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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.5 - OTTOBRE 2006

                     12/11/2006 - LA RAGIONE DI PIETRO NENNI

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di Valdo Spini

E’ nel 1956 che i percorsi ideologici e politici del PSI e del PCI si distaccano nettamente fino a diventare spesso di aperto scontro. Il 1956 non è quindi un fatto nella storia della sinistra italiana bensì il fatto. In questa luce dobbiamo considerarlo in tutta la sua importanza. Nikita Kruscev nel suo rapporto al XX congresso del PCUS (febbraio 1956) aveva denunciato i crimini di Stalin. Pietro Nenni in una serie di articoli scritti tra il marzo e il luglio dello stesso anno aveva commentato che i fatti denunciati non potevano essere ridotti agli errori di un uomo, per quanto dotato di potere assoluto, ma erano frutto del sistema, quello comunista, basato sulla dittatura del proletariato. Successivamente, lo stesso Kruscev , che pure aveva consentito nel 1955 al ritiro dell’occupazione alleata dall’Austria, nel novembre di quel 1956 era “costretto” ad intervenire sanguinosamente in Ungheria , reprimendone la rivolta democratica con i carri armati. Non mancarono anche aspetti particolarmente ripugnanti (Imre Nagy e i suoi amici furono fatti uscire con false promesse dall’ambasciata Iugoslava, dove si erano rifugiati, per venire poi messi a morte ).
I fatti di Ungheria davano clamorosamente ragione all’impostazione generale del leader socialista: di vizi del sistema si trattava e non solo di colpe di singoli. Quanto al PCI, questo partito giustificava invece l’intervento sovietico
in quanto motivato dalla necessità di impedire quella che veniva chiamata la “controrivoluzione” e addirittura in nome della difesa della pace nel mondo.
Va ricordato che Nenni in quel momento trovò anche il significativo consenso degli uomini della tradizione rosselliana: egli sostenne allora questa posizione nel partito con la corrente autonomista insieme a Riccardo Lombardi, e ricevette subito dopo la confluenza nel PSI degli ex-azionisti del Movimento di Unità Popolare di Tristano Codignola che non avevano condiviso il frontismo.
Cinquant’anni dopo, in questo 2006, nel corso dell’elezione del Presidente della Repubblica, una serie di vicende politiche che sono troppo note per essere rievocate, hanno portato all’affermazione dell’esigenza che il nuovo presidente venisse non solo dai ds, ma da una certa matrice dei ds , quella dell’ex PCI, di cui Giorgio Napolitano si è presentato come autorevolissimo esponente.
Ricolleghiamo i due fatti: il 1956 è l’anno in cui il PCI di allora non riesce (nonostante i Giolitti ma anche i Di Vittorio) a staccarsi dal comunismo sovietico. Cinquant’anni dopo, grazie ad una revisione che ha portato il grosso di quel partito nel socialismo europeo, un esponente dell’ex PCI assurge alla massima carica dello stato, ma non considera questo come un riconoscimento alla giustezza delle posizioni di allora, ma sente il bisogno, proprio nella veste autorevole di Presidente della Repubblica, di riconoscere come giuste le posizioni di Pietro Nenni, all’epoca oggetto di una durissima polemica politica.
Venti anni addietro analogo riconoscimento venne formulato dal presidente Napolitano nei confronti dell’ex compagno di partito Antono Giolitti. Oggi si va oltre: viene espresso nei confronti di, Pietro Nenni, il leader che, in conseguenza degli avvenimenti del 1956 portò il PSI fuori da quell’alleanza frontista che egli stesso aveva voluto con tanta forza.
E’ –quello di Napolitano- semplicemente un omaggio cavalleresco a due personalità come quelle di Pietro Nenni e di Antonio Giolitti, che furono, tra l’altro, in tempi e circostanze diverse, anche candidati sfortunati alla Presidenza della Repubblica? Non lo credo. Credo invece che sia un atto politico. Perché nel riferimento a Nenni e al suo PSI, c’è il riconoscimento della funzione storica positiva che svolse quella parte della sinistra italiana che si staccò allora dal legame col partito comunista dell’URSS e quindi potè, per quello che le sue forze le consentirono, svolgere anche una proficua funzione di sinistra di governo in quel difficile periodo di storia del paese.
