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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2004

                     26/4/2004 - BRUNO BUOZZI

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A sessanta anni dalla morte ci piace riproporre all’attenzione dei lettori, il sindacalista, l’antifascista

BRUNO BUOZZI


Era nato a Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, il 31 gennaio 1881.
Operaio metallurgico, autodidatta, è stato per 15 anni dal 1909 al 1925, segretario della FIOM poi ultimo segretario della Confederazione Generale del Lavoro fino alla soppressione delle libere organizzazioni sindacali ad opera del fascismo.
Tre volte deputato socialista, dal 1919 fino alle leggi eccezionali, poi esule in Francia dove diresse la ricostituita CGIL ed infine di nuovo in Italia dopo il 25 luglio 1943 quale commissario ai disciolti sindacati fascisti. Dopo l’8 settembre, protagonista in clandestinità dei negoziati che portarono al “Patto di Roma”, l’accordo così denominato con il quale le correnti storiche del sindacalismo italiano - la socialista, la comunista e la cattolica - decidevano di costituire una sola organizzazione sindacale democratica autonoma ed unitaria: la CGIL al posto delle precedenti centrali sindacali prefasciste e rafforzare così con l’unità sindacale la lotta in corso contro i nazifascisti per la totale liberazione del Paese.
Arrestato nell’aprile del ’44 e imprigionato nelle carceri di via Tasso, Buozzi fu ucciso dalle SS in fuga con un colpo alla nuca a “La Storta” presso Roma la notte del 3 giugno alla vigilia della liberazione di Roma, segnando col suo sacrificio la nascente unità sindacale dei lavoratori italiani.
Al nome di Buozzi restano legate conquiste sindacali storiche come quelle delle 8 ore e di un valido sistema di contrattazione nazionale ed aziendale ed una concezione del sindacato che fa del primato della organizzazione uno strumento di autonomia, di democrazia, di unità e di progresso.
L’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920 e le conseguenze politiche del biennio “rosso” (1919-1920) - che portarono al fascismo - se implicano anche una responsabilità personale di Buozzi, non diminuiscono il contributo da lui apportato ad affermarsi e allo svilupparsi di un sindacalismo che sapeva sfuggire sia le sterili tentazioni rivoluzionarie e massimaliste sia le suggestione corporative e collaborazioniste.
Ne è conferma la sua azione nell’esilio, sopportato con grande dignità e fierezza, con la quale seppe mantenere viva la lotta antifascista come condizioni per la rinascita del libero movimento sindacale.
Alla caduta del fascismo Buozzi fu così in grado chiamare attorno a sé tutti gli esponenti più validi del sindacalismo pre-fascista, dai comunisti Di Vittorio e Roveda, ai cattolici Grandi e Gronchi e all’azionista De Ruggero, per iniziare l’opera di ricostruzione del movimento sindacale libero e democratico.
Proprio alla vigilia dell’ 8 settembre, egli firmò con la Confindustria quell’accordo sindacale che riporto la libertà e la democrazia nelle fabbriche attraverso l’istituzione delle Commissioni Interne direttamente elette dai lavoratori. L’occupazione nazifascista di Roma non fermò l’azione e l’impegno di Buozzi. Pur nei pericoli e nelle difficoltà della clandestinità, egli continuò a lavorare per la ripresa del libero sindacalismo e per l’unità sindacale dei lavoratori italiani.
A chi in quel periodo gli raccomandava prudenza, Buozzi rispondeva “non vi preoccupate, si avvicina la liberazione di Roma ed è necessario stringere i tempi per realizzare l’unità sindacale. L’unità è necessaria come l’aria ai lavoratori italiani, è indispensabile per la resurrezione del movimento operaio italiano, è indispensabile per la rinascita dell’Italia. Allora, qualsiasi sacrificio si deve affrontare per realizzare quest’ideale, questa grande conquista”.
Bruno Buozzi resta pertanto, espressione di questo impegno e di questi valori fra i più alti e migliori del movimento operaio e socialista del nostro Paese, un organizzatore capace e generoso, un riformista vigoroso ed onesto, sdegnoso di ogni compromesso deteriore; un uomo ed un italiano da cui trarre ispirazione ed esempio.


L'anima barbara del paese
di Rino Capezzuoli

(continua dalla prima pagina)

significhino tali impegni pubblici e degli oneri che tali incarichi comportano.
Altro che duelli tra triciclo e sinistra o tra DS e margherita ma scontri tra quali prospettive di sviluppo realizzabili e quindi possibili e credibili a livello locale su cui chiamare i cittadini a confrontarsi ed a scegliere ed a dividersi. IL milione di posti di lavoro, la diminuzione delle tasse ormai non convincono più neppure quella parte del paese fatalista e credulona disposta a farsi manipolare inconsapevolmente dai capi e dai media. C'è comunque ancora una parte del paese a cui parla il governo ed il premier in particolare. Non è una parte politicizzata non tutta quella che lo ha votato, sono coloro che hanno bisogno di "sentirsi e di apparire".
Sentirsi superiori ed apparire nella società non per quello che sono ma per quello che vorrebbero ed a questo sono disposti a piegare ogni buon senso ed ogni dignità. Ecco il potere di oggi è più pericoloso e difficile da battere poiché parla con quel tanto di spirito qualunquista ed arrogante tale da mettere in soggezione il comune sentire e confondere ogni logica di buon senso tale da dare di bugiardi e di manipolatori non solo agli avversari ma ad ogni loro idea. Più le si sparano grosse e più appaiono verosimili. Ecco c'è a nostro parere una parte di paese che non sente più nulla, nessun richiamo al buon senso alla solidarietà alla democrazia che non sia il proprio sentire ed essere.
Questa fetta di paese sia pur minoritaria che io chiamerei "l'anima barbara del paese" si sta rafforzando e la si può contrastare solo dando forza ed idee alle strutture democratiche mantenendo alti principi ed ideali facendo crescere tra la gente comune l'idea che la democrazia, l'economia, la solidarietà, il vero potere siamo noi, insieme di popolo con pregi e difetti.