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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.3 - GIUGNO 2002

                     14/7/2002 - ERNESTO BALDUCCI: ATTUALITA' DI UNA LEZIONE

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ERNESTO BALDUCCI: attualità di una lezione
di Severino Saccardi*

Noi siamo oggi a meditare, a raccogliere ed a cercare di riprendere creativamente la lezione di Balducci perché egli, a sua volta, ha ricevuto ed ha saputo far fruttificare una grande lezione: quella che gli veniva dalla sua gente e dalla sua terra d’origine. Quell’ Amiata in cui, come egli stesso ci ha a volte ricordato, la normalità consisteva nel vivere al confine tra la miseria più nera ed una più decorosa e dignitosa povertà. Eppure, Balducci l’ha più volte scritto e ricordato, c’era, in quel contesto, una riserva grande di umanità e di fraternità di rapporti. “ Da ragazzo – egli ricorda in un suo testo raccolto nel bel libro Il sogno di una cosa (Edizioni Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole 1992), dedicato agli “scritti amiatini”- ho avuto la possibilità di confrontare l’immagine dell’uomo che mi forniva la scuola, a suoni di fanfara, e quella dimessamente offerta dalla gente di lavoro” (p. 47). E questi “modelli di umanità valgono per me molto di più delle agiografie che ho letto in seminario” (p.39).
Del resto, Balducci, prima di partire per il seminario, fece in tempo ad imboccare “la strada della classe operaia” e ad entrare “nell’officina di un fabbroferraio”. Fu una grande scuola di vita: “ Il fabbroferraio-si chiamava Manfredi- era un anarchico perseguitato dal fascismo. Uomo di grande saggezza e di robusta dignità morale, mi insegnò a guardare le cose dal basso, con spregiudicatezza e con rabbia, ma anche con umorismo. Nel gabinetto dell’officina campeggiava una scritta :’ Saranno grandi i papi,/saran potenti i re,/ ma quando qui si seggono,/ son tutti come me’” (pp.33-34).Come è noto, Balducci avrà modo di rivedere trent’anni dopo il fabbro Manfredi durante uno dei suoi viaggi al Paese delle origini. Era il periodo in cui lo stesso Balducci, ormai prete da tempo, già scrittore ed intellettuale assai noto, era sotto il fuoco polemico della destra clericale e degli ambienti conservatori per aver difeso l’obiezione di coscienza in un periodo storico (i primi anni sessanta) in cui essa era ancora un reato. E per “apologia di reato”, egli, come Don Lorenzo Milani, fu processato e condannato. Fu un periodo di grande solitudine all’interno del mondo cattolico, e di amarezza, per padre Balducci. Ritornando in quel momento a Santa Fiora non pensava certamente che si sarebbe imbattuto nel suo antico e semplice datore di lavoro che, a suo tempo, con fervore anticlericale, quando aveva saputo che il suo giovane lavorante sarebbe partito per andare a studiare dagli Scolopi, gli aveva detto “in modo ieratico: ‘Non ti lasciare imbrogliare dai preti’ “ (p.34).
Il nuovo, imprevisto, incontro, è descritto con grande efficacia da Balducci, che ricorda”(…) mi trovavo al cimitero, dinanzi alla lapide di mio padre. Non avevo più rivisto Manfredi. Mi si avvicinò, mi toccò una spalla e mi disse come se ci fossimo lasciati il giorno prima: ‘Ernesto, non ci sono riusciti!’. La sua fierezza mi toccò nel profondo come una benedizione di Dio’” (p.34).
In quello stesso cimitero di Santa Fiora in cui avvenne quel singolare ed emblematico incontro (e dove riposa oggi lo stesso Balducci) si trovano sepolti, tra l’altro, i “martiri di Niccioleta”, vittime di uno dei tragici episodi in cui la microstoria e le linee, spesso crudeli, della “grande storia” si toccano e si intrecciano. Da episodi umanamente e politicamente drammatici come quello di Niccioleta si capiscono molte più cose di quante non se ne ricavino da complicati ed elaborati saggi storiografici. In quella località si verificò uno dei tanti eccidi perpetrati in molti territori del nostro Paese dai nazisti in ripiegamento. Molti dei fucilati di Niccioleta erano compagni di scuola di Ernesto Balducci, in quella scuola “dalla cui finestra si vedeva il profilo di Monte Labbro, con la torre diroccata di David Lazzaretti, il profeta fantasioso dei dannati di quelle terre” (p.51).
Il ricordo dei compagni di scuola fucilati, così come quello della miseria e della povertà (congiunta ad un grande patrimonio di umanità) della sua terra, non abbandonerà mai padre Ernesto Balducci. Ad esso avrebbe cercato di rimanere sempre fedele nel suo cammino originale di cristiano, di prete, di scrittore ed intellettuale sensibile alle tematiche di impegno civile e sociale. Il ricordo della sua terra non si colorirà mai però di venature nostalgicamente regressive. Pur essendo consapevole che il futuro ha un cuore antico, come egli ricorderà con forza, riecheggiando Carlo Levi, non smarrirà mai l’indicazione fondamentale che, a partire da lì, bisogna però aver presente; e cioè che “l’unico tempo degno dell’uomo è il futuro” (p.43).
Tale aspetto veramente centrale della sua lezione e della sua elaborazione (l’ansia di un tempo nuovo, più degno e maggiormente connotato dal rispetto della giustizia, della libertà e della dignità dell’uomo) meriterebbe di essere fortemente meditato in un tempo come il nostro che sembra appiattito su una sorta di indistinto presente, privo di memoria e povero di visione prospettica.
Questo è il senso, forte della sua paideia, del suo insegnamento e dela sua visione della vita e del mondo: nel rimando alla centralità dell’impegno per un diverso domani. Di questo dovrebbe farsi carico, come dice anche un grande intellettuale europeo, Edgar Morin (v. in prop. E. Morin. B. Kern,Terra-patria, ed. Raffaello Cortina, Milano 1994), che di Balducci fu amico ed interlocutore, quando sostiene con forza l’istanza di un nuovo umanesimo che, al di là dei miti tecnicistici e pseudo-efficientistici di certa pedagogia contemporanea, che sappia porsi il problema dell’elaborazione e della ricezione di un pensiero critico all’altezza dell’età planetaria.
Viviamo, infatti, un tempo nuovo. La cultura del “villaggio” che stava alle radici di un cammino come quello di Balducci , se vissuta in maniera non sterilmente nostalgica, si può innestare nella formazione di una sensibilità civile – e di una politica- che si propongano di umanizzare la Terra, a partire dalle ragioni di più umili e dei diseredati, nell’ età dei “problemi assoluti” e della realtà interdipendente e controversa del “mondo globale”.
Bisogna essere consapevoli, come diceva Balducci, della complessità e del carattere accidentato che la la lunga marcia dei diritti umani ha ancora davanti a sé. Ma quello è comunque l’orizzonte cui richiamarsi (a partire dal carattere fecondamente impegnativo di alcuni grandi riferimenti, di cui Balducci non mancava mai di sottolineare il significato: come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo). La politica, le istituzioni rappresentative, la scuola, le agenzie formative sono di fronte ad un bivio: intuire la portata della sfida o parlar d’altro, condannandosi ad un’inarrestabile decadenza.
Grande è la responsabilità degli uomini e donne delle diverse culture e religioni, dei credenti come dei non credenti ,nel cercare una strada che sia capace di ridar senso all’impresa di rendere più abitabile, più libera e più equa quella casa comune che strutturalmente, e per tutti, è ormai il mondo. (BR)
Severino Saccardi
* Direttore di “Testimonianze”