Tutto questo non è senza conseguenze nella logica della politica attuale. Se, per bocca autorevole di Giorgio Napolitano, la tradizione del PCI riconosce giusta la posizione del PSI di allora, non è solo qualcosa che appaga l’orgoglio socialista, come quando un altro grande comunista, Umberto Terracini, riconobbe che a Livorno, nel 1921, Filippo Turati aveva ragione (ricordo personalmente l’intima gioia e soddisfazione di Sandro Pertini per quella affermazione.) Ne consegue, da questo riconoscimento, che anche la tradizione della sinistra italiana nel suo insieme viene riabilitata, proprio perché capace oggi di farsi carico di questa franca ed esplicita ammissione.
O si riduce la storia dell’Italia dei primi decenni del dopoguerra ai meriti (che furono davvero grandi) di De Gasperi e alla saggia doppiezza di Togliatti, o, se si vuole rendere il posto che complessivamente si merita alla sinistra italiana, non si può prescindere dal contributo socialista, che venne in momenti diversi da uomini molto differenti tra loro, da Giuseppe Saragat, a Pietro Nenni, a Riccardo Lombardi e ancor prima da Carlo Rosselli e dalla sua eredità nell’antifascismo democratico e nella Resistenza.
Sorge qui la questione dell’orgoglio socialista: avere avuto ragione in controtendenza, ma vedersi riconosciuta la ragione a cose fatte. Scriveva un tempo ironicamente il corrosivo Fortebraccio “Nenni onorevole Petrus: l’amarissimo che fa benissimo.” Non è questo che vogliamo: il tema non va affrontato in termini sentimentali, ma spiccatamente politici. Noi non vogliamo riabilitazioni postume accompagnate da qualche pacca sulla spalla: noi vogliamo che queste idee e questi sentimenti vivano nell’Italia di oggi e che concorrano a restituire l’antico vigore ad una sinistra italiana troppo spesso timorosa della propria identità pur nel necessario rinnovamento. E’ per farlo dobbiamo , come sinistra, lavorare per arrivare ad una storia condivisa che restituisca tutto intero il suo significato all’insieme della storia dell’esperienza socialista italiana in tutto il dopoguerra.
Non è vero che il socialismo è stato solo statalismo, prima di diventare liberale. E’ stato anche riformismo come i sindacati e le cooperative e l’associazionismo possono attestare. Non è vero del tutto quanto scrive su “La Repubblica “del 28 Anthony Giddens e cioè che il compromesso socialdemocratico o laburista col capitalismo funzionò solo grazie alla teoria economica di un liberale come Keynes: è vero invece che fu fecondo l’incontro tra le teorie di liberali come Keynes e Beveridge con un movimento complesso, politico e sociale come era il laburismo inglese. Dentro la parola socialismo non c’è stato e non c’è solo un significato scientifico, legate alle teorie politiche che si sono via via affermate nel tempo. C’è un significato etico, quello dell’impegno a ricomprendere, a socializzare nei processi economici, sociali, culturali e ambientali la parte svantaggiata ed emarginata della popolazione, e a farlo in modo laico, cioè con la politica. Prima di abbandonare questa parola bisogna rifletterci bene. Molte cose sono cambiate, ma vi è ancora tanto di valido in questa esigenza. Interpretiamola come hanno fatto i socialisti europei: partendo dalla rappresentanza della sinistra dimostrare di essere capaci di allargarsi verso il centro. Temo che non avverrebbe invece facilmente il viceversa: Ecco perché a cinquanta anni di distanza, riparlare di Nenni ci riguarda e del 1956 non è solo un’operazione storiografica, ma anche e forse soprattutto un’ operazione politica.
Valdo Spini