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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.2 - APRILE 2006

                     19/5/2006 - PIERO CALAMANDREI

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Piero Calamandrei e la ricostruzione della democrazia


Il cinquantesimo anniversario della morte di Piero Calamandrei coincide, nel 2006, con il sessantesimo anniversario del referendum istituzionale sulla Repubblica e della elezione dell’Assemblea costituente (2 giugno 1946). La vittoria della Repubblica e la sollecita elezione di una Costituente nella quale potesse esprimersi la piena sovranità popolare furono, a partire dal 1944, le due fondamentali battaglie che Calamandrei condusse sia sul terreno politico che su quello istituzionale: battaglie che furono, poi, seguite dall’impegno che egli profuse come membro della stessa Assemblea costituente e della “Commissione dei 75” su alcuni temi che risulteranno fondamentali rispetto al sistema complessivo della Costituzione repubblicana, qual:l’indipendenza della magistratura; la corte costituzionale; la laicità dello Stato; la riforma di governo della nuova Repubblica.
Piero Calamandrei ebbe, infatti, chiarissimo, e fino dalla caduta del fascismo e dell’otto settembre del 1943, che il nostro paese avrebbe potuto costruire una democrazia fondata davvero sulla sovranità popolare soltanto se la monarchia non fosse stata posta nelle condizioni di

controllare da sola le conseguenze del crollo di quel regime che il re Vittorio Emanuele III aveva aiutato nel momento della sua affermazione e del suo consolidamento. La condizione perché tutto questo avvenisse era, anzitutto, quella che gli italiani “si liberassero da soli” attraverso la guerra di Resistenza, a fianco degli Alleati, per dimostrare che già nell’Italia del 1944 esistevano le condizioni di una ricostruzione della democrazia ad opera degli stessi italiani, anche se all’interno degli inevitabili condizionamenti che derivavano dalla guerra e dalla presenza di un regime militare alleato che si era affiancato al governo Badoglio.
Nella ricostruzione della democrazia il contributo degli scritti, e delle iniziative politiche di Calamandrei, fu di straordinaria importanza per quanto riguardò non soltanto la Resistenza ed il Cln, ma anche i rapporti con gli Alleati, durante quel difficile processo di progressiva ricostruzione della democrazia che si fondò sulla cosiddetta “democrazia provvisoria”, approvata dal governo Bonomi.
In questo processo, gli interventi di Calamandrei risultarono fondamentali per sventare il tentativo della Monarchia, appoggiata da una parte degli Alleati, di guidare essa stessa il passaggio della costituzione provvisoria alla nuova forma istituzionale dello Stato; tentativo che era volto a rendere molto difficile non soltanto l’affermazione della Repubblica, ma anche l’affermazione di una democrazia nuova, fondata sulla più ampia partecipazione popolare, e perciò diversa anche dalla limitata democrazia liberale che aveva preceduto il regime.
Se le battaglie per la vittoria della Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente ebbero una conclusione positiva, molto più contrastato fu il rapporto fra Calamandrei e i partiti politici “di massa” che conquistarono, alla Costituente, una larghissima maggioranza di seggi.
L’idea di Calamandrei era che l’Assemblea costituente avrebbe dovuto riassumere in se non solo il potere di scrivere la nuova Costituzione dello Stato, ma anche quello di approvare le “grandi riforme” economico sociali sulle quali avrebbe dovuto basarsi la eguaglianza sostanziale dei cittadini. Veti occulti degli Alleati e divergenze di sostanza fra i grandi partiti impedirono il realizzarsi di questo disegno; così come la sorprendente convergenza finale fra i due grandi partiti di massa (la Dc e il Pci) impedì che venisse più chiaramente affermato nella Costituzione quel principio di netta separazione fra lo Stato e la Chiesa per il quale Calamandrei si battè strenuamente in sede di dibattito sull’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione.
Ugualmente, la convergenza fra i partiti di massa portò i costituenti a non innovare significatamene quella forma di governo parlamentare che non aveva dato, invece secondo Calamandrei, buona prova di se durante il periodo di vigenza dello Statuto Albertino. Calamandrei avrebbe, infatti, voluto, più che una Repubblica presidenziale, secondo il modello americano, una forma di governo nella quale il Primo ministro fosse sostanzialmente designato dal corpo elettorale insieme ad un programma di legislatura per potere essere, così, politicamente responsabile, oltrechè di fronte al parlamento, che di fronte agli elettori.
Molto più successo ebbe invece, e per fortuna, l’impegno di Calamandrei alla Costituente a favore del sistema di garanzie che dovevano essere inserite nella Costituzione.
Se è vero che Calamandrei era fortemente favorevole ad una forma di governo che favorisse la formazione di maggioranze stabili attorno a programmi politici definiti, e ciò anche per contrastare la tendenza dei partiti politici a rappresentare solo “ideologicamente” i loro elettori, è anche vero che egli manifestò anche l’esigenza che la nuova Costituzione contenesse efficienti istituti di garanzia atti ad evitare qualsiasi forma di “dittatura della maggioranza”.
In questa prospettiva Calamandrei sostenne, dunque, non soltanto l’inserimento in Costituzione del più ampio ventaglio di diritti di libertà civile e politica, e del principio di rigidità della Costituzione, ma anche l’Istituzione della Corte Costituzionale: unico strumento in grado di garantire l’effettività dei principì costituzionali anche contro le possibili deviazioni parlamentari.
Nello stesso modo, quella diffidenza per il potere che accomunava Calamandrei ai padri della Costituzione di Filadelfia, portò il costituente fiorentino a sostenere fino in fondo il principio dell’autonomia e della indipendenza della magistratura, della eguaglianza dei giudici, della indipendenza del pubblico ministero dal potere esecutivo, di un equilibrato autogoverno dell’ordine giudiziario.
Come si può vedere, la ricchezza e la profondità della riflessione di Piero Calamandrei sui contenuti della nuova democrazia italiana ci offrono la possibilità di riflettere meglio sul percorso che fu seguito in Italia dopo la caduta del fascismo, per costruire una nuova democrazia adeguata alla posizione che il nostro paese intendeva assumere nell’ambito delle democrazie occidentali, dove lo collocavano non solo la volontà della maggioranza degli italiani ma anche gli accordi sottoscritti dagli Alleati, prima e dopo Yalta.
In questa complessa vicenda, che trovò nella Costituzione il suo approdo definitivo, Calamandrei ebbe un ruolo che può essere definito, sul piano storico e politico, di grande rilievo.
Di Calamandrei fu, però, anche detto che il suo modo di vedere i grandi problemi istituzionali del su tempo lo facevano essere, nella sostanza, “strabico”, in quanto egli sosteneva spesso soluzioni ineccepibili in astratto ma destinate a dimostrarsi inattuabili nella situazione politica e culturale che era propria dell’Italia del secondo dopoguerra. Da questo punto di vista, però Piero Calamandrei dimostrò di essere, forse, più che “l’ultimo dei Mohicani” (come lo definì ironicamente, a con affetto, Togliatti) il primo degli italiani del futuro: di coloro che vorrebbero una democrazia più piena, più vicina ai bisogni dei cittadini e meglio garantita dal potere. Nel pensiero e nell’azione politica Calamandrei è presente, dunque, una forte carica di contemporaneità che lo rende attuale e che fa si che una riflessione sulla sua presenza in un momento che fu così importante per la ricostruzione democratica del nostro paese non sia meramente accademica o celebrativa.

Stefano Merlini