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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.4 - AGOSTO 2006

                     17/9/2006 - PARTITO DEMOCRATICO

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di Marino Bianco
IL “PARTITO DEMOCRATICO”: una nuova anomalia, a freddo?


Il “Partito Democratico”...
Non mi piace nemmeno il nome. La democrazia è una forma di governo, e l’aggettivo “Democratico” (quanto inflazionato!) non indica affatto per quale azione riformatrice e di governo e per chi e per che cosa la si voglia esercitare.
La proposta, allo stato ancora meramente enunciativa, del “Partito Democratico” appare una scimmiottatura del sistema politico degli Stati Uniti; ma negli Stati Uniti quel Partito Democratico, nel corso di una lunga storia ed in un contesto sociale economico, produttivo e anche etnico e culturale tanto diverso dal nostro, e con magnifiche figure di leaders che si sono succedute (purtroppo, non negli ultimi tempi), ha consolidato una precisa identità fatta di contenuti valoriali e politici in contrasto con le tendenze conservatrici, talora reazionarie, dell’altro Partito, di quel bipolarismo perfetto, il Repubblicano.
Non mi sarebbe piaciuto, nemmeno, il nome “Partito Riformista”, indicato in un recente passato. Ancora, perché quella definizione, di per sè, non avrebbe detto nulla: sul modo e per quali scopi e per la tutela di quali interessi si sarebbe inteso riformare.
Non ero entusiasta nemmeno del nome “Partito Democratico della Sinistra”, anche se, oltre ad esprimere la scelta – scontata – della democrazia, si riferiva comunque alla “Sinistra”, alla sua storia ai suoi valori ed ai suoi obbiettivi di fondo, ancorché storicizzati ed adeguati. Poi, però, si sono aggiunti il simbolo della “Rosa” e l’acronimo “PSE” (l’una e l’altro, sotto la quercia, successivamente cresciuti di dimensione), e la iscrizione, grazie proprio all’ultimo Congresso dei DS, di “Socialismo Europeo”; dunque, anche l’iconografia di una inequivoca scelta di voler essere un partito “Socialista”, cioè, della decisione di fare riferimento a quella specifica esperienza della sinistra: il socialismo, e cioè le idealità, i progetti, la politica delle socialdemocrazie europee (e non del c.d. socialismo reale, del comunismo), e della naturale ed essenziale partecipazione alla “Internazionale Socialista”.
Oggi, indubbiamente è questa - con tutte le ombre, le incoerenze e le riserve nell’agire pratico - la identità del Partito dei Democratici di Sinistra. E non dovrebbe esserci nemmeno bisogno di ricordare (l’opportuno odg Mussi-Spini all’ultimo Consiglio Nazionale dei DS!) che lo Statuto dei DS solennemente recita “Il Partito dei Democratici di Sinistra, cofondatore del Partito del Socialismo Europeo, aderisce all’Internazionale Socialista e si riconosce nei valori e nelle idealità del socialismo europeo”.
Allora, con l’obbiettivo del “Partito Democratico”, acriticamente perseguito dagli attuali gruppi di maggioranza dei DS, la questione e se si debba abbandonare la scelta e la collocazione internazionale socialiste; e, se insieme ad altre forze, che socialiste non sono e che anzi il socialismo lo hanno avversato e lo avversano e che non hanno e non vogliono assumere quella collocazione, che non sono mai state nemmeno di sinistra ma dichiaratamente di centro, si debba confluire in un nuovo contenitore (Partito) genericamente definito “Democratico”!
Senza che si sappiano quali siano le opzioni sociali, quali siano i valori, quali siano i reali progetti di riforma della società, e solo per strutturare in Partito una alleanza politica ed elettorale tra diversi (l’Ulivo).
Come si vede, il tema – a chiarimento del mio esordio – non è grammaticale o letterario o nominalistico (anche se gli Scolastici avvertivano che “nomina sunt consequentia rerum” e viceversa), ma sostanziale: i partiti non si fondano partendo dalle etichette o per sostenere contingenti soluzioni di governo (il Partito per Prodi!).
