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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2005

                     24/12/2005 - ANTONIO GIOLIOTTI

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LE CONTRADDIZIONI DELLA STAGIONE RIFORMATRICE
di Roberto Del Buffa

Nello scorso numero di giugno di questa rivista, ricordando il novantesimo compleanno di Antonio Giolitti, avevo promesso di ritornare sul suo contributo fondamentale a due degli eventi che hanno segnato la nostra storia politica: innanzitutto l’incontro politico fra laici, socialisti e cattolici che prese il nome di centrosinistra e che costituì il principale interesse di Giolitti fra il 1962 e il 1974 e il processo di integrazione europea, che lo vide protagonista almeno per il periodo in cui fu Commissario a Bruxelles, dal 1977 al 1985. Al primo di questi due temi vorrei adesso dedicare questo intervento.


Nel 1957, appena uscito dal PCI, dopo i fatti d’Ungheria, Giolitti aveva pubblicato da Einaudi un saggio di critica politica, appropriatamente intitolato Riforme e Rivoluzione, che costituisce la base teorica sulla quale era maturata la sua uscita dal PCI e la sua adesione al PSI, una scelta che lo avrebbe condotto ad essere uno dei protagonisti della stagione riformatrice che si sarebbe aperta di lì a poco con la fine del centrismo e la nascita del centro-sinistra. Da un punto di vista storico la nuova stagione scaturiva dall’incontro della scelta autonoma e riformista del PSI con la profonda revisione politica che si stava affermando in campo cattolico, in nome di una elaborazione di tesi keynesiane che trovava in Pasquale Saraceno la sintesi più efficace. Saraceno criticava l’impetuoso ma caotico sviluppo economico nazionale, che aveva accresciuto gli squilibri tra nord e sud del paese e aumentato le disuguaglianze sociali, a cui contrapponeva un modello economico misto, in cui trovava spazio l’intervento statale. Si trattava dunque di adottare alcune di quelle riforme di struttura che, nel versante socialista, erano propugnate soprattutto da Riccardo Lombardi e appunto da Giolitti. La nazionalizzazione dell’energia elettrica, la creazione della scuola media unificata e l’innalzamento dell’obbligo scolastico, l’estensione del sistema pensionistico e, successivamente, la creazione di un sistema sanitario nazionale, la nominatività dei titoli azionari, la legge urbanistica, l’istituzione delle regioni, peraltro già prevista dalla Costituzione, sono alcune delle proposte elaborate dal PSI e che costituiranno la piattaforma programmatica della formazione dei governi di centrosinistra. In questo incontro Giolitti, più volte ministro del bilancio, giocò un ruolo decisivo, ma ciascuna delle riforme che videro la luce in quegli anni, dal governo Fanfani del 1962, il primo con l’appoggio esterno dei socialisti, al primo governo Moro, in cui sedettero alcuni esponenti socialisti, fino ai governi Rumor della metà degli anni ’70, fu ottenuta con grandissima fatica e non senza destare l’impressione che, almeno per diversi anni, sarebbe rimasta sulla carta, per mancanza di adeguati strumenti tecnici o finanziari. Per esempio per l’approvazione della nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’ENEL furono necessari i voti dei comunisti, mentre leggi importanti, come quella sulla programmazione economica (luglio 1967) o sull’ordinamento regionale (febbraio 1968), ottenuta dopo un lungo iter parlamentare, rimanevano poco efficaci per le resistenze di carattere amministrativo e burocratico, quasi un sabotaggio.

Il prezzo dei limiti di questo riformismo fu pagato a più riprese proprio dal PSI. Il recupero di autonomia a sinistra determinò la scissione del PSIUP, mentre a destra la sconfitta elettorale del 1968 ebbe come conseguenza la rinnovata scissione della social-democrazia di Saragat. Inoltre il partito era attraversato da pulsioni diverse ed opposte: a sinistra Lombardi voleva liquidare l’esperienza di governo con la DC in funzione di un’alternativa per cui mancavano le condizioni, al centro ci si divideva fra un governativismo senza illusioni e la tentazione, visibile soprattutto in De Martino, di assecondare la politica berlingueriana del compromesso storico. Sono le condizioni che porteranno lo stesso Giolitti ad appoggiare, nell’estate 1976, l’elezione di Bettino Craxi alla segreteria del PSI, ma che soprattutto rilanceranno una nuova stagione di dibattito politico e culturale che stavolta avrebbe trovavo la sua più interessante espressione sulla rivista "Mondoperaio", ad opera principalmente del gruppo di intellettuali che si era formato intorno ad Antonio Giolitti nel corso dell’esperienza della programmazione economica e comprendeva, fra gli altri, Giorgio Ruffolo e Giuliano Amato. Furono anni fondamentali, soprattutto per merito di Norberto Bobbio, che contribuiva a innestare fruttuosamente nel socialismo italiano quella tradizione liberal-socialista risalente a Carlo Rosselli e che, nel corso della Resistenza, si era identificata col Partito d’Azione. Il limite principale di questa esperienza fu l’incapacità dei giolittiani di estendere questa elaborazione teorica e questi valori all’intero partito, nel quale lo stesso Giolitti si era ormai ritagliato un ruolo marginale rispetto alla segreteria. Così il processo che avrebbe dovuto condurre il PSI a conquistare un proprio spazio autonomo a sinistra, non si sarebbe basato sul rinnovamento teorico ma sull’accresciuta area di potere, occupata dal PSI nell’era craxiana, e sul relativo sistema di clientele, causato dalla sproporzione fra il potere realmente esercitato e il debole radicamento sociale ed elettorale del partito. Un processo degenerativo che determinò l’uscita di Giolitti dal PSI nel 1987, dopo la conclusione della sua esperienza nella Commissione europea.