione economico-finanziaria, con le risorse disponibili e con gli impegni europei più o meno emendabili; modalità e toni della propaganda, non propri di un confronto serio e civile; pretese leadership più presuntuose che carismatiche (alcune anacronistiche e addirittura obsolete); candidati già non positivamente messi alla prova; candidature non sufficientemente rinnovate, e molte di quelle nuove con scarse credenziali di dimostrate competenza e capacità soprattutto politica; la non compattezza delle coalizioni, nelle quali si continuano a registrare fermenti, malumori per le effettuate o non effettuate candidature e scontri interni su questioni rilevanti e talvolta dirimenti; e si potrebbe continuare. Tutto ciò, purtroppo, nonostante l’accanimento e l'esondazione nei mass media dei protagonisti della campagna elettorale, non costituisce affatto un insieme di ragioni valide a mutare il quadro che ci hanno offerto i sondaggi; e c’è da ritenere anzi che i sondaggi stessi risultino controproducenti all’esigenza, che avvertiamo da tempo, di una maggiore mobilitazione degli aventi diritto al voto e di una loro ampia partecipazione (se si prevede che nessuno risulterà vincente, perché farsi coinvolgere nella partita, e quale sarebbe il “voto utile”?).
Preoccupano, infatti, non solo le previsioni di una massiccia astensione (non lontana dal 40%) anche alle elezioni del quattro marzo prossimo, ma anche la stessa percentuale di quelli che si dichiarano ancora indecisi (mah!): segnali che, in ogni caso, denunciano come la classe politica del nostro Paese, impegnata nell’occupazione del potere piuttosto che in grado di affrontare e di risolvere i problemi che ci attanagliano, non è riuscita nemmeno a scalfire la ormai endemica disaffezione dalla politica da parte della società civile e soprattutto la pericolosa indifferenza da parte dei giovani per i quali non appare formulata una seria ed attraente offerta ideale e programmatica.
Il futuro politico del Paese è dunque molto incerto: si parla da tempo di “Governo del Presidente” e di possibili “larghe intese” (difficilmente anche “leali e durature”, come l’esperienza ci insegna); nel frattempo, se è vero che è in carica con pieno titolo il Governo presieduto da Paolo Gentiloni (premier che, di giorno in giorno, registra più simpatia degli altri big da parte degli italiani e anche all’estero), se è vero che ciò può assicurare almeno per un certo tempo la continuità istituzionale, è altrettanto vero però che, siccome tutti predicano, sia pure con proposte contrastanti, riforme in tanti settori (nella vita economica e sociale, nell’assetto e nel funzionamento delle istituzioni, nella scuola, nella sicurezza, nella tutela della salute e dell’ambiente, nei rapporti con l’Unione Europea, e via discorrendo), per le riforme (quelle vere, strutturali ed organiche) è necessaria una coesa maggioranza politica parlamentare, che non si riesce ad intravedere.
Allora, ci sarebbe proprio bisogno, ad onta dei sondaggi, di qualcuno che vinca e che si assuma la responsabilità di governare (certo, non mediante provvedimenti demagogici o le cosiddette fake news!).
Dobbiamo, pertanto, apprezzare gli interventi del nostro Presidente della Repubblica, che non ha trascurato occasione per insistere negli appelli alla partecipazione al voto: infatti, solo il ritorno alle urne dei tanti, troppi (in un Paese evoluto come il nostro!) che fino ad ora le hanno disertate potrebbe, almeno in parte, contribuire a diradare le nebbie del nostro scenario politico, a rendere meno opaca e più legittimata e condivisa la vita delle nostre massime istituzioni parlamentari. Conviene ribadire che, se con una partecipazione al voto del 50% o anche del 60%, qualche partito o qualche coalizione – a smentita dei sopra riferiti pronostici – attingesse ad esempio al 40% dei suffragi e conseguisse la netta vittoria nei collegi uninominali, accaparrandosi così la maggioranza dei seggi in Parlamento, avremmo affidato il nostro destino a meno del 25% del popolo sovrano e cioè dei cittadini aventi diritto al voto (qualcuno ha parlato, forse parossisticamente, di “dittatura della minoranza”).
Abbiamo finito col ritenere che il voto sia soltanto un diritto, nemmeno più un “dovere civico”, come peraltro è tuttora definito dalla legge elettorale; un tempo la mancata partecipazione alle elezioni veniva annotata e segnalata dalle Amministrazioni Comunali nel “certificato di buona condotta”, questo poi abolito, segnalazione che era addirittura di ostacolo a rilevanti inserimenti sociali.
Ma la vera democrazia, quella delegata degli Stati moderni, non è realizzata e non può funzionare se non è ampiamente e consapevolmente partecipata dalla significativa maggioranza dei titolari a concedere la delega; e questi, oltretutto, nella scelta dei partiti e delle coalizioni compiono altresì una scelta, ancorché più o meno convinti, della identità ideale e dei contenuti coi quali partiti e coalizioni si caratterizzano e si presentano alle elezioni; non è pertanto una delega in bianco o soltanto ad personam (ahinoi!, l’attuale legge elettorale non ci permette di esprimere le preferenze nel listino proporzionale, ed anzi ci impone che il voto per l’uninominale vale automaticamente per il plurinominale, e viceversa), ma si tratta appunto di una delega che non può non traguardare a ideali e programmi proposti.
Sviluppare questo ultimo argomento ci porterebbe lontano: per esempio, ad affrontare il tema della opportunità della rivisitazione e della precisazione di limiti al “divieto del mandato imperativo” (che oggi consente il deprecabile fenomeno dei “voltagabbana”, che ha raggiunto il record nel corso dell'ultima legislatura); e, ancora per esempio, a valutare se sia giusto che in ogni consultazione elettorale partiti, liste e gruppi uscenti siano esonerati dalla raccolta delle firma per ricandidarsi (sistema che consente talora spurie ed innaturali mescolanze), o se non sarebbe più logica una disciplina che sottoponesse tutti al salutare vaglio preventivo dei potenziali elettori, con l'effetto anche della semplificazione degli schieramenti (per le prossime elezioni sono state ammesse – salvi errori - ben settantacinque liste!); e, ancora per esempio, se non siano da rivedere i criteri della cosiddetta par condicio in campagna elettorale.
Ma, ora, alla vigilia delle elezioni politiche, il punto è che chiunque si ritenga effettivo cittadino di questo Stato, e ne condivida perciò le sorti nel bene e nel male, indipendentemente dalla non legale obbligatorietà del voto, proprio a dispetto della sfiducia provocatagli dalla gran parte della classe politica attuale, per tentare di innovare per quanto possibile, deve convincersi dell'autolesionismo della astensione e sentire imperativamente il dovere politico della partecipazione e della concreta scelta (non la scheda in bianco o l’annullamento!).
Nel precedente mio articolo, avevo motivato l'esigenza della massiccia partecipazione al voto, sostenendo – ironicamente - che in tal caso ci potremmo almeno consolare con la considerazione di avere il governo che ci meritiamo; invece, dobbiamo renderci conto (così come è accaduto in occasione del referendum istituzionale) che senza l'adempimento del dovere del voto sarebbe vanificato, si renderebbe di fatto inesistente, il nostro sacrosanto diritto di far parte del popolo sovrano, che la Costituzione democratica solennemente ci ha riconosciuto e che noi dobbiamo esercitare a tutela della democrazia.
Marino Bianco