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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.1 - GENNAIO 2005

                     24/2/2005 - ANTONIO LABRIOLA

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di Roberto Del Buffa
Anniversario
ANTONIO LABRIOLA

Con il convegno di Cassino del 6, 7 e 8 ottobre scorso si sono chiuse le celebrazioni del centenario della morte di Antonio Labriola, nato proprio a Cassino nel 1843 e scomparso in una clinica romana il 2 febbraio 1904. Erano iniziate con una cerimonia rituale nella Sala della Lupa in Montecitorio e con l’inaugurazione di una lapide commemorativa in Corso Vittorio Emanuele 25 a Roma, dove il filosofo cassinate aveva soggiornato per oltre dieci anni. Nonostante il valore di alcuni degli interventi al convegno di Cassino,ci sembra di poter dire che si è trattato di un anniversario trascorso in tono minore, se non proprio dimesso. Certo l’attuale clima politico, con la sua diffidenza nei confronti della cultura, massimamente di quella filosofica, soprattutto quando si proponga di uscire dalle aule chiuse dell’accademia per occuparsi di politica o società, non è fra i più propizi per apprezzare la filosofia di Labriola, nonostante la grande importanza storica. Mala tempora currunt … e dispiace in particolare che nessuno abbia seriamente ricordato almeno il suo magistero intellettuale e morale, esercitato ininterrottamente all’università di Roma dal 1874 a poco prima della morte, quando, quasi impossibilitato a parlare per un devastante cancro alla gola, pur di continuare l’insegnamento, scriveva il testo delle lezioni che faceva leggere a un assistente.
Possiamo però proporre anche un’altra spiegazione dello scarso interesse attuale per uno dei primi teorici del socialismo italiano, ed è la supponenza, se non il fastidio, con il quale molti guardano al contributo che l’ideale socialista, anche declinato come rivoluzione e comunismo, ha dato a questo paese. In Italia, fra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo, due grandi filosofie politiche hanno accompagnato il passaggio da una società di ceti, controllata dalla chiesa garante dell’ordine sociale, ad una società di libere classi, in lotta fra loro, nella quale spettava alla politica di convogliare tale lotta nella direzione del progresso economico e sociale. Si trattò, com’è noto, del liberalismo e del socialismo, ma se alla prima di queste tradizioni, quella liberale, c’è un richiamo costante, anche se spesso rituale o addirittura ipocrita, sull’altra, quella socialista, è sceso, nella migliore delle ipotesi, un imbarazzato silenzio. Per questo il centenario della morte di Labriola, che altrimenti avrebbe costituito l’occasione per discutere le radici filosofiche e teoriche del primo socialismo italiano, è stato ricordato in modo rituale o con interventi anche interessanti, ma sempre senza affrontare il nodo del contributo di Labriola alla nascita e allo sviluppo del socialismo italiano. Anche le relazioni presentate al convegno di Cassino, con poche e marginali eccezioni, hanno rivolto la loro attenzione alle questioni teoriche affrontate dal filosofo, lasciando in secondo piano i suoi interventi più strettamente politici, i suoi giudizi acuti, anche se spesso velenosi, sul partito socialista italiano, sulla sua classe dirigente, sulla sua azione. Si finisce così per avallare l’unico giudizio di Turati su Labriola che ci pare sicuramente sbagliato, quello cioè di essere il Labriola un filosofo, un pensatore che guarda la coerenza della teoria più che un politico attento alle esigenze della pratica (e “professorissimo”, in tal senso, era detto da Anna Kuliscioff),. In errore probabilmente Labriola lo era, ma certo non per mancanza di spirito pratico o scarsa attenzione ai problemi politici, soprattutto quelli italiani, che già nella sua maturazione da moderato a democratico radicale e poi a socialista aveva chiaramente individuato: centralità del problema scolastico e dell’istruzione, suffragio universale, diritti per i più deboli (assistenza e previdenza), lotta contro la corruzione politica, difesa della libertà di pensiero e anticlericalismo. Il problema era che Labriola inseriva questo programma politico in un orizzonte rivoluzionario, guidato da un partito operaio e marxista, mentre il partito socialista italiano nacque dalla confluenza di correnti politiche eterogenee e, con la guida di Turati, si mosse in una prospettiva pragmatica e riformista. Sebbene talvolta Labriola riuscisse ad influenzare le scelte del partito, per esempio sulla doverosa difesa del movimento dei Fasci siciliani, Turati mantenne il partito socialista su posizioni pragmatiche e riformistiche, più vicine agli altri teorici del socialismo italiano, da Achille Loria ad Enrico Ferri, da Napoleone Colajanni a Saverio Merlino, con le loro ambiguità “social-positiviste”, come le definiva Labriola. Certo costoro propugnavano una dottrina sincretistica, che metteva insieme, in maniera arbitraria e incoerente, dottrine filosofiche fra loro inconciliabili, come quelle di Marx e Spencer, e spesso mancavano di una teoria generale della storia, cui invece Labriola lavorava con impegno. Erano positivisti, nella misura in cui, come ricordava con precisione Bobbio, il positivismo rappresentava “l’interpretazione evolutiva, naturalistica, sostanzialmente ottimistica, della rivoluzione industriale” e dei grandi mutamenti determinati dal progresso tecnico e scientifico, “nelle due versioni politicamente contrastanti, anche se talora convergenti contro il comune nemico rappresentato dal protezionismo statale, debilitante e corruttore, del liberalismo intraprendente e aggressivo e del socialismo gradualistico e difensivo”. Bisogna riconoscere che si trattava di un cattivo miscuglio fra un positivismo banalmente scientista (non a caso incapace di approdare in Italia, per autoriforma interna, ai risultati del neoempirismo e del neopositivismo logico) e un socialismo quasi messianico (“ultima transizione fra il cretinismo egoistico del signor Bentham e il cretinismo altruistico del Rabbi di Nazareth”, come Labriola definiva la filosofia dell’inglese Spencer, vero caposaldo filosofico degli altri teorici del socialismo italiano), così male amalgamato da far prevedere la vittoria della reazione antipositivista e antisocialista dello spiritualismo cattolico e dell’idealismo laico, che avrebbe ricondotto il paese in mano ai reazionari e lontano dal grande ideale del secolo che era l’ideale della scienza, del sapere scientifico opposto a quello teologale o metafisico: un esito devastante per la filosofia italiana, che certo Labriola intuì, ma che nulla riuscì a fare per evitare. Nonostante ciò, dovendo valutare a posteriori la polemica fra la profondità e la coerenza filosofica di Labriola e il pragmatismo riformista di Turati, preferiremmo ancora difendere quest’ultimo e la sua gestione del partito socialista, che contribuì a fare di quegli anni, la cosiddetta età giolittiana, uno dei pochi periodi di progresso civile della nostra storia in cui, citando ancora Bobbio, “quel poco di maggior benessere e di maggior libertà che le leghe operaie riuscirono ad ottenere fu opera del cretinismo, cioè della deprecata mancanza di una teoria generale della storia, dei riformisti positivisti”.
Roberto Del Buffa