E, fino ad ora, non solo non si sono intraviste le strategie che accomunano gli aspiranti fondatori (DS, Margherita-ex DC-ex popolari, questi con la sottospecie dei “parisiani” o meglio dei “prodiani”), ma anzi si scorgono, giorno per giorno, le notevoli differenze (pensiamo ai temi della laicità e dei diritti civili, al modo di intendere la solidarietà e quindi l’economia, alla autonomia dal Vaticano, alle relazioni con l’estero), che possono tollerare soltanto sintesi compromissorie ai fini – appunto – di alleanze politiche ed elettorali (coalizioni di governo), e non già costituire i principi fondanti di un partito unico.
Una deriva, prima ancora che verso un inevitabile moderatismo (altri dicono: “una corsa verso il centro”), che trascinerebbe ad una concezione pragmatica e tattica della politica, per il mero esercizio del potere, senza adamantina trasparenza sui valori e sugli obbiettivi di trasformazione della società e del Paese (materie che non tollerano mediazioni – e tanto meno silenzi -, allorchè devono sostanziare i principi e gli scopi di una formazione politica!).
E ciò in evidente controtendenza rispetto ad un quadro mondiale e segnatamente europeo, nel quale le socialdemocrazie, le sinistre democratiche e riformiste, non sono morte (l’ineffabile e ampolloso Rutelli!), ma sono vive e vitali, governano o sono esse le reali alternative progressiste ai governi della destra.
Invece, con la proposta del fantomatico “Partito Democratico”, al quale si intenderebbe por mano senza nemmeno un.... istituzionale e doveroso confronto e dibattito (il Congresso!) all’interno dei DS, si produrrebbe una nuova anomalia, quanto alla sinistra del nostro Paese, rispetto in particolare al resto dell’Europa.
Mi spiego, e prendo in prestito e parafraso le considerazioni di un autorevole compagno di provenienza dal PCI.
Ieri, e per un’intera fase storica, la presenza in Italia del più forte ed agguerrito Partito Comunista in Europa, a motivo della sua origine e dei suoi tradizionali legami internazionali, aveva obbiettivamente impedito alla sinistra, nel suo complesso, di essere concreta alternativa allo strapotere delle forze moderate e talora involutive della Democrazia Cristiana (si ricordino le immagini della “diga anticomunista”, degli “otto milioni di voti in frigorifero”, della “democrazia bloccata” per assenza di alternanza...): il PCI incarnava un’ indubbia anomalia del nostro sistema politico.
Oggi, che quella situazione è da tempo superata, che la sinistra è forza riconosciuta ed effettiva di governo, che perciò, oltretutto in una visione maggioritaria, si sarebbe voluto e dovuto costruire il “Grande Partito Italiano del Socialismo Europeo” (la prospettiva indicata dagli Stati Generali dei DS, dallo Statuto, dalla simbologia richiamata!), si provocherebbe la nuova anomalia: l’Italia sarebbe l’unico Stato dell’Europa a non avere un partito di sinistra di governo dichiaratamente socialista!
Ma la bandiera del socialismo non può essere ammainata, mediante una ...reazione a freddo e con operazioni di vertice (per fortuna, gli ultimi tempi sembrano registrare il sorgere di maggiore riflessione e consapevolezza, e, dunque, una battuta d’arresto per gli... avanguardisti!)
Soprattutto i giovani hanno bisogno di sentirsi proiettati verso un futuro ideale, e di essere alimentati piuttosto che da calcoli e da cinismo politico, da una buona dose di passione e anche di utopia, quella che il socialismo, nella sua incontestabile attualità, è in grado di fornire...
Queste le ragioni, per le quali, oltre al nome, proprio non mi piace il “Partito Democratico”...
Marino Bianco

N.B. “Le mie idee sul “Partito Democratico” sono personali e non coinvolgono la Proprietà e il Comitato di Redazione de il “Laburista”.
Marino Bianco