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Circolo Fratelli ROSSELLI VALDISIEVE
Periodico Laburista NOTIZIE

A cura della Redazione  |  E-Mail: rosselli.valdisieve@alice.it

 

      LABURISTA NOTIZIE - N.6 - DICEMBRE 2006

                     23/12/2006 - SOLDATI DELLA PACE

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ONU: I SOLDATI DELLA PACE
di Mauro MESSERI
Novembre 1961. Mi trovavo all’Aeroporto “T. Fabbri” di Viterbo, dove frequentavo il corso di specialistica della sicurezza nell’Aeronautica Militare. Improvvisamente nella tarda serata del giorno 11, piombò la notizia che tredici aviatori italiani erano stati orrendamente massacrati a Kindu, in Congo, dove operavano per conto delle Nazioni Unite.
Appartenevano alla 46^ Brigata aerea di Pisa e per questo noi toscani ce li sentivamo più vicini. Molti di noi-erano quasi a fine corso-ambivamo, per comprensibili motivi, di essere assegnati alla 46^. La maggioranza dei soldati che partecipavano alla prima grande operazione dell’ONU in quel novembre ’61, provenivano da Paesi Asiatici e Africani- tunisini, ganaiani, nepalesi, malesi, ed altri ancora. Tra gli europei qualche unità danese e italiana, quest’ultima con solo personale aeronautico.
E’ doveroso ricordarli. Erano soldati di pace. Praticamente disarmati, scesero dall’aereo con il quale avevano trasportato due autoblindo per la guarnigione Malese; vennero immediatamente circondati da unità ribelli dell’esercito congolese, e con l’assurda accusa di essere spie dei belgi, furono quasi subito fatti a pezzi e gettati nel fiume.
La guarnigione Malese, presente sul posto con duecento uomini non si mosse, paralizzata dal terrore data l’enorme folla di congolesi. A posteriori, al nostro Governo- Ministro della difesa Andreotti – gli ufficiali malesi in forte imbarazzo asserirono che non osarono infrangere le consegne di non intervento per andare in aiuto degli aviatori italiani. E comunque, ripeterono, che sicuramente non avrebbero fatto in tempo in quanto lo scempio di questi nostri militari fu pressoché immediato. Al corso fummo tutti assaliti da profonda emozione. Le domande per essere inviati in servizio di polizia militare con L’ONU nel Congo, si moltiplicarono. In effetti solo tre furono prescelti e dopo pochi giorni si imbarcarono per Leopoldville oggi Kinshasha.
Ho voluto ripercorrere dopo 45 anni quel particolare momento che mi coinvolse personalmente appartenendo allora alla II Regione Aerea. Colgo l’occasione per una breve riflessione, purtroppo, sui tanti fallimenti delle missioni di pace dell’ONU.
I caschi blu, così come sono organizzati adesso, appaiono una “tigre di carta” ed hanno sovente bisogno dell’aiuto delle grandi potenze per toglierli dai pasticci. La tragedia di Srebrenica-ex Jugoslavia- con quasi ottomila morti, seppure sotto la formale protezione dei caschi blu dell’UNPROFOR, ha dimostrato ancora una volta l’incapacità ad assolvere quelle funzioni di garanzia proprie del loro essere. La zona fu attaccata dalle truppe serbo-bosniache del boia Mladic: i soldati dell’ONU assisterono impotenti al tremendo massacro.
Altra grande tragedia in Ruanda, dove sotto gli occhi dei caschi blu canadesi, gli estremisti Hutu pianificarono lo sterminio di diecimila Tutsi e Hutu moderati. Il Generale comandante le truppe canadesi Dollaire, lasciò l’esercito dopo aver visto orrende atrocità. Tutt’ora si sta sottoponendo a cure mediche per lo choc subito.
Ad onor del vero dobbiamo riconoscere che in molte altre missioni i soldati della pace sono riusciti a imporre il cessate il fuoco, a separare e qualche volta disarmare, le fazioni in conflitto. Tuttavia ancora non si è data una ferma risposta alla comunità internazionale, in merito a ciò che si prevedeva alla costituzione delle Nazioni Unite nel 1945.
La necessità inderogabile di avere un esercito permanente di caschi blu, non soltanto altamente motivato nelle missioni, ma anche adeguatamente armato e con la licenza di usare, se del caso, la forza senza la quale spesso non è possibile ristabilire la legalità. In tutto questo c’è da registrare che i soldati della pace, dalla loro costituzione, hanno lasciato sui terreni di varie parti del mondo un migliaio di morti e un gran numero di feriti. Non è più possibile ipotizzare scene che qualche volta abbiamo visto in filmati T.V. di caschi blu di varie nazioni. provocati e sbeffeggiati, ed alcuni legati come cani ai pali della strada.
A Beirut si trovano ora i nostri soldati sotto l’egida ONU. Per ora sembra procedere tutto regolarmene. C’è da sperare che la forza di interposizione tra gli israeliani e gli Hezbollah sia saldamente mantenuta, dopodiché, calmate le acque i nostri militari possano rientrare in Italia. E’ comunque importante che la popolazione civile, in un rapporto di fattiva collaborazione, rimanga favorevolmente impressionata da questi ragazzi con il casco azzurro. Stà però all’estblishment del Palazzo di Vetro dell’ONU a New York, fornire gli strumenti giuridici e politici idonei per un miglior funzionamento di questi militari, strumenti indispensabili per garantire la pace nei vari scacchieri del mondo.